JOHN KEATS

Duecento anni fa moriva il Poeta "il cui nome fu scritto nell’acqua" (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 23 febbraio 1821).


Duecento anni fa, in una Roma centro dello Stato Pontificio, vivissima nel suo slancio artistico dato dalla riscoperta degli antichi monumenti, moriva per complicazioni dovute alla tubercolosi un venticinquenne di origini inglesi, che aveva trovato alloggio in un appartamento adiacente alla Scalinata di Piazza di Spagna.

In Italia era venuto a cercare un clima favorevole alle sue condizioni di salute, partendo nell’inverno del 1820 e salpando da Londra sulla Maria Crowther verso Napoli. Insieme a lui, il devoto amico e pittore Joseph Severn che gli rimase accanto sino agli ultimi istanti, raccogliendone le ultime parole:

“I shall soon be laid in the quiet grave – thank God for the quiet grave. (…) I can feel the cold earth upon me – the daisies growing over me – O for this quiet – it will be my first.”

[“Presto sarò deposto in una tomba silenziosa – grazie a Dio per la tomba silenziosa (…) Riesco a sentire la fredda terra sopra di me – le margherite crescere sopra di me – Oh, che tranqullità – sarà per me la prima volta.”]

Il giovane trovò sepoltura nel cimitero protestante di Roma. Sulla lapide, l’epitaffio da lui stesso scelto, e che ancora oggi il pellegrino può leggere:

Here lies one whose name was writ in water

[Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua]



Quel giovane Poeta inglese era John Keats, riconosciuto universalmente come uno tra i più grandi poeti del romanticismo britannico, che dedicò la sua vita ad una scrittura dedita all’osservazione della vita e della natura, alla bellezza, al sublime che il contatto con l’arte, specie quella antica, riesce a trasmettere.


La vita prima della Poesia

Nato nel 1795 a Londra da una famiglia di modeste origini, restò orfano di padre a 9 anni. La situazione familiare poco stabile lo portò a vivere con la nonna materna nel Middlesex. Lì inizio la sua vera e propria educazione scolastica sotto gli insegnamenti di John Clarke, il cui figlio divenne molto amico di Keats incoraggiandolo nelle precoci aspirazioni poetiche. Alla morte della madre, la nonna pose lui e i tre fratelli sotto la custodia di un tutore, Richard Abbey, che impose a Keats la carriera medica. Nel 1814 finì il proprio apprendistato ad Edmonton per partire verso Londra dove prestò servizio come chirurgo. Nel 1817 tuttavia scelse una volta per tutte di seguire la propria vocazione alla letteratura, la strada che da quel momento segnò il resto della sua, seppur breve, vita.


I primi anni 

Fu proprio il figlio del suo maestro di scuola, Charles Cowden Clarke, a presentargli Edmund Spencer, Reynolds, ed altri poeti e artisti contemporanei che ebbero un forte impatto sulla sua formazione poetica. In questi anni nacque anche il suo interesse verso l’antico e la classicità: il suo primo sonetto, del 1816, “On First Looking into Chapman’s Homer” si ispirò infatti alle prime traduzioni inglesi dell’Iliade e dell’Odissea.

Nel 1817 vide la luce la prima raccolta di poesie, sempre sotto il segno di uno stile classico, eroico, riscoperto e tradotto nello sguardo del Poeta in contemplazione della bellezza della natura.

Lo stesso anno Keats iniziò a lavorare all’Endymion, il suo primo poema, stampato l’anno seguente, dedicato al mito dell’amore tra la Dea della Luna, nelle sue molteplici forme di Diana, Artemide e Cynthia, per Endimione, un pastore attorno al quale la struttura poetica prende forma. L’amore ideale, quindi, l’amore decantato e mitizzato dal Romanticismo di quel periodo, in bilico tra autodistruzione e trascendenza verso il divino.


La malattia e l’amore

Nel 1818 cominciarono a manifestarsi in lui i primi sintomi della tubercolosi. Lo stesso anno, a seguito di alcune recensioni negative sull’Endymion, il Poeta cercò nuove forme espressive per la sua poetica. In questo periodo la sua vita fu divisa tra lutto e gioia: infatti il fratello Tom morì quell’autunno di tubercolosi e il Poeta lo assistette sino agli ultimi istanti; nel frattempo incontrò l’amore della sua vita, Fanny Brawne, vicina di casa in Hampstead. Questo amore non poté mai coronarsi con un matrimonio per le ristrettezze economiche e per l’aggravarsi delle condizioni di salute di Keats, che dedicò all’amata lettere di passione sublime.


