FOCUS DI APPROFONDIMENTO: "IL SUDAFRICA E IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA MULTIETNICA"


Una recente esperienza personale: in questa terza ed ultima parte dell’approfondimento, viene narrata un’esperienza personale di viaggio in Sudafrica dell’autore, utilissima per toccare con mano i concetti e i ragionamenti espressi in precedenza.     


Terza parte


3. Diario di viaggio

Era Settembre, anno 2019. Giunsi a Johannesburg in mattinata, con un volo diretto proveniente da Roma. Dovevo però recarmi a Pretoria. Individuato un tassista adatto, mi avviai verso l’albergo prenotato. Il tassista era uno Swazi, ma non uno Swazi Sudafricano: era proprio di Mbabane, la Capitale del Regno dello Swaziland, che l’attuale Sovrano Mswati III, noto per l’abilità politica nonché per le innumerevoli mogli e concubine, ha voluto ribattezzare col nome di Eswatini. Semplice, tipicamente scaltro ma non cattivo, il tassista, figlio di una delle tribù cafre più combattive dell’Africa australe, era un Cattolico piuttosto ostile all’animismo tribale del suo Sovrano. Mi raccontò che la famiglia rimaneva in patria mentre egli aveva trovato vantaggioso far la spola con la caotica “Jo’burg” per guadagnare più denaro. Tuttavia egli non ama la città frenetica e rimpiange alquanto la serafica tranquillità della vita rurale nei dintorni di Mbabane. In questo c’intendiamo parecchio. Affrontiamo poi la questione più d’attualità di quei giorni: i disordini nel Gauteng, in particolare a Pretoria, che già m’avevano destato una certa apprensione prima della partenza. L’antefatto: tensioni sociali di vario tipo, economiche, razziali e politiche erano scoppiate pochi giorni prima in seguito all’omicidio di un tassista da parte di un esponente del mondo della droga. Si opponevano di fatto due schieramenti: da un lato i tassisti, quasi tutti di tribù bantù sudafricane; dall’altra gli esponenti del piccolo commercio (più o meno illegale), in gran parte immigrati di origine nigeriana. Si tratta di tensioni razziali tutte tra neri. Ciò era da poco esitato nell’assalto, saccheggio e incendio da parte della popolazione dei negozi gestiti da stranieri, con tutta una pletora di sciacalli d’ogni tipo. I quartieri di Pretoria interessati, specialmente Sunnyside e C.B.D. [1], non erano lontani da Arcadia, dove dovevo soggiornare. La polizia, accusata di corruzione, non era stata in grado di gestire la situazione, che permaneva tesa. Lo Swazi mi disse che i tassisti avevano tutte le ragioni per scagliarsi contro questi stranieri, che diffondono la droga tra i loro giovani. E i bianchi? Gli asiatici? I coloureds? Rimanevano tutti estranei a questi disordini.

Subito mi apparve chiara la degenerazione sociale in cui il Sudafrica era precipitato dalla fine dell’apartheid ad oggi, e subito mi fu chiaro che le tensioni razziali di questo paese sono complicate e incrociate…i Bianchi Boeri detestano i Bianchi Anglosassoni; i Boscimani detestano tutti i Bantù; Zulu e Xhosa non sempre vanno d’accordo e molti di loro detestano gli immigrati; le piccole tribù Bantù non vedono di buon occhio le maggiori; i coloureds si sentono i più emarginati ed hanno un grande desiderio di rivalsa (“troppo poco neri per stare con i neri; troppo poco bianchi per stare con i bianchi”); gli asiatici se ne stanno per conto proprio, salvo qualche indiano che solidarizza con gruppi estremisti bantù…insomma la rainbow nation è in realtà la chaotic nation.

Giunsi in albergo, un albergo piuttosto lussuoso, per quanto al di sotto del livello riscontrabile in altri paesi. Di fronte, i magnifici Union Buildings, il complesso dei Palazzi Presidenziali. Uscii 

subito per andare al parco che sale fino al palazzo. Tanti sfaccendati neri stanno, al loro consueto modo, appollajati qua e là, con l’immancabile telefonino in mano, male sociale qui forse peggiore che da noi. Ormai non temo più di tirarlo fuori anch’io per fare qualche fotografia senza dare nell’occhio: non sono più oggetti rari e non fanno più gola a nessuno. Il prato è tutto sommato ben curato, ma se ci s’addentra nei boschetti finitimi c’è spazzatura. Tipici uccelli e uccellotti grassi dal piumaggio azzurrato passeggiano tutt’intorno: quando s’alzano in volo emettono versi sordi e, oserei dire, impertinenti!

