FOCUS DI APPROFONDIMENTO: "QUO VADIS, AMERICA"?


Con questa analisi di Leonardo Rivalenti, tanto acuta quanto dettagliata, in merito alla futura politica espansionista USA, concludiamo  il focus di approfondimento "Quo vadis, America?".


BIDEN E LA POLITICA ESTERA:

cosa può cambiare e come rispondere


Con la vittoria ormai confermata dal Congresso, pare ormai inevitabile che il 20 Gennaio si insedierà alla Casa Bianca Joseph Biden, del Partito Democratico, come nuovo Presidente degli Stati Uniti. Esponente dell’ala centrista del Democratic Party, Biden si troverà a dover mediare una nazione divisa, in cui due visioni ormai metapolitiche comunicano sempre meno tra loro e promuovono visioni totalmente discrepanti circa l’identità nazionale americana. Affiancato poi da un gabinetto prevalentemente progressista e da cui il nome di Kamala Harris spicca prepotentemente, tale missione si preannuncia tutt’altro che semplice. Tuttavia, la politica interna non è l’unico campo in cui il nuovo Presidente degli USA dovrà affrontare delle sfide complesse: infatti, l’Era Trump ha anche apportato delle importanti trasformazioni alla politica estera degli Stati Uniti, alcune delle quali forse anche facilmente cancellabili, altre tuttavia probabilmente destinate a rimanere in atto ancora per diversi anni.

Per meglio comprendere la natura di queste trasformazioni, il punto iniziale dovrebbe essere il paradigma strategico. Infatti, questo costituisce le fondamenta di qualsiasi politica estera, una volta che ne stabilisce i presupposti, gli obiettivi da raggiungere e delinea il modo in cui tale Stato intenda raggiungerli. Detto ciò, nel caso degli Stati Uniti d’America, la grande strategia viene normalmente definita dalla National Security Strategy, un documento pubblicato dalla Casa Bianca che delinea le linee entro cui il Governo degli Stati Uniti si muoverà in politica estera e nell’ambito militare. Anche se pubblicato dal Presidente, questo documento viene elaborato con la cooperazione di altri dicasteri importanti, quali il Dipartimento di Stato e il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, in modo tale da riflettere non solo la visione della classe politica in comando, ma anche quella del cosiddetto Deep State, ovvero di quella classe di leaders militari e membri dell’altra burocrazia che, ancora più del Presidente e dei suoi ministri, costituiscono una colonna fondante dell’Impero Americano. Di questi documenti, l’ultima National Security Strategy è stata pubblicata nel 2017 ed ha avuto tra i suoi principali proponenti l’allora Segretario alla Sicurezza Nazionale, il Generale Herbert R. McMaster.

Questo documento del 2017 aveva segnato un importante punto di rottura rispetto alle strategie messe in atto sotto Bush e Obama, una volta che riconosceva il passaggio dalla precedente “Guerra al Terrore” al “Confronto tra Grandi Potenze.” Ciò implica, in primis, un cambiamento totale nell’identificazione del nemico, elemento fondante di una strategia: con la guerra al terrorismo, da un lato, il nemico è vago, non nitidamente definito e globale; con il confronto tra grandi potenze invece i nemici passano ad essere molto più concreti: sono altre nazioni, con territori ben definiti, le cui ambizioni di potenza si scontrano con quelle di Washington D.C.. Oltre all’evidente identificazione del nemico, ciò che cambia è anche il modo in cui l’obiettivo prefissato viene raggiunto. Se la prima strategia richiede necessariamente un approccio multilaterale e forse anche globale, dal momento in cui necessitava di coinvolgere anche attori non statali, la seconda invece è competenza esclusiva dello Stato e non presuppone necessariamente un approccio multilaterale – al massimo, un’alleanza o coalizione con nazioni i cui interessi convergano.

