MERCOLEDÌ DELLE CENERI


Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris.


In questo giorno, Mercoledì delle Ceneri, la Chiesa di sempre, quella illuminata dalla Tradizione bimillenaria del proprio magistero, con l'ausilio dei buoni pastori che la Provvidenza dona, ci ricorda, utilizzando la parole della Genesi, una verità oggi più che mai taciuta ed ignorata: "Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris"- "Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai". Le parole "quia pulvis es et in pulverem reverteris" compaiono nella Vulgata della Bibbia (Genesi 3,19) allorché Dio, dopo il peccato originale, scaccia Adamo dal giardino dell'Eden condannandolo alla fatica del lavoro e alla morte: "Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!"

Gli uomini del Medioevo, sovente flagellati da pestilenze e altre calamità, avevano fatto di questa espressione una bandiera che li rendeva consapevoli della inevitabile caducità umana, della nostra finitudine. In fin dei conti è la certezza della morte a conferire straordinario valore ad ogni istante passato in vita e a rendere ardente la Tradizione come trasmissione dell'Essere nel Divenire. "Solo ciò che muore si riproduce. La fecondità è un perpetuo compromesso tra l'essere ed il nulla. L'eternità è sterile: dove i fiori non appassiscono, i semi sono inutili." scriveva Gustave Thibon.

Tale consapevolezza, tipica del Cristiano medievale, non sminuiva assolutamente il sacro valore attribuito alla vita, ma certamente attenuava il terrore della morte ed esortava a predisporsi per essere pronti alla venuta di quest'ultima (le Ars moriendi, due scritti latini che contengono suggerimenti sui protocolli e le procedure per una buona morte, con dei testi su come «morire bene» secondo i precetti cristiani, scritti tra il 1415 e il 1450, in un periodo in cui la società aveva assistito agli orrori della peste nera, sono l'esempio più esplicito in tal senso).

La consapevolezza della caducità intrinseca nell’umana natura non conduce ad un rifiuto nei confronti di una equilibrata tutela della nostra dimensione biologica che anzi è doverosa. Porta però ad essere consapevoli della necessità di contemperare la materialità dei nostri corpi con almeno altre tre dimensioni: innanzitutto spirituale, poiché è attraverso questa che vivremo nell'eternità; comunitaria, giacché solo così potremo sopravvivere nel ricordo singolo di chi ci ha amati e collettivo della comunità di cui siamo stati membri; militante, ovvero di lotta e accettazione dei rischi che l'avventura della Vita porta con sé. La Civiltà, dopotutto, si fonda sul rifiuto di ciò che è ineludibilmente deleterio, ma sull’accettazione del pericolo come costante quotidiana. Se le logiche tremebonde e pusillanimi del presente avessero animato l’uomo da sempre, saremmo ancora rintanati nelle caverne per tema delle fiere selvatiche.

Noi contemporanei, profondamente atei e immanentisti, non conosciamo altra dimensione che quella della nuda vita biologica. Siamo ossessionati dal controllo totale sulle nostre esistenze e irrimediabilmente refrattari ad accettare determinazioni esterne alla nostra singola coscienza assurta a divinità, cullati da una Chiesa modernista che evita accuratamente ogni riferimento alla morte e che anzi, piegandosi alle normative sanitocratiche vigenti al fine di debellare il virus cinese, invita a fuggire ossessivamente dal Tristo Mietitore persino ai piedi dell'altare, mostrando quanto ormai la Divina Provvidenza sia ricacciata ai margini della Nouvelle Théologie. La Società Occidentale è immersa, con la complicità di parte delle gerarchie ecclesiastiche, in un Catarismo all'inverso. Abbiamo accettato di rinunziare a vivere per sopravvivere, una condizione ben sintetizzata dal poeta latino Giovenale: "Propter vitam vivendi perdere causas" (per preservare la propria vita si perdono le ragioni per vivere).

In questo giorno cerchiamo buoni sacerdoti che ci ricordino che polvere siamo e polvere ritorneremo, che siamo creature e in quanto tali soggette a condizioni che non dipendono in alcun modo dalla nostra volontà.

Fingere che il mondo materiale non esista e rinunciare a tutelarsi da questo punto di vista, è suicida e sciocco, ma conferire a questo piano dell’esistenza una preminenza su tutti gli altri significherebbe arrendersi a chi sostiene che la vita umana non abbia nessun’altro senso che quello della preservazione di sé medesima.

Assimiliamo un precetto di Civiltà: prima del "diritto" alla vita, esiste un "dovere" alla vita, in tutte le sue dimensioni.

Memento mori.


Manuel BERARDINUCCI


Foto di copertina: da Ars moriendi - Wikipedia