Ci sono tanti giardinieri che curano fiori e piante…peccato però che il memoriale dei Caduti della Grande Guerra non sia curato allo stesso modo…alcune targhe cadono a pezzi: vergognoso.

Magnifica sta, isolata in fondo al prato, la statua equestre del Generale Louis Botha, con bellissime iscrizioni in afrikaans.

 


Il monumento al Generale Louis Botha, sullo sfondo gli Union Buildings


Più pacchiano lo statuone di Mandela che sembra abbracciare la città. Uno stuolo di scolaretti negri ben vestiti improvvisa una danza ai suoi piedi.


Lo “statuone” di Nelson Mandela davanti ai Palazzi Presidenziali di Pretoria


Proprio accanto, un Boscimano presidia un accampamento di protesta. E’ mezzo nudo, ha solo un perizoma che gli copre le vergogne e una pelle d’animale selvatico come mantello; eppure dà una certa idea di fierezza. Questi khoisan sono di solito amici dei Boeri e assai ostili verso i Bantù: considerano questi ultimi brutali conquistatori, con buona pace di Malema e dei “razzisti neri”. I cartelli esposti dicono chiaramente: “noi siamo la prima nazione del Sudafrica”; “non siamo coloureds, l’aveva stabilito già il Presidente De Klerk”; “vogliamo la nostra lingua ufficiale”: in effetti già ce ne sono undici, perché non una dodicesima?


Un accampamento boscimano di protesta presso i Palazzi Presidenziali di Pretoria


Il pomeriggio mi dirigo da Arcadia verso il C.B.D. a piedi, lungo l’interminabile Via della Chiesa, che invero si suddivide a sua volta in tante vie con vari nomi. C’è una sorta di sovrapposizione di nomi un po’ dappertutto qui, spesso per soddisfare diverse istanze etnico-politiche che cercano di emergere dal caos multietnico: tipico il caso del nome della città, Pretoria, nome boero che deriva dal grande condottiero del Grande Trek Pretorius, che è parte di una più grossa municipalità, Tshwane, nome setswana del fiume di Pretoria, l’Apies. Arrivai così al Ponte dei Leoni, circondato da un notevole degrado. I quattro leoni di pietra, con intorno sporcizia e spazzatura, sembravano anch’essi tristi e rannicchiati. Tanta gente andava avanti e indietro, quasi tutti negri, qualche coloured, qualche asiatico, rari i bianchi. Ma appunto dove sono i bianchi? Eppure a guardare le statistiche sono la maggioranza a Pretoria. Qualcosa non quadra. Parlando con un autista di razza Tsonga, seppi in seguito che dopo la caduta dell’apartheid i bianchi che abitavano in centro, un tempo lindo e pulito, emigrarono pian piano a sud e ad est, dove oggi popolano vie alberate con deliziose casette e villette. Nel centro accorsero invece dai sobborghi e dai vecchi bantustans tanti negri attratti dal miraggio di chissà quale benessere promesso dall’ANC: la maggior parte ha peggiorato la propria condizione, foraggiando il sottobosco della criminalità e dell’accattonaggio, contribuendo a degradare completamente il centro cittadino: questo il risultato della democrazia multietnica dell’ANC. I quartieri a nord e ad ovest, oltre il bazar asiatico, meglio evitarli. Là pullulano bande di delinquenti organizzate. Il centro di Pretoria è oggi così: un grande e artisticamente pregevole relitto colonizzato da gente a lei sostanzialmente estranea. E così si entra nel cuore di Pretoria tra due colonne che parlano di pionieri e orgoglio Afrikaner; ma è il confuso e sporco mercato bantù che soggiace intorno. Il contrasto è massimo. Si arriva in piazza. La pacata statua bronzea di Kruger osserva meditabonda, protetta dai quattro soldati scolpiti ai lati, la massa camita andare e venire. Lo protegge anche una rete metallica, utile sicuramente contro i vandalismi, ma altresì accentuante il distacco tra la città che potremmo definire “spirituale” e la città “etnica”.