Fanny Brawne e il rinnovamento poetico

Keats si fidanzò tuttavia con Fanny Brawne nel 1819 e il suo amore per la fanciulla divampò in tutta la poetica seguente, che vide nuovo slancio e consistente rinnovamento.

Lo stesso anno videro la luce alcuni tra i capolavori più famosi del Poeta: Isabella, The Eve of St. Agnes e le odi, tra le quali On a Grecian Urn, To a Nightingale, On Melancholy.

Passione indolente, meditazione lirica e temi della mitologia classica si unirono in queste nuove composizioni. Il tema delle odi si basa sulla dicotomia tra l’ideale dell’eternità, della mitologia, del divino e la caducità del mondo fisico, tema entrato nel linguaggio del Poeta a seguito della morte del fratello; di qui la ricerca di una via di liberazione attraverso l’immaginazione.


Gli ultimi anni

Tra il 1819 e il 1820 le sue condizioni di salute peggiorarono senza possibilità di guarigione. La diagnosi di tubercolosi venne confermata all’inizio del 1820 e il medico gli consigliò di recarsi nel sud Europa per l’inverno, in Italia, dove anche l’amico Shelley lo aveva invitato a Pisa.

L’amore per la Brawne come una fiamma arse fino agli ultimi giorni, pur nella consapevolezza che non avrebbe mai potuto saperla al suo fianco come compagna di vita.

Nel settembre dello stesso anno salpò da Londra per Napoli con la volontà di arrivare a Roma, città dove l’eterno ha la sua naturale dimora, ma che il destino gli concederà di raggiungere senza però avere il tempo di visitare e ammirare per via del peggioramento della malattia.

Con lui durante il viaggio e fino agli ultimi istanti, l’amico Joseph Severn, autore di diversi ritratti del Poeta, che gli restò accanto fino alla fine, in quella stanza che si affaccia sulla splendida Scalinata di Piazza di Spagna, oggi sede della casa-museo Keats-Shelley House.


Keats in musica

Nonostante Keats non si sia mai definito soddisfatto della propria poetica, i contemporanei così come le generazioni successive lo acclamarono per la forte sensualità nella descrizione della bellezza sublime della natura e dell’eterno, trasmessa attraverso l’utilizzo di immagini vivide come mai nessuno aveva saputo fare prima di lui. I suoi versi non furono acclamati per il senso ritmico e musicale, come avvenne per altri poeti dello stesso periodo, bensì per la ricchezza semantica e lessicale; tuttavia, vi furono musicisti che, sulla scia della riscoperta del mito del Poeta, furono chiamati a mettere in musica le sue composizioni poetiche, con effetti intensi e straordinari.

Uno di essi fu il compositore scozzese John Blackwood McEwen, nato nella seconda metà dell’Ottocento, e che si ispirò proprio alle Epistles di Keats per le sue composizioni: un esempio sono i tre preludi per pianoforte, fruibili attraverso diverse interpretazioni moderne.

In età contemporanea, le Odi di Keats sono invece state ispiratrici per altri eccellenti compositori: tra questi, Mark G. Simon compositore e clarinettista, per molti erede di Leonard Bernstein, compose nel 2018 quattro movimenti dedicati alla Ode to a Grecian Urn.


Elisabetta GAVETTI

 

Bibliografia

Hough, G.G., "John Keats". Encyclopedia Britannica, https://www.britannica.com/biography/John-Keats

Monckton Milnes, R. (1848), Life, Letters and Literary Remains of John Keats, Edward Moxon

Pedrota, G. (2020), The Music of Poetry: John Keats, “Heard Melodies Are Sweet, but Those Unheard Are Sweeter”, published on Interlude.hk, 2 Aug. 2020

Rossetti, W.M. (1887), The Life and Writings of John Keats. London, Walter Scot


Immagine del titolo: Ritratto del Poeta John Keats, Joseph Severn, 1821-23