ITALO BALBO (1896-1940)


Il 28 giugno 1940 muore nei cieli di Tobruch, all’età di soli 44 anni, Italo Balbo, uno degli esponenti più importanti dell’Italia Fascista: giovane ardito della Grande Guerra, vivace organizzatore dello Squadrismo e del Fascismo, Quadrumviro della Marcia su Roma, Eroe delle trasvolate oceaniche, redentore ed organizzatore della Libia, autentico simbolo dell’orgoglio nazionale. Egli perisce all’inizio della seconda guerra mondiale in un grave quanto assurdo incidente aereo. 


Dalla nascita alla Grande Guerra

Italo Balbo nacque il 6 giugno 1896 a Quartesana di Ferrara da famiglia borghese di origini piemontesi. Sin da giovinotto manifestò un carattere allegro, battagliero, vivace ed estroverso.



Alto e magro, ma assai forte e robusto, si contraddistinse assai presto per la caratteristica barbetta a pizzo, sempre accompagnata dai baffi.

Scostante negli studi, si interessò invece alla politica attiva, avvicinandosi agli ambienti mazziniani e garibaldini. Favorevolissimo alla Guerra contro la Turchia, ritiene indispensabile occupare oltre alla Libia anche l’Albania, tanto che con impeto, a soli 15 anni, cerca di fuggire di casa per unirsi alle camicie rosse di Ricciotti Garibaldi che all’inizio degli anni ’10, con ardite azioni in Grecia, tentavano di ricacciare gli Ottomani sempre più ad oriente: tuttavia il padre riesce ad impedirne la fuga facendosi aiutare addirittura dalla polizia.

Scoppiata la Grande Guerra, si schiera immediatamente con l’interventismo iniziando un’intensa attività oratoria, legandosi in particolare a Cesare Battisti e a Benito Mussolini, conosciuto a Milano. All’agognata entrata in guerra si arruola nei reparti ciclisti per passare poi all’8° reggimento alpino, lasciando momentaneamente gli studi (si era iscritto a una scuola di scienze politiche, in seguito equiparata all’università: si laureerà nei primi anni venti).

Al fronte fondò L’Alpino, giornale di trincea delle penne nere. Durante la Guerra raggiunse i gradi di Capitano, frutto di successive promozioni. Si batté eroicamente, autentico interprete dello spirito dell’arditismo: nell’azione guerresca egli portò il suo innato fervore patriottico, il suo temperamento ardimentoso e il suo slancio giovanile. Fu decorato con due medaglie d’argento e una di bronzo al valor militare.



Dallo Squadrismo Rivoluzionario alla Marcia su Roma

Restato attivo nell’Esercito per qualche mese dopo la fine della Grande Guerra, si reca in seguito a Firenze per proseguire gli studi, riprendendo altresì l’attività politica, inizialmente negli ambienti repubblicani e massonici (fu anche iscritto al Partito Repubblicano e membro di loggia), ritenendo che per rivoluzionare il sistema liberale occorresse ricostruire completamente il sistema politico. Ben presto si rese tuttavia conto delle negatività insite in quelle idealità, sicché intraprende un deciso percorso di superamento delle stesse, che lo porta già nel 1919 ad aderire al Fascismo, iscrivendosi precisamente al Fascio di Firenze. Nel frattempo sposa la Contessina Emanuela Florio.

