L'editoriale del mese di gennaio MMXXII.

 

Ci lasciamo alle spalle l'anno dantesco, precisamente il settimo centenario della morte del Poeta. Tante sono state le iniziative di intellettuali, artisti, associazioni. Tanti (forse troppi) i libri pubblicati. Innumerevoli le iniziative editoriali e le manifestazioni scolastiche. Anche noi abbiamo cercato di celebrarne la memoria come meglio abbiamo potuto, mediante eventi on line trasmessi in diretta sulla bacheca della nostra pagina Facebook, tramite articoli pubblicati su questa rivista, attraverso comunicati ed appelli. 

Eppure, al di là del frastuono mediatico che, nel bene e nel male, ha coinvolto Dante, cosa resta? La solennità delle celebrazioni dantesche ha il sapore transeunte dell'ubriacatura mondana e modajola. L'anno fatidico è già passato e, forse, parlando di Dante, abbiamo dimenticato Dante. Abbiamo cioè partecipato ad un'immensa liturgia retorica che, sebbene doverosa, rischia di non lasciare più traccia di sé. Dopo aver parlato del nostro Padre della Patria, dobbiamo chiederci: ed ora? Se nel 2021 era d'uopo parlare del Poeta, che senso ha parlarne nel 2022? Che importanza ha ricordarlo negli anni futuri? 


Dante, prima che uomo di fede, poeta, politico ed esule, è filosofo.

Nel suo discorso intitolato “L’opera di Dante”, il Carducci sentenziava: “...tutto ciò che il poeta ha scritto ha pensato ha fatto fin ora, si appunta nella Commedia: la quale è la figurazione della visione ultima della Vita nuova, è l’attuazione del sistema morale e allegorico dell’Amoroso Convivio, è la glorificazione della Vulgare Eloquenza, è la consacrazione della Monarchia. Nelle rime del “dolce stil nuovo” Dante rivolgevasi ai fedeli d’amore, nel Convivio ai signori d’Italia, nei trattati latini ai chierici e dottori: nella Commedia il poeta canta al popolo, a tutto il popolo, a tutti i popoli...nella Commedia, pur rimanendo il sommo poeta del medio evo, è più largamente il poeta per eccellenza della gente latina e del cristianesimo, è, più ancora, il poeta, nel sovrano senso della parola, di tutti i tempi...E quindi alla base terrena del poema, nella selva, offresi primo Virgilio, simbolo della ragione, della filosofia, dell’impero, a scorgere Dante, l’uomo, alla temporale perfezione e felicità nel paradiso terrestre: a mezzo il poema, nel paradiso terrestre, scende Beatrice, simbolo della fede, della teologia, della chiesa, a levar Dante alla perfezione e beatitudine eterna dell’empireo”.

Tutta la Divina Commedia è una grande, incessante riflessione dell’uomo sull’Uomo, sulla sua natura, sulla sua origine, sul suo destino...

Se Filosofia significa “amore della Sapienza”, cioè ricerca della Verità, quello dantesco è veramente un magnifico viaggio filosofico oltre che poetico-religioso, fatto di dubbi e certezze, bestemmia e preghiera, invettiva e lirica: un cammino universale, che partendo dalla storia si fa meta-storico, dalla natura si fa meta-fisico; un cammino che investe l’intera esistenza umana e abbraccia gli uomini di tutti i secoli.

Nella suprema Poesia dantesca, troviamo tutta la vita dell’uomo con tutte le sue passioni, i suoi piaceri e i suoi dolori, i suoi vizi più torbidi e le sue virtù più cristalline, meschinità ed eroismo, avarizia e generosità, ottusità e conoscenza, l’odio e l’amore: troviamo l’uomo intero, con tutte le sue pulsioni bestiali e le sue potenzialità divine, la sua possibilità di dannazione e la sua aspirazione alla salvezza; in questa Grande Opera vibrano l’afflato religioso, la passione politica, il rigore morale, la bellezza dell’arte; nella sua profondità scorrono sangue di razze molteplici, fiumi segreti; nel clamore delle lotte domina un silenzio ascetico, nel freddo processo logico della ragione pulsa un caldo misticismo; nel Poema vive l’Europa con i suoi mille popoli: allucinazioni mescolate a memorie ed origini, elleniche, italiche, semitiche, druidiche, odiniche, il mistero d’oltre tomba della razza sacerdotale etrusca, la dirittura e la tenacità alla vita da una gran razza civile, cui fu poesia lo jus, la romana, la balda freschezza e franchezza di una razza nuova guerriera, la germanica; l’immensa ed epica storia europea innestata nel disegno provvidenziale di Dio, redenta da Cristo, consacrata alla Vergine Madre di Dio.

E’ nella Commedia che Dante afferra fino in fondo, e con una profondità ancora ignota all’autore della Monarchia la condizione “drammatica” dell’uomo cristiano diviso fra due destini, condizionato da opposti e, in fondo, inconciliabili “desideri”. Lo scopo del Monarchia consisteva nel difendere soprattutto, con buone ragioni filosofiche giuridiche e teologiche, i diritti dell’Impero universale, salvaguardandoli da ogni usurpazione temporale o religiosa; il poeta della Commedia capisce ora che è necessario affrontare l’esperienza di una totale rigenerazione dell’uomo e della sua finalità ultraterrena, che ponga fine a ogni scissione, e lo restituisca alla sua perfezione unitaria; muovendo proprio da quei temi (povertà necessaria alla Chiesa, suo rifiuto di ogni bene o potere coercitivo mondano) già trattati nel III libro del Monarchia; e la stessa idea centrale del trattato politico, la funzione provvidenziale e insieme naturale dell’Impero, nella sua piena autonomia, diventa adesso quasi la naturale premessa per una futura renovatio che avrà inizio nella Chiesa e per la Chiesa.

Il Sommo Poeta, guardando dentro e fuori di sé, alla sua miseria e al caos che regna nel mondo, si rende conto che è necessario dapprima percorrere un cammino a ritroso che gli permetta, guidato dalla ragione di fortificare la propria volontà per dominare se stesso; al termine di una faticosa ascesa sarà possibile riconquistare il fondamento metafisico di quell’etica già conquistata razionalmente. Solo in questo modo intimo, con questo personale percorso spirituale è possibile ritrovare le ragioni della politica e della società.

Ecco, noi crediamo che ammirare l'ingegno dantesco non significhi solo apprezzarne il valore estetico immediato. Noi crediamo, fermamente, che il suo Pensiero sia eterno, un sempre valido faro capace di illuminare le notti della nostra Civiltà e, pertanto, degno di essere additato alle future generazioni. Ripartiamo allora da Dante, celebrandolo ogni giorno, per ricordarci chi siamo, da dove veniamo e dove andremo. Solo in questo modo, per questa via, recuperando noi stessi, potremo recuperare la Religione, la Politica, l'Amore.

Pesaro, I gennaio MMXXII


Giovanni FLAMMA