Seconda puntata del nostro focus su "Rinascita dell'Aristocrazia". Interviene, con una lezione magistrale, il prof. Morganti.


Aristocrazia. Un termine da “liberare” dai cascami della modernità.


In tempi di totale decadenza culturale e spirituale quale il nostro, la corruzione del linguaggio giunge ad un livello tale da consentire di prescindere da qualsiasi suo significato oggettivo, relegandolo a mero contenitore che può essere riempito da qualsiasi significato il potere/potente/denaro desideri, potendo anche mutare ad ogni istante sulla base di mutate esigenze di controllo sociale e perdendo quindi ogni rapporto con l’Ordine del Cosmo [1].

Ecco perché oggi è opportuno iniziare ogni approfondimento che non voglia impantanarsi nella doxa, nell’inutile – in quanto tale - opinione individuale, con un ritorno al reale dei termini usati [2].

Come tutti ben sappiamo, il termine “Aristocrazia” è composto dai termini greci ἄριστος «ottimo» e -κρατία «governo». Il “governo degli ottimati”, che già di per sé rimanda alla necessità di una chiara coscienza di cosa significhi “ottimo” riferito all’uomo; poi, di conseguenza, di che significhi rettamente “governo” [3]; un doppio, arduo problema per l’uomo d’oggi.

In realtà il termine “Aristocrazia” nel tempo ha subito una serie di slittamenti di significato sempre più spericolati ed acrobatici, passando dall’indicare un ceto sempre più “chiuso” ed ereditario nei secoli fra la fine del Medioevo e l’inizio della modernità, e finendo ai tempi nostri per indicare addirittura i “possessori del molto” (si pensi all’ossimoro dell’“aristocrazia del denaro”, o alla grottesca definizione dell’ultimo governo italiano come “governo dei migliori”) [4].

Inoltre, nel contesto della più ampia decadenza di costumi, morale e spirito che connota il mondo post-illuminista, si è potuto constatare come gli assi ereditari delle “famiglie aristocratiche” di storica nobiltà [5] ereditaria non si siano troppo spesso distinti dalla massa della parte più ricca della borghesia, assorbendone usi e costumi e perdendo evangelicamente il sapore del proprio sale; non vi è infatti nulla di più inutile e ridicolo di un nobile il cui tenore di vita si confonda con quello del cd. Jet set contemporaneo.

Per non procedere da contesti religioso-culturali estranei al nostro che richiedono conoscenze oggi non comuni [6], e per rimanere anche temporalmente il più vicino possibile alle radici più prossime dell’Aristocrazia oggi ancora esistente, in queste poche righe vorrei solamente ricordare a tutti, me compreso, come il Beato martire francescano Raimondo Lullo (1232-1316) illustri nel suo Libro dell’Ordine della Cavalleria (ca. 1275), con tutta la profondità simbolica del Medioevo cristiano, origine e vocazione dell’utero spirituale della nobiltà europea dell’ultimo millennio, per l’appunto la Cavalleria [7]:

«…2. Quando cominciò nel mondo il dispregio per ogni giustizia ed ogni verità, si convenne che queste venissero restaurate per mezzo del timore; perciò ogni popolo venne diviso in migliaia di uomini e, fra mille di essi, uno ne fu scelto che per bontà, saggezza, lealtà, valore, nobiltà, bellezza e devozione, su tutti gli altri prevalesse.

3. Anche fra le bestie si cercò la più bella, la più tenace e quella che più si addicesse al servizio degli uomini; e poiché il cavallo è l’animale più nobile e più adatto a servirlo, perciò fu scelto e dato all’uomo, che era stato eletto fra mille; ecco perché quell’uomo si chiamò Cavaliere.