 

Il monumento a Kruger nella piazza principale di Pretoria


Tutt’intorno il parco e i bellissimi edifici: le Tudor Kamers, col loro rosso vivissimo, la vecchia banca nazionale, eerste, la prima; la vecchia Banca Olandese, in ristrutturazione; il Palazzo di Giustizia; il primo Parlamento. L’antica chiesa primigenia che dà il nome alla piazza non esiste più da tempo. Me ne torno indietro. All’uscita della zona quasi pedonale un nugolo di tassisti dei famosi “pulmini condivisi” cerca di richiamare l’attenzione; uno mi chiama col classico “buana”, declino con gentilezza. Si trovano due tipi di comportamenti: alcuni hanno un certo qual rispetto spontaneo per le razze indoeuropee che mi piace, è un esplicito riconoscimento della nostra civiltà millenaria e ne sono orgoglioso: mi lasciano spontaneamente il passaggio; io lo lascio a mia volta se vedo qualcuno che mi sembra degno per età, dignità e portamento, e naturalmente al gentil sesso. Altri invece guardano torvi o semplicemente incuriositi: gli si legge in faccia “ma sarà un boero, un anglosassone o forse sarà uno straniero?” Certo qui non posso fare come nei paesi arabi, dove non è difficile mimetizzarsi, vestendosi in un certo modo e conoscendo almeno due parole di arabo…certo non posso fingere di essere uno zulu! Ci sono però anche belle persone, alcune vestite ottimamente. Ciò che colpisce in positivo è che non si vedono “finti poveracci”, ovvero quelli che da noi si vestono come straccioni per vezzo pur essendo carichi di soldi. Qui se qualcuno è vestito da straccione lo è perché non ha danaro per vestirsi meglio. Gentile la commessa asiatica, che mi crede un Afrikaner e mi parla in afrikaans. Io compro un quotidiano in quella lingua e le dico "dankie!"[2].

Più oltre incontro una coppia boera innanzi alla Chiesa Riformata, mi salutano gentilissimi.

Il giorno dopo ho un obiettivo chiaro: dedicare la mattinata all’attrazione principe: il Monumento e il Museo dei Vortrekker, i pionieri della Grande Marcia. Prenoto un autista, un cordiale e simpatico Tsonga che mi racconta parecchie cose interessanti. Ha in grand’astio i Nigeriani, li considera mafiosi e criminali. Mi dice che sono razze che girano per il mondo in cerca di Stati tanto sciocchi da ospitarli: il Sudafrica in questo è lo Stato più sciocco (mi sa che l’Italia è peggio, ma non lo dico). Hanno creato addirittura una “piccola Lagos” ai margini della città. Si parla poi degli Asiatici: con loro è in buoni rapporti, stanno a nord-ovest, hanno il loro bazar. E i bianchi? Essi abitano per conto loro, in quartieri specifici, non ne conosce di persona, nonostante siano la maggioranza della popolazione della città: da quando è finito l’apartheid il loro quartiere specifico non è più il centro, ma il sud-est…mi viene da pensare “e quindi? La democrazia ha fatto un rimescolamento di quartieri spostando una razza qui e una razza lì?”. Ma chi è veramente contento di questa democrazia? A parte gli arricchiti dell’ANC mi sembra nessuno…molti negri sono più poveri e derelitti di quando c’era l’apartheid. Perfino quel razzista nero di Malema, il capopopolo dell’EFF, ha dovuto ammettere in un’intervista che “gli ospedali funzionavano meglio durante l’apartheid”. Gran parte dei bianchi si sente marginalizzata e fa vita per conto proprio, altri sono emigrati. In particolare i bianchi boeri, che hanno addirittura fondato città solo di Boeri all’interno del paese, mirano all’autodeterminazione, a fondare un proprio volkstaat indipendente. I bianchi Anglosassoni sono meno “identitari”, di solito sono commercianti. Gli asiatici continuano a loro volta i loro commerci come prima. I coloureds sono probabilmente i più emarginati. Essi sono la maggioranza in tutta l’area del Capo, parlano l’afrikaans. Più a nord, in Namibia, essi hanno dato vita a vere e proprie nuove razze, come i basters, incrocio specifico tra Boeri e Boscimani, che oggidì si sentono una razza pura, orgogliosa e gelosa della propria identità come pochi: lo stesso nome “bastardo” ha per loro una connotazione positiva e non negativa come in Italiano. Del resto la Namibia, così scarsamente abitata, ha molti meno problemi razziali, nonostante sia un miscuglio anch’essa: tra i bianchi numerosissimo è il gruppo di razza Germanica, tanto che l’unico quotidiano africano in lingua tedesca si stampa proprio là e si festeggia perfino il Genetliaco del Kaiser e a Lüderitz si svolge pure l’Oktoberfest.


