Correva l’anno 1999 ed oggi nel 2022 posso affermare che  dalla cronaca siamo passati alla storia.


E’ arrivato il momento. È arrivato il momento, ci siamo detti mentre la nave S. Giorgio navigava verso Durazzo. Nessuno ci aveva detto di andare ma l’abbiamo voluto fare, per i bambini soprattutto. Per quei bambini che la tv ci mostrava con i loro occhi sempre in lacrime. Nessun timore a partire, non appena l’Ufficio Comunale di P.C., del Comune di S.A. Li Battiati, ci ha comunicato la notizia. Per noi, insieme ai ragazzi scout catanesi ed al altre organizzazioni di volontariato, l’emergenza Kosovo era iniziata da ben due settimane in servizio presso il Centro di Raccolta istituito presso il Comune. 

Sbrigate le formalità burocratiche e preparato l’equipaggiamento necessario siamo partiti io (per la cronaca Valentina Conte), Wissia Pace e Salvo Zappardino. Sono volati quegli otto giorni. Sin dal nostro arrivo nel campo di Kavaje a metà strada tra Durazzo e Tirana. Sono volati per noi, almeno. Per i nostri genitori e familiari sono stati interminabili. Per noi non c’era il tempo neanche di pensare. I kosovari arrivavano con i loro camion a tutte le ore del giorno e della notte, i bambini spesso avevano la febbre alta. 

Una volta è arrivata di notte, al cancello una giovane mamma. Era disperata, ci diceva che la sua bambina era morta. Ci siamo precipitati a guardare dentro una coperta che sembrava non avvolgere nulla. Invece dentro c’era una bellissima bambina, di pochi mesi e la nostra gioia immensa è stata quando in infermeria ci siamo resi conto che stava dormendo. Dormiva sempre, per mancanza di cibo. 

Un altro bambino è arrivato con indosso da una settimana lo stesso pannolino; non aveva solo la pelle arrossata, aveva purtroppo anche le piaghe ed in alcuni punti fuoriusciva anche la carne viva. Ce l’abbiamo fatta lo stesso. L’abbiamo curato con il cortisone ed altri farmaci specifici. Potremmo raccontare tantissime storie sui bambini. C’erano bambini che non mangiavano affatto, talmente erano abituati a digiunare.  Mangiavano tutto: per esempio, non volevano gli omogeneizzati. Abbiamo incontrato diversi scout o ex scout dell’Agesci anche essi impegnati nel fronteggiare la situazione. 

Il lavoro in quei giorni è stato tantissimo. I turni dovevano coprire le 24 ore. Il lavoro più’ pesante è stato, indubbiamente, in infermeria. Li abbiamo lasciato un pezzo del nostro cuore. Arrivavano persone di tutte le età in condizioni penose. Il luogo più straziante di tutto il campo era l’ingresso. Qui si accalcavano centinaia di persone che spingevano per entrare ma noi più di tanto non potevano fare, perché il campo più di 120 tende e 2.000 persone non poteva ospitare. Ci davamo da fare per dar loro almeno da mangiare, almeno una volta al giorno, e dare le prime cure ai più malandati, lavare i bambini. Ci sono stati casi di scabbia ed anche di colera. Fortuna che il buon Salvo Zappardino ( Frank per gli amici ) aveva ben pensato di farci vaccinare prima di partire. Non ho mai fatto tante vaccinazioni in tutta la mia vita. Ricordo solo il braccio indolenzito ed il fondo schiena bucherellato. Mentre il campo era bonificato alla meglio, dietro al cancello era come una fogna. Con la pioggia, poi, diventava un pantano. Le difficoltà per noi volontari sono state tantissime. C’erano solo 20 bagni chimici diventati presto quasi impraticabili. Le docce più puzzolenti dei bagni, ci siamo lavati una sola volta in otto giorni in una specie di ostello foresteria a dir poco pessimo dove potevamo dormire tre o quattro ore nei sacchi a pelo. 