Oltre a questo cambiamento di strategia, si era vista emergere una tendenza isolazionista, o quantomeno difensiva, in seno alla politica estera a stelle e strisce. Tale tendenza è stata esemplificata dai tentativi dell’Amministrazione Trump di trovare un accordo con i Talebani e quindi ritirarsi dall’Afghanistan (poi naufragati), dal recente ritiro dell’Esercito Americano dalla Germania, ordinato da Trump verso la fine del 2020, fino ai tentativi di pacificare la situazione tra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Tutte queste politiche, insieme alla riduzione sostanziale di pressione contro la Russia erano mirate principalmente a ricalibrare la politica estera USA verso quella che al momento rappresenta la principale minaccia alla sua egemonia mondiale: la Repubblica Popolare Cinese. In questo modo, mentre da un lato, gli Stati Uniti si sganciavano, o almeno diminuivano la loro presenza in teatri divenuti secondari o almeno non vitali, la aumentavano in Estremo Oriente, ed in particolar modo nel Mare Cinese Meridionale, intensificando anche in cui la collaborazione con altre potenze anti-Cinesi, quali il Giappone, l’Australia e l’India.

Già durante la sua campagna elettorale, Joe Biden aveva promesso di alterare significativamente la politica estera Americana, tornando al multilateralismo, alla propagandistica globalizzazione della democrazia, re-impegnandosi in Europa, intensificando la politica di contenimento anti-Russo e possibilmente riaprendo anche il dialogo con la Cina. Tuttavia, queste promesse sembrano più facili ad essere pronunciate che ad essere messe in atto e questo non solo perché Trump, con la sua imprevedibilità ed irruenza avrebbe stravolto tutti gli equilibri internazionali, ma anche e soprattutto perché è cambiata la natura stessa delle sfide che gli USA devono affrontare. Non a caso, durante una videoconferenza ospitata dall’Università di Saint Andrews a Novembre dello scorso anno, lo stesso Generale McMaster, militare di carriera non vincolato al GOP o alla persona di Donald Trump, sostenne che la sua strategia avesse una natura a-partitica essendo quindi applicabile anche da un’amministrazione ad indirizzo diverso da quello Repubblicano.

In questo modo, gli USA dovranno continuare ad affrontare l’emergere della Cina come grande potenza come principale sfida al loro impero globale. Qui non bisogna illudersi troppo di fronte alle promesse di Biden di riaprire il dialogo con Pechino. Infatti, la realtà oggettiva è che gli USA, dopo aver raggiunto un quasi-impero globale (fatto inedito nella storia), hanno iniziato ad accusarne il peso, eccessivo anche per la loro potenza, situazione che ha permesso non solo l’emergere di potenze regionali amiche (almeno per il momento), ma anche di potenze rivali, disposte a sfidarli su scala globale. La Cina ne è l’esempio più evidente. In maniera simile ad Atene e Sparta ai tempi della Guerra del Peloponneso, Stati Uniti e Cina si stanno quindi sfidando da potenza dello status quo e potenza emergente, nel sistema detto anche Trappola di Tucidide. L’esito possibile e forse probabile è la guerra, il cui rischio ci viene costantemente ricordato dalle tensioni incessanti nel Mare Cinese Meridionale (dove il dispiegamento della Marina Militare Italiana è previsto per il 2024), a Taiwan e alle Isole Senkaku. A questo proposito, occorre anche ricordare che le prime politiche di contenimento anti-Cinese, con il Pivot to Asia, furono messe in atto dall’Amministrazione Obama, per poi essere potenziate da Trump. Non vi sono quindi ragioni per presumere un cambio di tendenza sotto Joe Biden.

Sul fronte europeo invece, ci si dovrà aspettare cambiamenti più sostanziali. Sebbene Trump non fosse al soldo del Cremlino, come certa sinistra cospirazionista aveva provato a sostenere e sebbene non vi sia stato alcun genere di riconciliazione tra la Casa Bianca e il Cremlino durante la sua Presidenza, vi era innegabilmente stata una quiescenza su quel fronte. Certo, le sanzioni sono rimaste in atto, la Crimea continua ad essere considerata territorio Ucraino, la NATO continua ad esercitarsi nella GIUK Gap e nel Baltico e la Russia rimane in massima allerta, con i confini altamente militarizzati. Tuttavia, la situazione sembrava aver raggiunto un punto di stallo. Le pressioni economiche effettuate dall’Amministrazione Trump contro la Germania, legate in particolar modo alla costruzione del gasdotto North Stream 2 avevano una valenza più economica che geopolitica, essendo la prima la principale chiave di lettura della politica internazionale per Donald Trump. Ad ogni modo, se da una parte Obama aveva massimizzato le pressioni contro la Russia, dall’altra Trump sembrava aver raggiunto un ragionevole livello di coesistenza pacifica, coesistenza che Biden promette di disfare. Infatti, nonostante già nel 2019 il Pentagono abbia dato un parere sfavorevole ad un ingaggio su due fronti, che in caso di guerra potrebbe rivelarsi insostenibile, già durante la campagna elettorale Joe Biden aveva promesso un inasprimento delle politiche verso Mosca. Qualcosa di prevedibile, dal momento in cui la manutenzione di uno stato di tensione in Europa Orientale è funzionale agli interessi americani, onde evitare la consolidazione di un asse Euro-Russo, che potrebbe mettere a repentaglio la loro posizione e la loro presa sul Vecchio Continente.

