Padre del Sindacalismo Fascista, fu uno dei Quadrumviri della Marcia su Roma. Politico e combattente instancabile, brillante organizzatore e fautore delle grandi opere pubbliche, morì prematuramente, ricordato da tutti come eccellente e zelante uomo politico.


1. Dalla nascita all’esperienza socialista e sindacalista

Michele Bianchi nacque da Francesco e Caterina a Belmonte Calabro, nel Cosentino, il 22 luglio 1883. Frequentato il liceo a Cosenza, si trasferì a Roma per iscriversi alla facoltà di legge. Ben presto però, attratto dalla politica, lasciò gli studi avvicinandosi agli ambienti socialisti, interessandosi in particolare delle questioni sindacali. Iniziò così a collaborare con l’Avanti, divenendone redattore. In breve tempo entrò nella dirigenza dell’Unione Socialista Romana. Da questo momento inizia una vita di lotta politica rocambolesca, spostandosi di continuo da città a città. 

Nell’aprile del 1904 partecipò al congresso socialista di Bologna, segnalandosi come esponente della fazione sindacalista rivoluzionaria, di cui allora era principale esponente Labriola. Il contrasto tra sindacalisti e dirigenza del partito iniziava a quei tempi a farsi piuttosto forte e a metà del 1905 Bianchi si dimise con altri redattori dall’Avanti, illustrando la decisione in un articolo sul Divenire Sociale di Napoli, nel giugno 1905, quasi un manifesto fondamentale del sindacalismo nazionale. Sempre a Napoli fu Segretario della Borsa del Lavoro. Il 1° luglio 1905 Michele Bianchi assunse, per qualche mese, la direzione di Gioventù Socialista, edito dalla Federazione Nazionale Giovanile Socialista. In quel giornale organizzò una vasta campagna antimilitarista, che gli costò un breve periodo di carcere. 

Nel dicembre si trasferì a Genova, divenendo Segretario della locale Camera del Lavoro, e assunse la direzione di Lotta Socialista. L’opposizione dei socialisti antisindacalisti comportò la creazione a Genova di un’altra Camera del Lavoro. In questa situazione di lotta interna al socialismo, Bianchi svolse un’intensa attività giornalistica ed organizzativa per conquistare il proletariato alla corrente sindacalista. Divenuto Segretario della Camera del Lavoro di Savona, dove si era trasferito, Bianchi diresse numerose lotte di rivendicazione sindacale, alcune coronate da successo. 

La lotta tra sindacalisti ed antisindacalisti esitò nell’aprile del 1907, durante il congresso giovanile socialista di Bologna, nella scissione dei primi dal partito. Bianchi, costantemente in movimento, si trasferì allora a Ferrara, per organizzare il primo congresso sindacalista nel luglio dello stesso anno con l’obiettivo di trasformare il movimento sindacale in un vero e proprio partito, obiettivo che però si dimostrò difficile da raggiungere a causa dell’arresto di numerosi dirigenti locali in seguito allo sciopero del marzo-giugno nell’Argentario. Sempre a Ferrara, nel 1910, divenne Segretario della Camera del Lavoro riuscendo a ricostituire una certa unità con i socialisti, assieme ai quali concorse alle elezioni amministrative. Divenne inoltre Direttore del periodico La Scintilla

Nel dicembre del 1910 fu tra i protagonisti del secondo congresso sindacalista di Bologna. Il suo ordine del giorno contrario alla pregiudiziale antielettorale fu però bocciato. Bianchi, ormai in perenne contrasto con la maggioranza dei socialisti, annunciò ancora di voler costituire un nuovo partito sindacalista, ma anche questa volta l’iniziativa non riuscì a concretizzarsi. Nel 1911, Bianchi diresse le agitazioni nel Ferrarese legate alle problematiche degli uffici di collocamento e della revisione dei patti colonici. In tale occasione mostrò una notevole accortezza, riuscendo a deferire la composizione della vertenza ad un arbitrato prefettizio e a scongiurare manifestazioni violente.

 


Forte di una serie di successi, Bianchi ottenne numerose adesioni alla Camera del Lavoro Ferrarese, che passò dai 14.000 aderenti del 1909 ai 34.000 del 1911. Nel frattempo, da Aprile del 1912, La Scintilla uscì quotidianamente, ma già ad Agosto dovette interrompere la regolarità di pubblicazione per i costi eccessivi. 

Assai ostile alla Guerra di Libia, fu incriminato per un articolo eccessivamente denigratorio, sicché riparò a Trieste, allora austriaca, dove entrò tosto a far parte della redazione de Il Piccolo. Nella città giuliana si avvicinò agli ambienti irredentisti ed iniziò così a propagandare idee socialnazionaliste, di chiara marca antiaustriaca, tanto che fu espulso dalla città già alla fine del 1912. 

