Giuseppe Bottai (Roma, 3 settembre 1895 – Roma, 9 gennaio 1959), il Fascista intellettuale che tentò di tradurre i principî nella pratica. Seconda parte.


3. Il Corporativismo e la Carta del Lavoro

Nel 1926 Bottai venne nominato Sottosegretario al Ministero delle Corporazioni, istituito da pochi mesi, divenendone titolare nel 1929. Ebbe così un ruolo assolutamente decisivo nello sviluppo economico e sociale del Regime, attraverso l’introduzione e lo sviluppo del Corporativismo. In esso Bottai vide la possibilità di una mediazione dei conflitti di classe, realizzando nella pratica la teoria Fascista della pacificazione sociale. 

Durante la complessa costruzione del sistema Corporativo Nazionale, accesissimo fu il dibattito tra le varie correnti, anche in rapporto alla questione della rappresentanza parlamentare nello Stato Fascista. Critica Fascista fu il periodico che raccolse la sfida e iniziò a illustrare le varie possibilità ed opportunità.

Nell’attuazione dell’ordinamento Corporativo dello Stato Fascista, essenziale fu la redazione della Carta del Lavoro (21 aprile 1927). Essa è il solenne documento che rappresenta “l’etica e i principî sociali del Fascismo”, riassumendo “tutta la legislazione del lavoro e le realizzazioni sindacali maturatesi con l’incedere della rivoluzione”. Per elaborarla, Bottai avviò un geniale lavoro di concertazione e consultazione con i massimi esperti del settore e con tutti gli esponenti della politica, dell’economia e del lavoro della Nazione, anche attraverso il noto “invio di dieci quesiti”, cui prontamente risposero tutti gli interessati. Quasi agli antipodi si trovarono in quel frangente Confindustria e Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali Fasciste, guidata quest’ultima da Edmondo Rossoni. Se infatti alcuni industriali insistevano nel voler conservare una certa qual impostazione liberale dell’economia, la confederazione rossoniana non nascondeva certo la propria volontà di lotta agli atteggiamenti troppo liberisti. Come diceva Rossoni già nel 1926, se è vero che il Fascismo è per la collaborazione, è anche vero che “l’appetito all’infinito è malefico e assurdo” e “con gli industriali che si impuntano e dicono “comandiamo noi”, occorre lottare decisamente per dare ai lavoratori il posto degno nella vita della nazione”. 

Bottai, avendo grande difficoltà a far convergere posizioni così diverse, decise di redigere due bozze di Carta del Lavoro, una più vicina agli intenti confindustriali, l’altra decisamente più rossoniana. Pose quindi le bozze innanzi al tavolo del Duce. Questi pensò di trovare un compromesso non tanto nell’unione dei due testi, bensì nella redazione di un terzo testo che salvaguardasse in qualche modo entrambe le prospettive, in un’ottica di patriottismo e pacificazione nazionale. Per ottenere ciò, oltre allo stesso Bottai, coinvolse Belluzzo e Rocco. Quest’ultimo fu colui che redasse il testo pressoché finale, accogliendo il lavoro svolto da Bottai e i vari ritocchi e aggiunte effettuati da Mussolini, Belluzzo, probabilmente Turati e forse qualche altro. 

La Carta del Lavoro divenne così uno dei pilastri condivisi su cui si basò la futura legislazione sociale Fascista, assicurando un netto ed oggettivo miglioramento delle condizioni di lavoro, del benessere e della produttività nazionale. Tra le innumerevoli migliorie ne citiamo soltanto alcune: strutturazione economica delle ferie; salvaguardia del lavoro in caso di malattia; introduzione di indennità; introduzione degli assegni familiari e tutela della maternità; sviluppo delle casse mutue; organizzazione del dopolavoro attraverso l’OND (Opera Nazionale Dopolavoro) con tutta una serie di attività volte al miglioramento del benessere fisico, spirituale e morale dei lavoratori attraverso attività ricreative e culturali.