(…)

5. Amore e timore cono i rimedi contro la discordia e lo spregio delle leggi: si convenne perciò che il Cavaliere, per la nobiltà del suo animo e per i suoi buoni costumi, nonché per l’altissimo onore che gli era stato fatto scegliendolo fra tutti e dandogli armi e cavallo, fosse amato e temuto dalle genti, affinché, con l’amore, riportasse sulla terra la primordiale armonia e, per mezzo del timore, ristabilisse la giustizia e la verità.» [8]


Chi fosse curioso di approfondire il legame più profondo, quello spirituale, fra l’istituzione della Cavalleria e la nobiltà, fino ai vertici massimi costituiti nella Tradizione europea dalla mansione Imperiale, può utilmente riferirsi al Pontificale Romanum fissato dal Concilio di Trento, in cui la gerarchia nobiliare, dalla figura del Re al Cavaliere, è ordinata e compresa nelle sue fonti di legittimità sacramentale all’interno di un evidente ordinamento gerarchico unitario, che discende dall’Ordinazione sacerdotale e vescovile e procede per gradi attraverso l’Ordinazione regale, maschile e femminile, fino all’Investitura cavalleresca [9].

Rammentando anche come il rituale di Investitura cavalleresca e quello – distinto dal primo – di ingresso di un Cavaliere già investito come tale all’interno di un Ordine cavalleresco, lungi dall’esser reliquia di un tempo andato, è ancor oggi alla base della vita sacramentale degli Ordini Cavallereschi riconosciuto dalla Santa Sede, la meditazione non erudita sul fondamento dell’Aristocrazia, quantomeno nel contesto della Tradizione romano-cristiana, viene innanzitutto liberata da ogni feticismo legato alle forme esteriori della Cavalleria medesima (si pensi al “collezionismo” di onorificenze legate più o meno direttamente e degnamente ad Ordini Cavallereschi o dinastici oggi non più esistenti, o sopravviventi in quanto apparenza di antiche dignità non più osservate o osservabili), e nel contempo dall’irrigidimento ereditario, oramai del tutto inutile, quando addirittura impietoso nell’obbligare a confronto generazioni diverse, e quindi mondi diversi [10].


Se la fase terminale della modernità – questi anni caotici e convulsi - possiede un isolato e residuo merito, è proprio quello di ricondurre l’interesse non erudito attorno a questi argomenti alla sua nuda natura esistenziale, ed al suo altrettanto scabro fondamento spirituale:

«14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti»[11] .

Ogni singolo passaggio di questo testo celeberrimo potrebbe essere “aperto” nella sua natura profondamente simbolica, e quindi polisemica, ed illuminare una parte preziosa della vocazione all’aristocrazia, alla lotta interiore ed al costante coltivare sé stessi, che non si realizza se non nelle forme distillate, ripetutamente collaudate e lentamente secrete dalla Tradizione [12]. Anche se oggi, probabilmente, sarebbe già moltissimo poter esser certi che venga comunemente compreso e concretamente messo in atto il significato del motto che maggiormente condensa sia la vocazione cavalleresca che ogni agire da nobile, ossia non vile: «Tuitio Fidei et obsequium pauperum» [13]: questa è la Via, probabilmente l’unica da secoli, che in Europa apre le porte ad una non viltà, la quale può – anche se non necessariamente, tant’è che il riconoscimento finale non avviene su questa terra – ricevere da un’Autorità legittima una conferma formale e giuridica come nobiltà.


Adolfo MORGANTI


[1] Il riferimento obbligato è a A. Mordini, Verità della cultura, Rimini 1995, e Idem, Verità del Linguaggio, Roma 1974. In modo particolare la “carità delle armi” vi viene illuminata a pagg. 249 e segg. Sul rapporto fra linguaggio, cultura ed intuizione religiosa dell’Ordine del Cosmo, vedi M. Eliade, Il sacro e il profano, trad. it. Torino 2013 e J. Ries (a c.), Le origini e il problema dell’Homo Religiosus, Milano 1989.

[2] Cfr. G. Thibon, Ritorno al reale, trad. it., Roma 1972.

[3] Sul tema vedasi H. Rommen, Lo Stato nel pensiero cattolico, n. ed., Rimini 2022.

[4] Benché la Metafisica della storia sia disciplina oggidì ben poco frequentata, essa permane indispensabile per non essere spazzati via dalla pressione delle novazioni e dell’infinita proliferazione delle notizie quotidiane; attorno a questo passaggio di civiltà vedi quindi introduttivamente A. Mordini, Il Tempio del Cristianesimo. Per una retorica della storia, Rimini 2006, pagg. 85 e segg.