Approfittando di un’amnistia tornò a Ferrara, dove fondò La Battaglia. Candidato alle elezioni politiche nelle liste di un effimero Partito Sindacale non ebbe successo. 

Nel 1913 rifiutò la proposta di tornare ad essere Segretario della Camera del Lavoro e si trasferì a Milano, divenendo uno dei dirigenti della locale Unione Sindacale, aderente all'omonimo organismo nazionale. Scoppiato il conflitto europeo, Bianchi fu subito un acceso interventista. Egli tentò invano di convincere l’intiera Unione Sindacale Italiana ad aderire a tale posizione. Decise perciò la secessione del suo gruppo da quell’organismo, fondando, con la maggior parte degli iscritti milanesi e parmensi, il 5 ottobre 1914, il Fascio Rivoluzionario d’Azione Internazionalista, di cui divenne Segretario. In tale veste firmò il celebre Appello ai lavoratori d’Italia, in cui invitava all’immediato intervento dell’Italia al fianco dell’Intesa, nel nome di un nuovo sindacalismo rivoluzionario interventista. Nel dicembre 1914 il FRAI si trasformò in Fascio d’Azione Rivoluzionaria. 

Bianchi fu tra i promotori del congresso nazionale di Milano del 24-26 gennaio 1915, coordinando così le iniziative dei vari fasci locali. Partecipando alle agitazioni milanesi del 31 marzo per l’immediato intervento dell’Italia, trovò unità d’intenti con Mussolini. Secondo Bianchi era necessario unire in un unico fronte tutto l’interventismo nazionale, dall’estrema destra all’estrema sinistra. In questa idea era già in nuce uno degli aspetti fondamentali del futuro Fascismo, ossia l’unione di differenti fasci per il bene supremo della Patria. 


2. Dalla Grande Guerra alla Rivoluzione Fascista

 Dichiarata la guerra, riuscì, nonostante la malferma salute, ad arruolarsi volontario come Sottufficiale, passando dalla fanteria all’artiglieria. Combatté valorosamente e fu pluridecorato. A ostilità concluse, Bianchi, avvicinatosi sempre più a Mussolini, fu per breve tempo redattore capo del Popolo d’Italia, dove si segnalò per la volontà di riunire i sindacati in modo indipendente. 

Il 23 Marzo 1919 fu Sansepolcrista, nominato membro del comitato centrale dei Fasci di Combattimento. Nell’autunno tenne stretti contatti con D’Annunzio a Fiume, armonizzando le iniziative del Vate con quelle del futuro Duce. Nell’ambito del Fascio di Combattimento continuò intanto la sua attività sindacalista e nell’Agosto 1921 partecipò all’istituzione della Scuola di propaganda e cultura Fascista, tenendovi la conferenza inaugurale. 

Quando nel Novembre 1921 si costituì il Partito Nazionale Fascista, Michele Bianchi ne divenne il primo Segretario e fu tra i membri incaricati di elaborare il programma statutario del partito. Egli fu affiancato da quattro Vicesegretari: Starace, Teruzzi, Bastianini e Marinelli, dimodoché fossero più ampiamente rappresentate le varie componenti del Partito. Come Segretario, Bianchi cercò di mediare tra le varie istanze, armonizzando l’azione rivoluzionaria dello squadrismo, costituendo tra l’altro un Ispettorato centrale delle Squadre di combattimento. Allorché il Governo Bonomi cercò alla fine del 1921 di sciogliere “le organizzazioni armate”, Bianchi rispose con un comunicato in cui proclamava che tutti gli iscritti del Partito facevano parte delle Squadre di Combattimento, le quali non erano organizzazioni armate fini a se stesse, ma erano, da statuto del Partito, costituite “all’unico scopo di arginare le violenze degli avversari e di essere in grado di accorrere, a richiesta degli organi dirigenti, in difesa dei supremi interessi della Nazione”. 