Pretoria, Il Monumento ai Vortrekker


Arrivammo in breve tempo al monumento, nelle campagne intorno alla città, nel verde del veld [3].


 L’interminabile “veld” visto dall’alto del monumento ai Vortrekker



Saliti che fummo su una montagnola, ecco innanzi a me le scale che conducono al grandioso monumento: massiccio, imponente, granitico. Ed è infatti di granito, un cubo enorme. Qui siamo all’apoteosi dell’orgoglio boero. Esso commemora il Grande Trek, quell’incredibile e più che mai ardua migrazione che il Popolo Boero attuò fuggendo dall’oppressione britannica tra il 1835 e il 1857. Cento anni dopo, tra il 1937 e il 1949, Moerdijk immortalò nella pietra il tempio della Patria. Scalando i gradini l’emozione è grande e leggere le parole di Pretorius scritte sul granito nei giardini circondati dai 64 carri scolpiti che ricordano la “battaglia del fiume di sangue” cogli Zulu e più che commovente. Ed eccoci innanzi alla bronzea donna Vortrekker, con la sua caratteristica cuffietta, coi due bambini, ferma e decisa nella sua imponenza educata.


L’imponenza educata della donna boera


Costeggio l’edificio: a ogni lato c’è un personaggio scolpito: Pretorius, Potgieter, Retief, un Vortrekker. Entro. Qui l’orgoglio Afrikaner si sublima nel marmo dei fregi dei 27 pannelli a bassorilievo, bianchissimi e dettagliatissimi; tutt’intorno narrano la storia del Grande Trek: il viaggio, le battaglie, i trattati, le sconfitte e le vittorie, la Patria e la Religione.


Uno dei pannelli che narrano la storia del Grande Trek


La Religione Cristiana, benché in gran parte protestante, caratterizza assai questa popolazione, anche con un certo puritanesimo: è comunque la razza bianca con più valori nazionali e identitari che ci sia oggigiorno al mondo, anche più di russi ed ungheresi; rispetto ai latini e agli altri germanici c’è un abisso. Non a caso è probabilmente la razza bianca più prolifica del mondo: le famiglie numerose sono la norma. E’ una popolazione che riesce a sublimare la comunità e l’appartenenza in un concetto che va oltre il tempo ed oltre lo spazio: nell’Europa travolta dal capitalismo e dal libertarismo tutto ciò è raro. Straordinarie poi le tappezzerie femminili che narrano pure le storie dei Vortrekker da un punto di vista più quotidiano e familiare.


L’incredibile effetto dell’interno del monumento visto dall’alto


E nel museo tutta una serie di oggettistica, dal vestiario alle stoviglie agli attrezzi. E pure le prove in argilla dei marmi. Il marmo è nostro, di Carrara, il migliore al mondo…lo trovo dappertutto, non è la prima volta che mi capita. E poi le bandiere delle Repubbliche Boere e al centro il cenotafio, straordinario sarcofago che invero non contiene alcuna spoglia mortale ma è comunque una specie di altare della Patria. Le parole scolpite, sublimate: “Ons vir jou, Suid-Afrika”, “Noi per te, Sudafrica”.


“Ons vir jou Suid-Afrika”


Nel secondo seminterrato, sempre museale, ulteriori oggetti e ricostruzioni d’ambienti, nonché quadri e carte che raffigurano tutte le migrazioni nell’Africa australe dell’ultimo millennio: un coacervo di movimenti, incontri, scontri. Salgo così fino in cima, in ascensore; il panorama è straordinario: vedo tutta Pretoria a nord, Johannesburg a sud, a est il Forte Schanskop, a ovest sobborghi di Pretoria. In particolare a nord-est l’enorme storica Università. Intorno al monumento c’è tutto un polo museale, anfiteatro, ristorante, negozi e così via. E’ tutto pulito ed ordinato: si vede la mano boera.

Tornato in città, mi spingo alla Casa Kruger, abitazione dell’antico Presidente, e la visito. Casa molto spartana, come spartano e puritano era il Presidente, con la sua austera moglie. Tuttavia curata, rimasta come alla fine dell’800.

Torno così verso l’albergo e di nuovo vedo la reciproca diffidenza. La gente non è tranquilla, ognuno cerca di interagire il meno possibile con gli altri.

