MUSSOLINI AL SOLDO DELLA PERFIDA ALBIONE?

L'editoriale del Giornale del Piemonte e della Liguria del 9 ottobre 2022.


Tra certezze e dubbi

   Dunque Benito Mussolini fu un informatore prezzolato al soldo della inglese Special Intelligence Service, branca del Directorate of Military Section (Dmi), allestita a Roma dal tenente colonnello Samuel Hoare? Lo sostengono Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella in “Nero di Londra”, da pochi giorni in libreria (ed. Chiarelettere).

   Mesta e rimesta nel calderone di “Memorie” pubblicate da tempo ma sfuggite ai più (o prudentemente dimenticate) e di archivi raggiunti solo da chi li vuole e sa cercare, verso metà del libro i due autori vanno al punto. All'inizio del 1918, dopo aver lautamente finanziato le manifestazioni bellicose del chiassoso e scomposto deputato repubblicano e massone Giovanni Battista Pirolini (Pavia, 1865-Milano, 1949), Hoare assunse a libro paga segretissimo “The Doctor” e “The Count” e forse molti altri di cui il libro non parla. Il “Dottore” era Luigi Resnati, medico, massone, di cui diremo. Il “Count” invece sarebbe (a libro chiuso, il condizionale rimane d'obbligo) Benito Mussolini. Il repubblicano Eugenio Chiesa, deputato, massone, commissario per l'Aeronautica nel governo Orlando (1917-1918) e gran maestro del Grande Oriente d'Italia dell'esilio (1930) asserì tra i primi che per avviare “Il Popolo d'Italia” Mussolini era stato “incoraggiato” dal Grande Oriente di Francia, non per simpatia verso la sua persona ma perché Parigi aveva bisogno di contrapporre a pacifisti e neutralisti un ex socialista qual era il futuro duce. “Per conto loro proprio, e alla insaputa dell'Ordine”, secondo Chiesa alcuni massoni raccolsero la bella somma di tre milioni e mezzo di lire “in contanti” a sostegno della “marcia su Roma”: una cifra ribadita dalla massona Maria Rygier in “Mussolini indicateur de la Police Française ou les raisons occultes de sa «conversion»” dal pacifismo all'interventismo (ed. anastatica Arnaldo Forni,1990).

   Secondo Cereghino e Fasanella, “quando posò gli occhi su di lui (Mussolini), Hoare guardò lontano: puntò, s'intende, su una pedina contro germanofili, neutralisti (gli odiati “giolittiani”) e la sinistra corriva a “fare come in Russia”, ma mirò anche a sottrarlo all'influenza francese. Quanto occorreva? Il 10 gennaio 1918 il tenente colonnello lo precisò al suo “superiore”, generale Macdonogh: 50 sterline mensili. Il futuro duce era l'uomo giusto per realizzare il “progetto” vagheggiato da Hoare: sottrarre l'Italia al pericolo “rosso”, sganciarla da alleanze pericolose e vincolarla ai disegni di Sua Maestà britannica.

   Ma Mussolini e “The Count” sono proprio la stessa persona? Leggiamo quanto ne scrivono i due autori a pagina 118: «Chi è? Nessuna certezza matematica, anche se è possibile azzardare un'ipotesi alquanto precisa sulla sua identità.» A pagina 119 però aggiungono: «L'altro personaggio in grado di esercitare un'influenza diretta sulle associazioni dei Reduci e Mutilati (che stavano organizzando una manifestazione contro i pacifisti, NdA) è Benito Mussolini», impegnato in «una propaganda decisamente vigorosa a favore della guerra». Già foraggiato per impadronirsi completamente di “Il Popolo d'Italia”, egli era ormai «a tutti gli effetti nei ranghi dell'intelligence militare britannica. “The Count” e Mussolini sono la stessa persona? A questo punto è più che un'ipotesi». Ma è anche una certezza?