Nel 1922 grande fu il lavoro organizzativo, in particolare ai fini del contenimento dell’attività sovversiva: il 29 maggio, in occasione delle manifestazioni Fasciste bolognesi contro il Prefetto, trasferendosi nella città felsinea, ordinava il passaggio dei poteri del Partito dalla periferia al centro; allorché l’Alleanza del Lavoro ebbe proclamato il cosiddetto “sciopero legalitario” per il 1° agosto (indirizzato dichiaratamente contro il Fascismo), Bianchi inviò a tutte le federazioni una circolare in cui ordinava la mobilitazione delle squadre e la loro entrata in azione se lo sciopero non fosse cessato entro quarantotto ore: lo sciopero fu un fallimento e il Fascismo uscì vittorioso dalla prova di forza. Profilandosi gli eventi rivoluzionari di ottobre, Bianchi, discutendo con gli altri membri del Partito se fosse preferibile l’ascesa al potere attraverso nuove elezioni o per via rivoluzionaria, si dichiarò, con Balbo e Farinacci, favorevole alla seconda soluzione. Decisa così la strada rivoluzionaria, Bianchi svolse un compito essenziale nella preparazione della Marcia su Roma: organizzò saldamente il partito, ne allargò l’influenza alle province meridionali; coadiuvò Mussolini nei contatti con le altre forze politiche, compresi gli esponenti del governo Facta. Nominato, in quanto Segretario del Partito e rappresentante dell’ala sindacale, Quadrumviro della Marcia su Roma con De Vecchi, De Bono e Balbo, partecipò alla Sagra di Napoli, ove si concordarono gli ultimi dettagli programmatici. Giunse così a Roma, dove contribuì a sventare impreviste manovre parlamentari. La Rivoluzione fu un trionfo.



3. Al Governo

Mussolini, nella composizione del Governo, suscitò l’accesa protesta di Bianchi contro l’eccessiva larghezza della coalizione. La controversia causò la presentazione delle dimissioni da Segretario del partito, che però non furono accettate. 

Il 4 novembre, Bianchi assumeva la carica di Segretario Generale al Ministero degli Interni. Benché formalmente lasciasse la Segreteria del Partito il 13 Ottobre 1923, in questo periodo delegò le incombenze della stessa a due segreterie: una politica (Bastianini e Sansanelli) ed una amministrativa (Marinelli e Dudan) con direzione generale di Sansanelli. 

Membro del Gran Consiglio del Fascismo, Bianchi si occupò nel primo biennio di Governo di due tematiche fondamentali. La prima, la nuova legge elettorale, il cui progetto, molto laborioso, prese corpo pian piano fino a diventare la ben nota Legge Acerbo, che modificava in senso maggioritario la vecchia legge. La seconda, relativa alla valorizzazione delle forze sindacali e tecniche del Fascismo. 

Bianchi fece quindi parte della cosiddetta pentarchia incaricata di redigere il listone per le elezioni politiche dell’aprile 1924. Fu eletto Deputato per la circoscrizione calabro-lucana con una maggioranza altissima. Rassegnò così le dimissioni dalla carica di Segretario Generale del Ministero degli Interni per incompatibilità con quella di Deputato. Contemporaneamente, quale membro della commissione incaricata di elaborare la riforma del regolamento della Camera, presentò un progetto che prevedeva, tra l’altro, una procedura abbreviata per le discussioni parlamentari. Elaborò inoltre un progetto di riforma costituzionale che rafforzasse il ruolo del Capo del Governo, non molto dissimile dalla volontà di Ritorno allo Statuto di Sonnino, risalente al 1898. Il progetto fu poi superato dalle vicende susseguitesi al delitto Matteotti e al costituirsi di un Regime de facto a partito unico.


 

Il 31 ottobre 1925 divenne Sottosegretario di Stato ai Lavori pubblici con compiti specifici per le province meno sviluppate, rivolgendo parte della propria attività al potenziamento economico del Mezzogiorno e della natia Calabria, ottenendo eccellenti risultati. 

Trasferito il 13 marzo 1928 al Sottosegretariato del Ministero dell’Interno, collaborò all’organizzazione dell’ordinamento podestarile dei Comuni, alla riforma dello stato giuridico dei segretari comunali, al riordinamento dell’organismo della Provincia (nel 1927 vi era stata la grande riforma amministrativa ed erano state abolite le Sottoprefetture), al rinvigorimento della politica sanitaria ed assistenziale. 

Il 12 settembre 1929 Bianchi, rieletto Deputato, venne nominato Ministro dei Lavori Pubblici; purtroppo le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente portandolo alla morte prematura, a Roma, il 3 Febbraio 1930.

 


4. Conclusione

Michele Bianchi fu un vero combattente, un uomo che dedicò tutte le sue energie alla politica, con l’obiettivo primario di risollevare le sorti dei miseri e con esse quelle della Patria. Ancor oggi il suo nome è celebre e ricordato con riconoscenza, soprattutto in Calabria: presso il suo paese natio, Belmonte Calabro, una stele posta su un poggio ricorda il suo impegno per la Calabria e per tutti i lavoratori, gli umili e i diseredati d’Italia. 


Vittorio VETRANO 


Bibliografia

  • AA.VV. (1930), Enciclopedia Italiana Treccani, Roma
  • De Felice R. (1965-1997), Mussolini e il Fascismo (8 volumi), Einaudi, Torino
  • Gorgolini P. (1923), Michele Bianchi, Milano