Ho visto anche due mendicanti bianchi. Uno addirittura, praticamente in mezzo alla strada, si mette a soddisfare necessità fisiologiche. Nessuno dice niente, praticamente non lo guarda nessuno: ognuno si fa i fatti propri. Da un lato è positivo per un viandante come me poiché è raro essere infastidito; dall’altro diventa però altrettanto raro essere aiutato in caso di necessità. Solo una volta un negro sembrava voler dir qualcosa per coinvolgermi in qualche “discussione da strada”: non era prudente fermarsi, fingo di non capire e tiro dritto. Proseguo il cammino, tra il vociare della gente e il continuo, assordante concerto dei clacson dei pulmini collettivi che, avidi di passeggeri, non fanno altro che girare all’impazzata e strombazzare per richiamare l’attenzione di tutti.

E’ il momento di ritirarsi. Durante la notte si ode per la strada una fiaccolata bantù con canti tipici: probabilmente ha a che fare con gli eventi riguardanti il problema degli immigrati, i cosiddetti foreign nationals.


Conclusione: perché la democrazia multietnica non funziona

Il Sudafrica è un esempio paradigmatico, utilissimo per chi in Europa, soggetto da decenni alla martellante propaganda autolesionista, immigrazionista e terzomondista, ha totalmente smarrito anche il semplice buon senso.

Il Sudafrica è lì a testimoniare come la democrazia multietnica sia un sistema di governo che non funziona e che, in definitiva, non soddisfa mai nessuno. In particolare col sistema democratico saranno sempre le etnie minoritarie ad essere inevitabilmente in minoranza. La democrazia multietnica si trasforma inoltre facilmente in oligarchia economica, poiché non avendo alcun valore etnico e culturale di riferimento, non può che volgersi al denaro come unico metro di misura indifferenziato di ogni cosa.

Genti con costumi, cultura, lingua, religione, modi di vita completamente diversi possono vivere in un unico territorio soltanto se esso è abbastanza ampio e se hanno la possibilità di costituire comunità autogestite dove poter svilupparsi. Se rinunciano a ciò, annullando ogni tipo di differenza e mescolandosi in modo indifferenziato, si trasformeranno invece in una massa di persone apolidi, anonimi “elettori-consumatori” nelle mani delle oligarchie mondialiste.

In parole povere, la democrazia multietnica è una società innaturale e fortemente ingiusta.

Il Sudafrica dev’essere perciò di monito alle popolazioni Europee, anche per ciò che riguarda il controllo del fenomeno migratorio. Quando si sentono certi “esperti d’immigrazione” sentenziare che gli immigrati devono fare i lavori umili che “gli Italiani non vogliono fare” (cosa falsissima, poiché in tempi di crisi è evidente che tutti accettano qualunque lavoro) occorrerebbe ricordare l’errore fatale fatto dal gruppo dirigente Boero decenni orsono: sfruttare la manodopera Bantù. No, se si vuole restare indipendenti occorre fare tutto da sé, altrimenti l’esito è uno solo: desiderio di rivalsa degli sfruttati, che prima o poi (giustamente) insorgono.


Vittorio VETRANO


[1] C.B.D.: "Central Business District"

[2] “Grazie!” in lingua Afrikaans

[3] "Veld": prateria erbosa tipica del Sudafrica


Foto di copertina: Pretoria vista dagli edifici dell'Unione.


Bibliografia

  • AA.VV.,Calendari atlante De Agostini, annate 1932, 1942, 1969, 2005, Novara
  • Bopela T., Luthuli D. (2005), Umkhonto noi Sizwe: combattendo per una gente divisa, Galago
  • Braun G. (2007), Racism, Guilt, Self-Hatred & Self-Deceit, Jan Lamprecht Ed.
  • De Klerk F.W. (1998), The last Trek. A New Beginning, MacMillan
  • Eiselen W. (1948), The Meaning of Apartheid, South African Institute of race relations
  • Giliomee H. (2003), The Afrikaners, Hurst & Co.
  • Lodge T. (1983), Black politics in South Africa since 1945, Longman
  • Hexham I. (1981), The Irony of Apartheid: The Struggle for National Independence of Afrikaner Calvinism against British Imperialism, Edwin Mellen Press
  • Thompson l. (2000), A history of South Africa, Yale Un.Press
  • Treccani G. (1970), Dizionario Enciclopedico Italiano, Roma
  • Verwoerd H.F. (1954), Bantu Education, Policy for the Immediate Future, Information Service of the Department of Native Affairs, Pretoria
  • Verwoerd H.F., Discorsi 1948-1966, APB Publishers, Johannesburg