Combattente di stampo Risorgimentale, Quadrumviro rappresentante l’ala più squisitamente militare del Fascismo, eroe di tutte le guerre patrie sin dalle spedizioni africane del 1887. Una vita spesa al servizio dell’Italia, un uomo che avrebbe meritato ben altra sorte di quella che ingiustamente lo colpì ormai vecchio l’11 Gennaio 1944.


1. Un militare, da sempre

Emilio De Bono nacque il 19 marzo 1866 a Cassano d’Adda, in Provincia di Milano, da Giovanni ed Emilia. Cresciuto in ambiente militaresco, si appassionò sin da giovinetto alla vita guerriera e si iscrisse tosto all’Accademia Militare, intraprendendo la carriera nel corpo dei Bersaglieri. Ventunenne, nel 1887 partecipò alla Campagna d’Africa. 

Sposò quindi la giovane nobildonna Emilia Monti Maironi, trasferendosi di città in città, come consuetudine nella carriera militare. In particolare soggiornò a lungo in Sicilia, a Trapani, divenendo Tenente e poi Capitano. 

Con l’inizio del nuovo secolo raggiunse il grado di Tenente Colonnello e partecipò alla Guerra di Libia (1911-1912), ottenendo la croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Promosso Colonnello nel 1915, combatté valorosamente durante tutta la Grande Guerra. Il suo Reggimento era il 15° Bersaglieri, ma ebbe poi il comando della Brigata Savona, della 38ª Divisione e infine del IX Corpo d’Armata. Pluridecorato, si segnalò in particolare nella difesa del Monte Grappa e nella celebre Battaglia del Solstizio, tanto che fu insignito della Croce di Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia.

Fu De Bono a comporre il testo della famosissima canzone di guerra Monte Grappa, interamente in endecasillabi, musicata dall’allora Capitano Antonio Meneghetti.



2. Quadrumviro della Marcia su Roma e esponente del Governo Nazionale

Promosso Tenente Generale (cioè Generale di Divisione incaricato di Corpo d’Armata), nel dopoguerra iniziò la sua attività politica capeggiando, assieme al pluridecorato Generale Fara, la parte dell’esercito che sin dal 1920 aderì compatta al Fascismo, partecipando entusiasticamente alla fondazione del PNF nel 1921. 

Tra gli audaci organizzatori della Sagra di Napoli, fu nominato Quadrumviro della Marcia su Roma e in tale veste partecipò alla guida della Rivoluzione delle Camicie Nere. Ebbe in particolare l’importante ruolo, assieme a De Vecchi, di intessere i rapporti con l’istituzione monarchica. Infatti, pochi giorni prima della Rivoluzione, il 18 Ottobre 1922, fu ricevuto a Bordighera con De Vecchi dalla Regina Margherita. In quell’occasione la Regina Madre confermò loro il suo appoggio e assicurò che avrebbe informato il figlio dei loro programmi. In tal modo si costituì già saldamente l’asse d’intesa tra la Monarchia e l’incipiente Rivoluzione Fascista.  



Nei giorni precedenti la marcia, i Quadrumviri stilarono un vero e proprio Regolamento di Disciplina della nascente Milizia, fatto che causò a De Bono il deferimento al Consiglio di Disciplina da parte del Presidente del Consiglio Facta. Infatti dal punto di vista del Governo non era ammissibile che un membro dell’Esercito organizzasse quello che di fatto era ancora un esercito extrastatale. Il deferimento non ebbe però conseguenze.

A Rivoluzione compiuta divenne Direttore Generale della Pubblica Sicurezza. In tale veste si occupa di contenere sempre più le minacce sovversive attraverso un’incisiva azione delle Prefetture, atta a prevenire le fomentazioni di discordia. L’attenzione, secondo De Bono, non doveva essere però specificamente indirizzata alle frange più “estreme” ed “evidenti”, come quelle comuniste, quanto piuttosto a chiunque manifestasse una volontà palese di minare la tranquillità lavorativa e sociale della Nazione. Come scrisse a Prefetti e Questori nel dicembre del 1922 “Lo Stato può avere nemici pericolosi anche fra gli uomini che più ostentano devozione allo Stato stesso e alla Patria”, come ad esempio gli stessi Popolari. Ma non solo: De Bono risulta inflessibile anche con gli stessi fascisti, o presunti tali, che minaccino a loro volta con azioni inconsulte la ricostruzione pacifica della Patria. Emblematica a tal proposito la Circolare n. 2847 del 31 Gennaio 1931, indice della volontà di giustizia ed equanimità che sempre lo contraddistinsero, di cui riproduciamo un estratto:

Se fascisti o sé dicenti tali commettono azioni inconsulte o atti di provocazione e prepotenza si colpiscano senza riguardo gli autori o i ritenuti responsabili. Quando poi con la bandiera fascista si coprono beghe personali o camarille si colpiscano senza riguardo i responsabili, specialmente se capi.