Un altro teatro in cui non ci si dovrà aspettare cambiamenti sostanziali è il Vicino/Medio Oriente. Possibilmente, il principale cambiamento sarà una ripresa delle pressioni contro la Siria, che si erano attenuate sotto la Presidenza Trump, dove oltre ad alcuni bombardamenti missilistici dalla limitata efficacia e la manutenzione dei regimi di sanzioni già esistenti, si aveva testimoniato una diminuzione considerevole delle pressioni, in confronto all’Era Obama. La Turchia invece, probabilmente rimarrà un alleato problematico, dato che se da un lato l’appoggio Turco è fondamentale sia per limitare la proiezione Russa nel Mediterraneo che per avere una testa di ponte in Medio Oriente, dall’altro le tensioni di questa con i paesi europei impediscono agli USA di adottare una politica eccessivamente filo-turca. Probabilmente invece, le tensioni con l’Iran si manterranno a livelli simili a quelli attuali, con gli USA interessati ad esercitare un controllo esclusivo sul vitale Stretto di Hormuz, fondamentale per controllare il commercio mondiale del petrolio e dove Washington mantiene schierata la sua 5° Flotta.

Come anticipato, un aspetto in cui invece si potrebbero vedere cambiamenti più netti riguarda l’approccio alle organizzazioni internazionali e il ruolo dell’ideologia in politica estera. Già durante la campagna elettorale, Biden aveva assicurato che avrebbe fatto di ciò una delle fondamenta della sua politica estera, come anche esemplificato dalla sua proposta di organizzare un “Summit delle Democrazie”. Sarebbe quindi l’inizio di una nuova strategia offensiva degli USA, usando, come fino ad un decennio fa, la democrazia come pretesto per delle politiche espansioniste? Possibile, anche se non probabile, dato che le attuali circostanze imporrebbero agli Stati Uniti di scegliersi gli alleati su una base pragmatica e non ideologica. Un’altra spiegazione più plausibile sarebbe quella di un tentativo di consolidare l’impero almeno in quelle regioni dove si trovano gli alleati più fedeli. Naturalmente, rimane anche aperta la possibilità che si tratti semplicemente di retorica a cui non seguiranno fatti, anche se questo rimane improbabile, dato che gli USA hanno sempre fatto uso del pretesto dell’espansione della democrazia per giustificare determinate loro scelte geopolitiche.

In questo modo, si può affermare che se sicuramente la politica estera americana cambierà retorica e se si vuole <<immagine>>, le sue grandi direttive strategiche probabilmente resteranno immutate o subiranno cambiamenti minimi. Questo dal momento in cui non solo in questo settore pesa molto l’influenza dello Stato Profondo, ma esso deve anche adattarsi ai cambiamenti nell’arena internazionale. Così, mentre l’America è in crisi, sia interna che esternamente e si vede sfidata da nuove grandi potenze, l’Europa (e l’Italia in essa) è chiamata a scegliere. Può continuare ad essere l’appendice orientale del sistema che gli USA hanno creato dal 1945 in poi, condividendone quindi i destini e accettando che gli interessi dei primi potrebbero sovrapporsi a quelli europei, oppure iniziare a cercare una sua strada. Ciò può essere ottenuto sfruttando situazioni come l’attuale competizione tra questi e la Cina, oltre che delineando strategie comuni e proteggendo risorse strategiche europee. Naturalmente ciò richiede riforme strutturali, sia interne al nostro paese, retto da una repubblica nata per servire interessi stranieri, che in ambito europeo, dove le attuali strutture politico-economiche assumono troppo spesso tratti antinazionali ed eccessivamente economicisti.


Leonardo RIVALENTI


Foto di copertina da https://www.corriere.it/opinioni/19_aprile_25/vulnerabile-bidenpreoccupa-trump-320360fe-677d-11e9-8fa9-3e1bbc7d4c0f.shtml