I bambini e le donne sono stati i veri protagonisti. Cercavano come potevano di collaborare. Erano loro stessi a portare da mangiare nelle tende scortati da noi e quando hanno capito che eravamo stremati dalla stanchezza si sono offerti spontaneamente di lavorare in cucina, pulire i bagni ed in altri servizi del campo per dare essi stessi una mano alla propria gente. Per i bambini gli unici modelli da prendere ad esempio erano i guerriglieri dell’UCK e noi ci siamo sforzati affinché si rendessero conto come alla violenza non si può sempre rispondere con la violenza. O quanto meno che la violenza non è la soluzione per tutti i problemi generati da altri uomini. Alcuni tra questi bambini non avevano un nome, non avevano una famiglia. Erano stati raccolti per la strada dalle famiglie kosovare in fuga. Alcuni avevano visto uccidere i propri padri ed i propri fratelli maggiori. Alcuni avevano visto violentare le proprie madri e le proprie sorelle. È stato veramente difficile cercare di far loro capire come alla violenza non si può sempre rispondere con la violenza. Le ferite sono profonde e non sarà facile rimarginarle. 

I bambini e gli adolescenti una volta presa confidenza ci venivano a cercare, anche di notte, magari per avere qualche biscotto. Ci chiamavano per nome. Ce n’erano tantissimi che avevano perso parte o tutta la famiglia. Come Marietta, una ragazza di sedici anni che era riuscita a salvare il proprio fratellino di un anno appena. Ci abbracciava, ci sentiva vicini a loro. O ancora Alba, una bambina biondissima, dolcissima e bellissima con degli splendidi occhi verdi. Una sera si è addormentata tra le mie braccia. Me la sono ritrovata che appoggiava la testa all’inizio sulle mie gambe prendendomi la mano affinché le accarezzassi il viso. 

Quando siamo arrivati sembrava di essere in una scena di un film di guerra: noi scortati dai militari della Guardia di Finanza (lo sappiamo: quando Salvo si butta a capofitto in qualcosa di grosso all’interno dello scautismo la Guardia di Finanza è sempre presente) mentre attorno a noi si muovevano con disinvoltura i mezzi corazzati della Legione Straniera, ed i bambini che ci salutavano con le dita alzate in segno di vittoria. Inneggiavano tutti all’Uck. Sulle nostre teste volteggiavano gli elicotteri Apache. 

Quante risate quando a Salvo un Albanese ha proposto, insistendo, l’acquisto di un mitra per soli 30 dollari ( una vera offerta a livello di saldo ). Sembra esiste un vero e proprio listino prezzi. Ogni tanto si sentiva qualche scarica di mitra, che proveniva dall’esterno del campo. Erano i contrabbandieri albanesi sempre in lotta fra loro. La vera paura è stata una notte quando mentre mi trovavo di turno notturno in infermeria, verso le tre del mattino si sono sentiti due boati spaventosi. Ho pensato subito ad un bombardamento. È iniziata l’invasione della Serbia da parte della Nato abbiamo pensato spaventati a morte. Tutta la struttura metallica si è messa a tremare, ci siamo buttati a terra alla meno peggio, Francesca della Misericordia di Bari si è pure fatta male ad un ginocchio. I carabinieri del Tuscania poi ci hanno spiegato che due caccia avevano infranto la barriera del suono. 

Sono tante le cose che abbiamo vissuto e che potrei raccontare. Siamo tornati dopo 36 ore di viaggio ed ancora mi sento disorientata: le lacrime che ci hanno dato l’addio non le dimenticherò. Per quanto riguarda il mio cammino scout, ora, mi sono resa conto che ha avuto un senso grazie anche a quanto ho vissuto in Albania . 

Di questa missione rimangono i ricordi, le lezioni di vita ed i valori che abbiamo recepito . Oggi che non sono più una ragazzina ma una quarantenne con il mio compagno di vita, madre di una bambina e donna  con un equilibrio sentimentale, affettivo e professionale   mi rendo conto quanto ho vissuto ancora oggi mi condiziona positivamente .  Quanto ho vissuto in quei giorni tragici mi accompagnerà  per tutta la mia esistenza. Tutto questo lo devo allo scautismo. 

Ancora oggi, dopo tanti anni… capisco le storie dei veterani contraddistinte da slanci di generosità, traumi e silenzi . 

Non siamo stati noi a dare qualcosa ai profughi, bensì loro a noi. 


Valentina CONTE, già capo scout sezione Assoraider Catania.