Tornato a Ferrara nel 1920, si trova di fronte alle violenze perpetrate dai rossi, fermamente decisi ad imitare il sovietismo russo ai danni della Patria e del Popolo, attraverso continui scioperi forzati, boicottaggio del sistema economico della Nazione e coercizione forzata dei lavoratori attraverso il sistema delle camere del lavoro. Tutta la Bassa Padana è un immenso campo di battaglia politico-sociale, nel quale Balbo si immerge tosto con la stessa passione manifestata nella guerra mondiale, diventando uno dei promotori della figliolanza e della continuità ideale tra Arditismo bellico e Squadrismo postbellico: lo spirito ardito con cui la giovinezza Italica si era battuta e aveva trionfato sul fronte esterno doveva essere applicato allo stesso modo sul fronte interno, affinché come erano stati battuti i nemici della Patria esterni fossero battuti i nemici della Patria interni. L’Emilia diviene così teatro di violentissimi scontri tra opposte fazioni e Balbo diventa il principale organizzatore dello Squadrismo Ferrarese, di concerto con l’amico fraterno Dino Grandi, capo dello Squadrismo Bolognese, e Ettore Muti, promotore di quello Ravennate.

Conquistandosi la fiducia della popolazione rurale, Balbo, seguendo le idealità sindacaliste promosse da Dino Grandi e Edmondo Rossoni, intraprende immediatamente la lotta ideologica contro il socialismo della Bassa padana: i nuovi sindacati Fascisti della “collaborazione di classe” diventano pian piano la vera e propria alternativa costruttiva al superato sindacalismo marxista della distruttiva “lotta di classe”. L’ascesa del sindacalismo Fascista viene nel tempo riconosciuto anche a livello internazionale, tanto che nel 1922 Grandi potrà rappresentarlo alla Conferenza Internazionale del Lavoro di Ginevra.

Ma la violenta reazione dei rossi impedisce ancora per qualche tempo di deporre l’ascia di guerra, sicché Balbo deve dedicarsi all’organizzazione di assalti e operazioni di difesa dalle leghe rosse, dalle camere del lavoro e financo dai municipi socialcomunisti. La sua squadra si chiamava Celibano, che è una traslitterazione in dialetto ferrarese del cherry-brandy, bevanda preferita da Balbo e tipica del caffè frequentato dagli Squadristi, il Situzz.

L’esuberanza e lo sprezzo del pericolo mostrati da Balbo gli conquistarono in breve tempo un incredibile seguito in tutta la pianura padana. Le sue imprese squadriste del biennio 1921-22 divennero leggendarie: tra queste rimasero celebri soprattutto le audaci incursioni contro gli antifascisti di Goro, Copparo, Mesola, Poggiorenatico e Massafiscaglia. Ma un’eco ancora maggiore ebbe l’assalto a Portomaggiore del 24-25 Marzo del ’21, allorché Balbo, alla testa di 4.000 uomini armati, occupò e tenne il paese alla maniera di un capitano di ventura rinascimentale (non a caso l’amico e camerata Dino Grandi lo definì il Giovanni dalle Bande Nere del XX secolo). Celebri rimasero altresì la cosiddetta Marcia su Ravenna, la battaglia dell’estate del ’22 contro i socialisti di Oltretorrente a Parma, l’assalto al Castello Estense di Ferrara, le operazioni di supporto ai camerati di Venezia, Bologna e Milano e infine la memorabile Marcia su Bologna, capeggiata il primo giugno 1922 assieme a Dino Grandi, che si concluse addirittura con la destituzione del Prefetto.

Contrario con Grandi e Farinacci a ogni tipo di patto di pacificazione coi socialisti, contribuisce però ad evitare spaccature all’interno del Fascismo, che si consolida come Partito unitario.



Divenuta ormai prossima l’azione insurrezionale, il 16 ottobre 1922 Balbo si incontra all’Hòtel du Parc di Bordighera con De Vecchi e De Bono, per gettare le basi dell’azione rivoluzionaria nella Capitale. In quell’occasione l’anziana Regina Margherita li invita a colazione (Balbo rinuncia però al pranzo poiché non aveva a disposizione l’abito adatto) e li esorta a marciare su Roma per il bene della Patria. Profondamente colpito dall’acume mostrato dalla Regina Madre, inizia ad allontanarsi vieppiù da ogni residuo di ideale repubblicano, instaurando nel tempo un profondo legame con la Casa Reale, riconoscendo alfine l’insostituibile ruolo della Monarchia per la vitalità della Nazione Italiana.