   Per dare una risposta al di là di ogni dubbio occorre vagliare l'attendibilità del giovane intraprendente Hoare, approdato a Roma dopo una spericolata “missione” in Russia nei mesi tra l'assassinio di Rasputin e la Rivoluzione del marzo 1917. Senza disperderci nel ginepraio delle “carte Hoare” largamente citate da Cereghino e Fasanella, osserviamo che a proposito del “Doctor”, cioè di Resnati, e della massoneria italiana tra la guerra e l'avvento di Mussolini il tenente colonnello poco sapeva e quel che scriveva a Londra era approssimativo. In estrema sintesi, va premesso che negli anni narrati nel libro in Italia vi erano due Comunità massoniche, il Grande Oriente d'Italia (GOI) e la Serenissima Gran Loggia d'Italia (GLI), alle prese con defatiganti quanto vane trattative per ricomporre la scissione del 1908-1910. Nessuna delle due obbedienze aveva relazioni formali con la Gran Loggia Unita d'Inghilterra (GLUI). Il GOI era in rapporti continui ma poco fraterni con il Grande Oriente di Francia, che lo considerava più o meno un vassallo indisciplinato e gli inflisse molte e severe mortificazioni. In prima linea nell'interventismo del 1914-1915, con le dimissioni di Ettore Ferrari, dopo il misterioso assassinio del successore in pectore Achille Ballori e il ritorno del londinese e filobritannico Ernesto Nathan alla Gran maestranza, nel novembre 1917 il GOI aveva assunto l'avanguardia della lotta dura contro i pacifisti, ai quali (egli scrisse) bisognava schiacciare la testa come si fa coi serpenti. Nondimeno il GOI non raggiunse la meta agognata: ottenere lo scambio dei garanti d'amicizia con la GLUI. Sull'altro versante, sin dal 1912 il Convento mondiale dei Supremi consigli di Rito scozzese antico e accettato riconosceva la GLI come unica massoneria legittima e regolare in Italia. Di questo ginepraio, nel quale tanti si smarriscono, come è accaduto a Mimmo Franzinelli nel recente “L'insurrezione fascista” (Mondadori), Hoare mostra di conoscere e capire poco o nulla. Ignorò del tutto la GLI, il cui sovrano gran commendatore/gran maestro, Raoul Palermi, aveva eccellenti rapporti con un ampio ventaglio di politici, militari e diplomatici e vantava antenne anche in ambienti apicali della Corte. Hoare puntò le sue carte sul “dottor” Resnati, che nell'ambito della crisi postbellica prese la guida di una frangia di massoni accesamente repubblicani. Lo documentammo sin dalla Mostra “I massoni nella storia d'Italia” allestita a Palazzo Carignano (Torino) nel 1980, inaugurata dai grandi maestri Lino Salvini e Giordano Gamberini alla presenza del comunista Diego Novelli, all'epoca sindaco di Torino. Nathan aveva rapporti diretti con Vittorio Emanuele III. A sostegno degli irredentisti ne riceveva aiuti finanziari segreti che finivano in molti rivoli. A reggere il cordone del suo corteggio funebre andò anche Benedetto Croce. Idealisticamente mazziniano (chi non lo era almeno un po?), ma conscio che senza la monarchia l'Italia sarebbe andata a rotoli, nel dopoguerra Nathan fiancheggiò il governo del re in tutte le rivendicazioni: sia i compensi previsti dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915 (alcuni in remotissime terre africane, più onerose che vantaggiose) sia, in aggiunta, Fiume. Al riguardo si scontrò direttamente con il presidente degli USA, Wilson. Resnati si schierò dalla parte opposta. Il contrasto si concluse con la radiazione dal GOI di Resnati e dei suoi seguaci: circa 250 massoni distribuiti in sei logge. Rappresentavano l'1% dei “fratelli” certificati e meno dello 0,5% dei quarantamila massoni di Palazzo Giustiniani, sommando “zoccolo duro” e nuovi iniziati (da 3 a 5.000 negli anni 1920-1921). A conferma che poco sapeva o meno capiva, secondo Hoare (scrivono Cereghino e Fasanella) Resnati era ormai il “capo politico” del GOI. Da molti decenni lo scomposto movimentismo paramassonico di Resnati e la sua sconfitta nella scalata alla conquista del Supremo Maglietto sono stati ampiamente e minutamente documentati da Gerardo Padulo, scrupoloso esploratore di archivi, nell'ambito di una interpretazione generale del ruolo della massoneria (GOI e GLI) dall'interventismo al governo del massonofago Mussolini. Anche chi non condivide la tesi di fondo di Padulo, non può ignorarne l'opera. Il tentativo di “The Doctor” di dar vita a una Lega universale per la società delle libere nazioni rimase poco più che un sogno e le sue speranze di essere incorporato nel Gruppo indipendente di Rito scozzese non ebbero alcun seguito.