Una denuncia interessante che raccolse De Bono dalle Prefetture in questi primi periodi di governo Fascista è la constatazione di un classico malcostume difficile da estirpare nel nostro popolo, si tratta della ben nota “salita sul carro dei vincitori”. Come infatti segnalava a De Bono il Prefetto di Porto Maurizio il 6 Aprile 1923:

Coll’avvento al potere del Fascismo è stata una gara di velocità a chi prima riusciva ad iscriversi ai Fasci e ne sono sorti dove l’idea e l’essenza fascista non è affatto giunta, oppure i veri fascisti si sono trovati circondati e soffocati da una vera fungaia: chi più era lontano e contrario, più ha gridato e si è agitato per essere creduto ed accolto come fascista per continuare sotto il gagliardetto i sistemi che aveva usato sotto la bandiera rossa”.

Questo malcostume sarebbe stato ricordato con sdegno da De Bono nel suo diario anche in seguito.

Viene spontaneo pensare al medesimo fenomeno avvenuto dopo la seconda guerra mondiale quando, a guerra finita, tutti si scoprirono improvvisamente partigiani. Del resto come diceva Keats, se la vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana.

Nel 1923 De Bono divenne Senatore del Regno.

Contribuì poi a costituire la quarta Arma dell’Esercito, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, di cui è nel Comando Generale con Balbo e De Vecchi. Ne divenne così Primo Comandante. In tale veste regolarizzò e disciplinò perfettamente il volontarismo Fascista, entrando talora in contrasto con le intemperanze degli intransigenti. 

Messo in discussione dalle conseguenze del delitto Matteotti per non aver saputo tenere a freno i cani sciolti del sottobosco politico, dovette addirittura dimettersi dai suoi incarichi per essere processato per eventuale collusione con gli assassini: fu però assolto dal Senato riunito in Alta Corte per non luogo a procedere, non avendo nulla a che fare con l’episodio e non essendo peraltro dotato di poteri magici tali da impedire ogni violenza nel Paese. 

Fissata la sua residenza a Tripoli, divenne nel 1925 Governatore della Tripolitania, laddove proseguì l’opera redentrice della terra di Libia. 

Nel 1929 divenne Ministro delle Colonie. In tale veste organizzò con saggezza le forze armate africane e divenne nel tempo prudente fautore della Guerra d’Etiopia, capeggiando un’apposita missione ispettiva in Eritrea. Già nel ’34 predispose un piano per un eventuale conflitto, poiché in effetti i rapporti con gli Abissini stavano deteriorandosi di anno in anno.


3. La Guerra d’Etiopia e la Proclamazione dell’Impero

Il 7 Gennaio del 1935 De Bono partì per l’Africa, nominato Alto Commissario per l’Africa Orientale. Quando egli sbarcò a Massaua, notò subito che la situazione era ancora inadeguata allo scopo di regolare una volta per tutte il conto aperto ad Adua nel ‘96. L’attrezzatura portuale, stradale, economica e militare dell’Eritrea doveva essere centuplicata in un periodo di tempo precisato e stabilito: l’ottobre del ‘35. De Bono rispettò questa data come una consegna sacra e ai primi di ottobre la grande macchina bellica era pronta.

Scoppiate le ostilità il 3 Ottobre 1935, egli, in qualità di Comandante, guidò le operazioni con sagacia e prudenza, conquistando via via importanti città quali Axum, Macallé e, importantissima dal punto di vista storico ed emotivo, Adua. Nelle terre liberate, egli abolì tosto la schiavitù restituendo dignità alle popolazioni oppresse dal governo negussita. La ferrea volontà, il sangue freddo, la cinquantennale esperienza e il quasi giovanile entusiasmo caratterizzarono il suo mese di guerra africana. Nel novembre del 1935 venne infatti sostituito da Pietro Badoglio, poiché, nonostante i successi ottenuti, il Governo ritenne opportuna un’imponente avanzata sull’Amba Alagi non condivisa dalla strategia prudente di De Bono.  