Nominato, con De Bono, Bianchi e De Vecchi, Quadrumviro della Marcia su Roma, partecipa ai concitati giorni che la precedono e sin dalla Sagra di Napoli è tra i più accessi sostenitori dell’azione rivoluzionaria, al contrario del Capo di Stato Maggiore dei Quadrumviri Dino Grandi, assai più prudente: le divergenze vengono presto sanate e si dà il via alla Rivoluzione. Balbo muove con le sue squadre da Perugia all’Urbe e si ha così la trionfale Marcia su Roma.


Prime esperienze di governo; al Ministero dell’Aeronautica

Dopo la vittoria della Rivoluzione, Balbo resta uno dei Fascisti più intransigenti, divenendo il vero e proprio esperto militare del Partito, di cui entra nella direzione su proposta di Grandi. Membro del Gran Consiglio del Fascismo, una volta costituita la MVSN (1923), a soli ventisette anni, ne è subito uno dei quattro Ispettori Generali, con Gandolfo, Igliori e Perrone Compagni, nonché Comandante Generale. 



Intanto comincia ad interessarsi sempre più all’aeronautica, che nel 1923 il Vicecommissario Aldo Finzi aveva contribuito a trasformare in Arma dell’Esercito (Regia Aeronautica). Il Commissariato viene quindi trasformato in Ministero, alla guida del quale si pone lo stesso Duce, che nel novembre del 1926 lo chiama quale Sottosegretario. In questo periodo Balbo intrattiene importanti relazioni relativamente ai problemi dell’aeronautica col Principe Ereditario Umberto, di cui diviene amico di ferro. Da allora si dedica, con frenetico attivismo, allo sviluppo dell’arma aerea, una passione che lo rende presto famoso in tutto il mondo e che lo porta nel 1929 ad essere nominato prima Generale di Squadra Aerea, poi Ministro dell’Aeronautica.

Come Ministro, Balbo promuove subito un efficace decentramento per coordinare e promuovere lo sviluppo aeronautico: si ha così la costituzione del centro studi di Montecelio, diretto dal Generale Ingegnere Alessandro Guidoni, e della scuola di Alta velocità a Desenzano del Garda. Iniziano così i primi voli di un certo rilievo, fino a giungere all’organizzazione di una trasvolata atlantica con uno stormo di idrovolanti. Balbo seleziona per l’impresa i più validi piloti della Scuola di Navigazione Aerea d’Alto Mare, allora diretta dal Maggiore Ulisse Longo, addestrandoli egli stesso all’utilizzo delle comunicazioni radiofoniche ed al cosiddetto volo cieco. Il 17 dicembre 1930 decollano da Orbetello dodici idrovolanti S.55, adattati appositamente pel volo oceanico e dotati di motore Fiat, con l’appoggio di cinque cacciatorpediniere. Dopo le prime difficoltà, undici aerei riescono, il 15 gennaio 1931, ad ammarare a Rio de Janeiro dopo aver percorso diecimila chilometri.

Il successo dell’impresa induce Balbo a programmare nientemeno che un giro del mondo, da effettuarsi nel 1932 nel quadro delle celebrazioni pel Decennale della Marcia su Roma. Il progetto viene tuttavia rimandato a causa di due gravi problemi: da un lato la situazione creatasi tra Cina e Giappone, che preclude i cieli dell’estremo oriente, dall’altro l’onda lunga della recessione americana, innanzi alla quale si preferisce non impegnare risorse in progetti troppo onerosi.