   Sulla traccia delle “Carte Hoare” Cereghino e Fasanella tornano su momenti e personalità rilevanti del movimentismo, dalla fondazione del primo fascio il 19 marzo 1919 nel Circolo dell'alleanza industriali e commercianti di Milano messo a disposizione dal massone Cesare Goldmann, sino all'organizzazione della “marcia” nell'ottobre 1922, e insistono sulla rilevanza di un quartetto formato da Resnati, Pirolini, Maffeo Pantaleoni (la cui iniziazione non è documentata ma il cui nome nel 1901 figura tra i componenti della Commissione del GOI per la previdenza massonica con Antonio Cefaly e altri) e da uno spretato, innominabile, che per primo pubblicò in Italia “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion”.

   Per le molte “sorprese” sparse nelle sue pagine “Nero di Londra” non mancherà di suscitare qualche sconcerto. Hoare forniva e riceveva confidenze in un fitto scambio con politici e giornalisti “smaniosi di informazioni”. Da agente scrupoloso amava “schedare” le sue prede nero su bianco a futura memoria e ne lasciava traccia. Il 26 gennaio 1922 all'ambasciatore britannico in Italia, sir Ronald Graham, riferì: «Di recente, è stato siglato un accordo con il noto giornalista Giuseppe Prezzolini per la distribuzione delle news britanniche»: un “servizio” prestato non certo a titolo gratuito. Tenne poi a far sapere, a far credere e forse persino a convincersi di aver retto le dande della “marcia su Roma” «dispensando utili consigli a “The Count”, ai capi delle forze armate, alla guardia regia e, naturalmente, a Vittorio Emanuele III». Una visione suggestiva ma forse solo soggettiva che lascia assai perplesso chiunque abbia cognizione di quegli eventi. La perplessità al riguardo è suffragata dalla circospezione dell'ambasciatore inglese nel primo colloquio con Mussolini e da quella manifestata dal responsabile della Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari cardinale Francesco Borgoncini Duca a cospetto del nuovo governo, apprezzato dalla Santa Sede benché nato con modalità “del tutto incostituzionali”.

   A conforto della credibilità di Hoare i due autori ricordano una fonte di seconda mano, i Diari di sir Henry Channon. Il 2 gennaio 1939, quasi vent'anni dopo i “fatti”, nel corso di una cena nel castello di Elveden (nel Suffolk), sir Samuel Hoare, che aveva alle spalle una folgorante carriera politica, confidò alla “padrona di casa” Lady Honor Guinness, di essersi occupato di propaganda in Italia all'indomani di Caporetto (tema sul quale aveva una visione confusa e non condivisibile). In quella veste aveva conosciuto “un potente socialista”, il trentaquattrenne Mussolini, l'unico “capace di tenere l'Italia in guerra” e di garantire il controllo di Milano e del Nord sempre e quando si fosse provveduto a “corromperlo in modo adeguato”, come appunto egli si accinse a fare sborsando “una somma davvero molto considerevole” per permettergli di “comprarsi il Popolo d'Italia”. Quattrini alla mano, egli concorse poi a creare il partito fascista e a finanziare la “Marcia”. Aggiunse però che se pure era sempre stato ai patti, nei molti colloqui successivamente avuti con lui Mussolini aveva sempre glissato sulle loro “relazioni occulte”. Ammise di averlo incontrato una volta. Un po' poco per concludere che l'ex tenente colonnello era in grado di tenere al guinzaglio l'antico sfasciacarrozze asceso a capo del governo d'Italia. D'altronde chi sarebbe stato danneggiato di più se quei trascorsi fossero divenuti pubblici? I primi a non stupirsene troppo sarebbe stati proprio Adolf Hitler e Stalin: la cui ascesa al potere era stata sorretta da finanziamenti giganteschi (interni ed esteri) e accompagnata da crimini di gran lunga più efferati di quelli perpetrati dal duce e dai suoi seguaci. La rivelazione semmai avrebbe danneggiato la credibilità del governo inglese che lo aveva fatto crescere ma poi se l'era fatto sfuggire di mano e aveva quindi bisogno di eliminarlo fisicamente per cancellare le tracce, come da decenni scritto da Luciano Garibaldi in “La pista inglese”.