[5] Ricordiamo come una celebre etimologia simbolica medievale facesse derivare “nobilis” da “non vilis”.

[6] Grazie alle quali, tuttavia, un’adeguata comparazione è non solo possibile, ma assai stimolante; vedi in tema A. Morganti, Bushidō e Cristianesimo. Maestri e Sapienti fra due mondi (XVI-XXI secolo), Rimini 2021

[7] Proporre un percorso bibliografico di approfondimento sulla Cavalleria medievale europea è più complesso oramai della cerca del Sacro Graal; quantomeno si veda F. Cardini, Alle radici della Cavalleria medievale, n.ed. Bologna 2014; Idem, “Oh, Gran bontà de’ Cavallieri antiqui”. Scritti sulla Cavalleria e sulla Tradizione Cavalleresca italica, Rimini 2021; San Bernardo di Chiaravalle, Lode della Nuova Cavalleria, a c. di F. Cardini, Rimini 2017, e l’ampia bibliografia ivi contenuta; A. Morganti, “Miles Quondam, Miles futurus”: introduzione alla spiritualità cavalleresca, in Aa.Vv., Il Codice di Pietra, Riola 2009.

[8] R. Lullo, op. cit., Parte I, parr. 2,3 e 5; trad. a c. di G. Allegra, Carmagnola 1983, pagg. 67-69. Si noti, di passaggio, l’impressionante incarico che Lullo affida al Cavaliere cristiano: restaurare «la primordiale armonia», il che rimanda immediatamente allo Stato edenico dell’Umanità prima della Caduta. Su ciò vedi G. Géorgel, Le quattro Età dell’Umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia, n. ed., Rimini 2022.

[9] Pontificale Romanum. Editio princeps (1595-1596), Index Primae Partis, edd. a c. di M. Sodi e A.M. Triacca, Città del Vaticano 1997, pagg. 8-285. Sul tema vedi anche A. Morganti, Il Cingolo antico e lieve. L’Ordine della Cavalleria tra iniziazione sacramentale ed appartenenza onorifica, in Aa.Vv., Miscellanea in onore dei 60 anni di Luigi G. de Anna, a cura di L. Lindgren, Turku 2006.

[10] Per non parlare delle parodie massoniche della cavalleria, che infestano specialmente il cd. “templarismo” contemporaneo; sul tema vedi F. Cardini, Templari e Templarismo. Storia, mito, menzogne, Rimini 2011; A. Morganti “Attorno al Templarismo e ai suoi legami con la Massoneria”, in Religioni e Sette nel mondo, n°25, Bologna 2003-4.

[11] Matteo 25, 14-30, trad. CEI

[12] Concetti qui essenziali come “capacità”, “guadagno”, “paura”, “fedeltà”, “autorità”, “un uomo duro”, “fannullone” “a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” andrebbero certamente interpretati secondo tutta la loro possanza polisemica, il che di per sé richiederebbe più di una vita intera; come sintetico esempio di come forse possa essere di qualche utilità un lavoro siffatto vedasi A. Morganti, “Ausculta filioVirtù e pratica dell’obbedienza da San Benedetto alla Cavalleria medievale europea”, in Avallon, Rimini, n°48/2001, pagg. 79 e segg.

[13] Motto particolarmente custodito oggidì dall’Ordine di San Giovanni, poi di Rodi, poi di Malta, ma proprio in realtà dell’intera tradizione cavalleresca cristiana europea. Non sarà forse del tutto inutile sottolineare come i “poveri” di cui qui si tratta non sono oggidì solamente coloro che non hanno denaro, ma soprattutto i “poveri di spirito” e coloro che hanno perso il senso della propria esistenza, divenendo in tal modo più poveri di ogni povero: ed è questa, con tutta evidenza la miseria dominante nell’”occidente” contemporaneo che rende misero anche chi in realtà possiede inutilmente fin troppi beni.


(Fine seconda parte; continua con la terza parte)