Balbo è costretto così a cambiare obiettivo e ad organizzare una trasvolata che rimane tuttavia notevole, la Orbetello-Chicago-New York-Ostia. Lungo il percorso vengono dislocate sei baleniere, due vedette, due sommergibili e tre stazioni meteorologiche allestite in Groenlandia, pronte a fornire i bollettini necessari. Il 7 luglio 1933 venticinque S.55 decollano da Orbetello, muniti questa volta di due motori Isotta Fraschini da 930 cavalli. Si sorvolano così le Alpi, per poi giungere in Islanda e in Canada, per ammarare a Chicago e infine a New York, dove a Balbo e ai suoi viene riservato un trionfo senza precedenti.

Balbo entra così nella leggenda ed è soprannominato Atlantico, e pure Atlantici sono detti i suoi camerati d’avventura. Diviene così Maresciallo dell’Aria ed è accolto trionfalmente a Roma.


Balbo in trionfo a Broadway per la Crociera del Decennale

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L’azione di Balbo come Ministro dell’Aeronautica darà ulteriori frutti negli anni successivi: in particolare con la partecipazione alla guerra civile spagnola si assiste infatti alla prima grande sfida per i piloti Italiani, che si distinguono nei vari Gruppi dell’Aviazione Legionaria. Tra i Gruppi celebri l’Asso di Bastoni, la Cucaracha e la Gamba di Ferro, che prese il nome dall’eroico Capitano Ernesto Botto, che il 12 ottobre del 1937, ai comandi di un C.R.32 sui cieli di Saragozza, si imbatté in uno scontro con un caccia sovietico, dal quale riuscì ad uscir vivo seppur mutilato di una gamba.

Di lì a poco si affronta il secondo conflitto mondiale, dove sfolgorerà il coraggio e l’abilità dei nostri piloti alla guida delle famose “vacche”, soprannome degli SM.79, 80, 81 e 82.


Governatore della Libia

Il 26 novembre del 1933 Balbo viene nominato Governatore della Libia e in tale veste, operativa dal 1934, riesce nel giro di qualche anno a predisporre tali migliorie in tutti i campi e ad ottenere un tale numero di successi politici, economici e sociali da diventare un esempio per molti governi coloniali.

Egli si pose come obiettivi primari l’accrescimento del benessere della popolazione, il miglioramento ambientale ed economico del territorio e l’assoluta pacificazione, collaborazione e fruttifera convivenza tra etnie, culture e religioni.

Per ottenere tale ambizioso programma, il Governatore Balbo promosse il credito agrario, la costruzione di pozzi per l’acqua, il rimboschimento, la lotta alla desertificazione (furono conquistate terre al deserto attraverso mezzi straordinariamente innovativi), gli aiuti governativi per la coltivazione dei campi, oltre un’immensa serie di lavori pubblici, grazie ai quali furono costruite numerosissime città e villaggi nonché strade e carrozzabili in tutto l’immenso territorio.

Nell’ambito della promozione delle diverse culture, Balbo intessé rapporti fruttiferi con tutti i cittadini della Libia. In particolare egli definiva i libici islamici Musulmani Italiani della Quarta Sponda d’Italia. Grazie all’istituzione della cittadinanza Italiana Libica, tutte le razze presenti poterono avere proprie rappresentanze e partecipare alla vita sociale e politica.



Ventisei nuovi villaggi furono costruiti per 20.000 nuovi coloni Italiani e altri dieci villaggi furono fondati per Arabi e Berberi. Ognuno di questi villaggi era dotato d’ogni servizio e conforto, sulla base delle necessità etniche, linguistiche e religiose. Fu poi inaugurata la Via Balbia, grande strada di comunicazione tra Tripolitania e Cirenaica, che sarebbe dovuta diventare un giorno l’asse viario principale dell’intera Africa settentrionale. In totale si realizzarono e 4.000 km di strade carrozzabili e 400 km di strade ferrate.

Furono anche promossi gli scavi archeologici, tanto che città come Leptis Magna, Sabratha, Cirene, Apollonia e tante altre furono riscoperte e divennero mete di altissimo livello, adatte anche a un turismo patriottico volto a riscoprire la grandezza dell’antichità Romana.