Tornato a Roma fu festeggiato a buon diritto tra gli artefici delle vittorie africane e il 16 Gennaio 1936 divenne Maresciallo d’Italia.

Il 3 Ottobre 1937 il Re Imperatore lo insignì dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata. 


4. Gli ultimi anni e la tragica fine

Avendo continuato la sua attività al Senato del Regno, divenne nel 1939 Ispettore delle Truppe d’Oltremare e poi Comandante delle Armate del Sud.

Sin dal ‘38, dal suo diario, si desume una certa insofferenza verso Mussolini. In pubblico quest’ultimo gli sembrava sempre più spesso la maschera di se stesso, tanto che il 4 luglio scriveva: “adesso si limita a fare il figurante in tutte le buffonate che Starace escogita.

In privato gli sembrava invece sempre più chiuso e imperscrutabile, lontano dall’aperto e sicuro uomo politico di un tempo.

Il Capo?! E chi ne capisce più niente!

Questo appunto del 10 gennaio ’39 è eloquente e non dissimile dalle opinioni coeve di altri collaboratori del Duce.

Nel biennio precedente l’entrata in guerra De Bono si trovò in disaccordo col Duce su parecchi temi. Circa la questione ebraica, in Gran Consiglio prese esplicitamente posizione contraria a provvedimenti antisemiti; circa l’alleanza coi tedeschi fu sempre alquanto scettico. In particolare si segnalò tra i più notevoli oppositori dell’intervento bellico, soprattutto poiché riteneva a buon diritto le condizioni militari Italiane non ancora risollevate dopo le recenti guerre d’Etiopia e di Spagna.

In merito all’alleanza con la Germania, Mussolini condivise spesso i dubbi di De Bono, tanto che nell’agosto del 1939 gli chiese esplicitamente una ricognizione dal Passo di Resia al Tarvisio, non fidandosi dell’atteggiamento tedesco.


De Bono nel 1940 insieme a vari esponenti dell’Asse. Si riconoscono da sinistra Wolff, Heydrich, Il Segretario del PNF Serena, Himmler, De Bono, Graziani, l’Ambasciatore Von Mackensen  


Nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, De Bono votò convintamente la sfiducia a Mussolini, deluso dal suo modo di agire, senza pensare minimamente a tradimenti o cambi d’alleanza, ma pensando a un semplice passaggio costituzionale. 

Il caos che seguì quel voto lo prese completamente alla sprovvista, tanto che fu arrestato a Roma totalmente ignaro delle motivazioni, mentre passeggiava in bicicletta, senza aver assolutamente pensato alla necessità di dileguarsi per tempo.  



Accusato di alto tradimento dall’apposito tribunale istituito dalla R.S.I. a Verona, ribadì la sua totale estraneità al caos istituzionale avvenuto. Tuttavia, nonostante le immense benemerenze verso la Patria (previste come attenuanti dallo stesso Codice Penale Militare) e la oggettiva estraneità a qualunque tipo di segreta macchinazione, fu ugualmente condannato a morte senza alcun rispetto del più elementare diritto. Senza considerare le pressioni esterne, vi fu un’assurda doppia votazione dei nove giudici, poiché in un primo momento sembrava essere in maggioranza la contrarietà alla condanna a morte (5 a 4): bastò ottenere attraverso la minaccia un altro voto per ottenere quello che fu un vero e proprio assassinio. A chi lo condannava rispose sprezzante: “Mi fregate di poco, ho settantotto anni!”. Fu giustiziato l’11 gennaio 1944.


5. Conclusione

Uomo schietto, valoroso, consacrò la sua vita all’Italia. Conscio di non aver nulla da rimproverarsi, affrontò una delle più assurde sentenze che la storia ricordi con la serenità e la forza del suo animo nobile. Egli costituisce per tutti un esempio di patriota.


Vittorio VETRANO


Bilbiografia     

  •      De Bono E., Diari, in Archivio Centrale dello Stato

  •      De Felice R. (1965-1997), Mussolini e il Fascismo (8 volumi), Einaudi, Torino