I difficili conti con la storia

   Il “racconto” fatto affiorare da Cereghino e Fasanella con l'esplorazione delle carte di Hoare manca di alcuni fondamentali tasselli, indispensabili per concludere che, per via delle 50 sterline mensili accordategli dai servizi britannici, Mussolini sia stato manipolato dalla “perfida Albione”. Anzitutto. Sino a quando continuò l'esborso? Se, quando e perché s'interruppe? Al riguardo conviene ricordare la riflessione di Leo Valiani sul primo volume della biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice: i “rivoluzionari” accettano (e persino sollecitano) “aiuti” da qualsiasi parte arrivino, salvo decidere come usarli per l'attuazione dei propri piani. Basti rileggere “Il grande Parvus” di Pietro Zveteremich, insuperata biografia dell'artefice della vittoria di Lenin.

   Resta che “Nero di Londra” è tra i rari apporti innovativi proposti nel centenario della crisi politica del 1922, sulle cui conseguenze reca luce Oscar Sanguinetti in “Fascismo e rivoluzione. Appunti per una lettura conservatrice” (Piacenza, ed. Cristianità, libreriasangiorgio.it), mentre gli scaffali delle librerie sono stati e vengono affollati da racconti tanto corruschi quanto ripetitivi ed elusivi. Valga d'esempio la puntata ottobrina di “L'Anno del fascismo” (“la Repubblica”, 4 ottobre 2022: presto in libreria), in cui Ezio Mauro “svela” quel che tutti sanno: la «notte inquieta della monarchia, e anche una delle più buie, è ancora misteriosa cent'anni dopo». «Il cambio di rotta del sovrano resta senza spiegazioni.» Però Mauro se ne concede una: «La verità è che un cerchio di interessi convergenti ha premuto nella notte sul Re, militari, massoni, politici, consiglieri, ingigantendo l'inquietudine del Sovrano, che si è sentito solo, insicuro (…), addirittura insidiato.» Incombeva il timore che i quadrumviri volessero sostituirlo con suo cugino Emanuele Filiberto duca d'Aosta? O ritenne fosse meglio non mettere alla prova la fedeltà dell'Esercito. La prima insinuazione, di terza o quarta mano, è del tutto fantasiosa. La seconda, ripetuta da Aldo Cazzullo (“Corriere della Sera”, 5 ottobre) in risposta a un lettore quale chiave per spiegare il successo della marcia su Roma, è a sua volta una diceria messa in circolo nel 1945. Né Mauro né Cazzullo recano un contributo innovativo su quanto si è detto, insinuato e asserito senza prove.

   Non solo. Né Renzo De Felice né i suoi molti discepoli hanno documentato come e quando Mussolini configurò la composizione del governo che sul mezzogiorno del 29 ottobre fu chiamato a formare. Il duce lo definì nelle sette ore corse tra il primo e il secondo colloquio con il sovrano, fra le 12 e le 19 del 30 ottobre. Avutane l'approvazione, si premurò di convocare i “ministri del re” per prestare giuramento e prendere le consegne dai predecessori alle 10 mattutine del 31 ottobre, in un quadro di assoluta continuità formale. Si conosce il punto di arrivo, ma rimangono ignoti molti passaggi del travagliato ricorso, “ante litteram”, al “manuale Cencelli” col quale infine venne impastato l'esecutivo formato, come arcinoto, da quattro fascisti, nazionalisti, democratici sociali, “liberali” e dal giolittiano torinese conte Teofilo Rossi di Montelera, che rimase titolare del ministero, non proprio secondario, dell'Industria.