Tuttavia la strada da percorrere era ancora lunga e presto emerse, come relazionò Bottai al Gran Consiglio l’11 Novembre 1927, che le strutture sindacali nazionali non erano ancora del tutto immuni dal nefasto “classismo” ereditato dallo Stato liberale. Era perciò indispensabile che i Sindacati trovassero il loro autentico ruolo nell’ambito della Corporazione di competenza. Come egli scrisse in seguito: “Il Sindacato nella concezione fascista trova l’integrazione necessaria all’esplicazione dei suoi compiti nella Corporazione, senza della quale rimarrebbe un organismo monco”. In questo senso egli diventa assai polemico col sindacalismo continuamente rivoluzionario. Esso “aveva la sua ragion d’essere solo contro uno Stato incapace di svolgere un’opera di giustizia sociale”. Al contrario, in uno Stato autenticamente corporativo ed organico, il sindacalismo rivoluzionario, quale dottrina politica a sé stante, non ha senso di esistere: la sua stessa esistenza metterebbe infatti in dubbio lo sviluppo unitario delle forze produttive nella Corporazione e il ruolo dello Stato corporativo. In questo senso va inteso il cosiddetto sbloccamento della Confederazione rossoniana, cui si impose di suddividersi in sei separate confederazioni sindacali relative agli specifici campi lavorativi. Infatti come sosteneva Bottai, in uno Stato Corporativo, il Sindacato deve avere la sua realizzazione nella Corporazione e non in un’unione nazionale sindacale slegata dalle Corporazioni di competenza.

In questo periodo Bottai sollevò altresì, attraverso Critica Fascista, un altro dibattito su un tema che stava emergendo in maniera scottante: il tema della disciplina fascista. Bottai era un sostenitore della disciplina ragionata, avversando coloro che si beavano di una disciplina fine a se stessa, da casermone prussiano. Egli, quasi profeta, mise di fatto in luce uno dei tipici difetti in cui rischiano di incorrere i regimi a partito unico: l’avere innanzi una schiera di superficiali signorsì che non hanno sviluppato un’adesione intima e convinta all’Ideale, del quale perciò non saranno mai validi difensori. Tuttavia le sue pungolature in tal senso non furono raccolte e lo stesso Mussolini preferì lasciar cadere la discussione (significativo un articolo di Arnaldo Mussolini su Il Popolo d’Italia che dichiarava senza mezzi termini inopportuna la polemica), ritenendola probabilmente dannosa ai fini della granitica stabilità del Regime. In realtà Bottai sperava proprio di rendere ancor più granitico il Regime attraverso la costituzione di una futura classe dirigente colta, di alto livello, intimamente Fascista e come tale sempre pronta alla lotta e alla difesa dei supremi interessi nazionali.

Sviluppando sempre più le tematiche economiche e sociali, Bottai divenne nel 1930 Professore di politica ed economia corporativa a Pisa, fondando e poi dirigendo la Scuola di perfezionamento di scienze corporative. Nel suo approfondimento di dette scienze, Bottai auspicò che il Ministero, attraverso il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, assumesse vieppiù un ruolo di programmazione economica, acquisendo il compito di dirigere e pianificare l’economia nazionale. Tuttavia ciò non si realizzò mai compiutamente, a causa dell’opposizione dei tanti che temevano che ciò significasse un pericoloso scivolamento verso l’economia pianificata di tipo sovietico. In ogni caso il dibattito si fece vieppiù produttivo di idee e proposte, culminate in particolare nel secondo convegno di studi sindacali e corporativi tenutosi a Ferrara nel maggio 1932, in cui fu proposto tra l’altro il concetto assai originale di corporazione proprietaria, nato da un’idea di Ugo Spirito, teso ad unificare sempre più capitale e lavoro.

Il sistema corporativo, per quanto imperfetto e incompiuto, assicurò all’Italia una notevole resistenza all’impatto devastante della crisi internazionale del ’29, tanto da esser preso a modello da un buon numero di movimenti, se non addirittura governi, stranieri. 

Nel 1931 Bottai contribuì altresì alla creazione dell’Istituto di Mistica Fascista, con sede a Milano, il cui scopo fu la sempre più affinata elaborazione dell’ideologia Fascista. 


Vittorio VETRANO



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