Per quanto riguarda l’organizzazione amministrativa della Libia, l’obiettivo di Balbo fu assimilarla pian piano agli altri compartimenti metropolitani. Già con il R.D.L. del 3 dicembre 1934 Tripolitania, Cirenaica e Fezzan furono unificati in unica Colonia, la Libia. Ma l’atto decisivo con cui la Libia divenne una regione metropolitana Italiana a tutti gli effetti fu il R.D. n. 70 del 9 Gennaio 1939, con cui le quattro Province (Tripoli, Bengasi, Misurata, Derna) venivano integrate nel Regno, mantenendo il Territorio Militare del Sud (Sahara Libico) uno statuto suo peculiare.

Nel 1940 gli Italiani in Libia erano circa 120.000 e nella sola Tripoli si avviavano a diventare probabilmente nel giro di un decennio più della metà della popolazione totale.

Questa fase di sviluppo generale fu però bruscamente bloccata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. La Libia felix fu distrutta nel giro di un po’ di decenni, fino a giungere alla Libia attuale, che è eufemistico definire disastrata.

Il confronto tra la Libia Italiana e Fascista e la Libia sortita dall’azione decolonialista della liberaldemocrazia e del comunismo è impietoso e imbarazzante per questi ultimi: è come confrontare un gigante con un nano.


L’entrata nella seconda guerra mondiale e la morte

Italo Balbo si dimostra subito ostilissimo all’avvicinamento alla Germania, alle leggi razziali (a questo proposito si erge a vero e proprio difensore della comunità ebraica d’Italia) e all’eventualità di un’entrata in guerra. E’ più volte a Roma per denunciare la totale impreparazione bellica in Libia e la sproporzione di forze in Nordafrica con francesi e inglesi. Mussolini lo rassicura tuttavia che non vi sarà alcuna guerra. Dino Grandi condivide le preoccupazioni di Balbo, con cui coordina l’azione politica propensa a una lunga neutralità. In effetti l’entrata in guerra si avrà in modo quasi estemporaneo, in seguito allo strabiliante collasso della Francia, che convinse Mussolini che si sarebbe trattato di una guerra brevissima e vittoriosa.

Italo Balbo è assai scettico, ma impegna subito tutto se stesso. Tuttavia una grave sciagura colpisce l’Italia: il 18 giugno 1940, ad appena 18 giorni dall’ingresso dell’Italia in guerra, per un fatale e assurdo errore la contraerea italiana centra in pieno l’aereo di Italo Balbo che non era impegnato in nessuna missione, ma solo in un volo di ricognizione nei cieli africani, privando l’Italia di uno dei suo figli più forti, più arditi e più devoti.


Conclusioni: eredità politica di Italo Balbo

Italo Balbo è stato uno degli uomini più validi del XX secolo. In particolare il suo atteggiamento positivo nei confronti della vita, caratterizzato di ottimismo e volontà di costruire e osare deve servire d’esempio per tutti. Dal punto di vista più strettamente politico, egli si segnala per l’acume dimostrato nell’elaborare una corretta interpretazione dei concetti di sviluppo e di colonialismo. Dal punto di vista militare, egli è stato il padre della moderna aeronautica.

Che dunque l’esempio di Balbo sia di sprone per le attuali generazioni affinché reagiscano all’intorpidimento e alla decadenza generale del presente periodo storico.


Vittorio VETRANO

 

Bibliografia

  • AA.VV. (1938), Balbo, Italo in Enciclopedia Italiana - I Appendice
  • De Felice R. (1965-1997), Mussolini e il Fascismo (8 volumi), Einaudi, Torino
  • Grandi D. (1985), Il mio paese: ricordi autobiografici, a cura di De Felice R., Il Mulino, Bologna

 

Immagine del titolo: Balbo Ministro dell’Aeronautica e Maresciallo dell’Aria, da https://www.histouring.com/data/cch/addon_image/1116600x600xy/Italo-Balbo.png