   Salvo sorprese delle prossime settimane, si può dunque concludere che il centenario della crisi politica del 1922 è stato un'occasione mancata, anche quale premessa per fare davvero i conti col fascismo, più che mai necessari secondo Ernesto Galli della Loggia. Ma come poteva farli il Comitato centrale di liberazione nazionale auto-insediatosi dall'agosto 1943 e contrario a qualsiasi collaborazione con il governo Badoglio? Ivanoe Bonomi, suo presidente, il 15 maggio 1921 era stato eletto deputato in una lista comprendente il ras di Cremona Roberto Farinacci. Per simbolo aveva il fascio littorio. Alle elezioni del 6 aprile 1924 Bonomi si candidò a capo di una coalizione di “opposizione costituzionale” comprendente democratici autonomi e demosociali dissidenti. Non ottenne neppure un seggio e andò in sonno per un ventennio. Il punto vero è che l'Italia deve fare i conti con tutta la sua storia, compresa la monarchia, che, sebbene quasi dimenticata, fu l'artefice dell'unificazione nazionale. Ma forse il tempo per “fare i conti” sta per scadere. Come accade anche in altri Paesi la cui storiografia è travolta da leggi “sulla memoria”, imperversanti in Francia dal 2001 e da anni anche in Spagna, sulla storiografia italiana avanzano le nebbie della autocensura preventiva. Come osserva malinconicamente lo storico Dino Messina, «anche in Italia, si agita il desiderio di arrivare ad un imbrigliamento ministeriale della verità del mestiere di storico» e qualcuno propone quali «esclusivi soggetti di studio i movimenti politici e sociali che espressero repulsione verso la guerra, lo sforzo fatto per far avanzare delle prossime generazioni, per tutelare il rispetto delle identità e delle differenze e per estinguere il serpente velenoso dei nuovi e vecchi nazionalismi». Una storia coi paraocchi che manco il famigerato ventennio giunse imporre. Non impedì che la “Storia d'Italia” di Benedetto Croce venisse pubblicata e continuasse a fare scuola.

Mala tempora currunt...


Aldo A. Mola


BOX .

Marciatori per Roma? Tutte le fonti concordano. Gli “squadristi”, pochi e pochissimo armati, si misero in viaggio venerdì 27 ottobre 1922 convinti di festeggiare in Roma il primo “sabato fascista”. Furono fermati dove stabilito dal pluridecorato generale Emanuele Pugliese, comandante della divisione della Capitale. Piovigginava. Faceva freddo. In Roma entrarono alcune “colonne” solo nella notte tra lunedì 30 e martedì 31, per una veloce sfilata.

   Un motto antico recita “né di Venere né di Marte, né si arriva né si parte”. Però così andò la “Marcia per (=attraverso) Roma” conclusa con la partenza dalla Stazione Termini la sera del 31.

   In quasi totale solitudine, bene informato di quanto volevano e non volevano partiti, chiesa cattolica, “poteri forti”, massonerie e le “opposizioni”, in stato caotico e assenti, Vittorio Emanuele III decise che l'Italia non aveva alcun bisogno di legge marziale (lo “stato d'assedio” proposto dal governo Facta) ma di un governo di unione costituzionale presieduto da Mussolini, forte del consenso di Francia e Gran Bretagna, come documentato nelle relazioni presentate al Convegno di Vicoforte il 1° ottobre sulla “Crisi politica del 1922”, ove è stato ricordato che, con stupore di Mussolini, all'indomani del suo insediamento nessuna “voce” si levò contro il governo (manifestazioni, scioperi, ecc.). La storia qualche cosa insegna sia a chi la conosce, sia a chi si propone di farla. Le Camere si insedieranno il 13 e forse l'incarico verrà affidato il 17: da tempo i veggenti incrociano le dita...