GIOVANNI PASCOLI E LA SUA FECONDA OPERA


Cade il 6 aprile l’anniversario della morte (avvenuta nel 1912) del poeta Giovanni Pascoli, nato a San Mauro di Romagna (dal 1932 San Mauro Pascoli in onore del poeta) il 31 dicembre 1855.


Si potrebbe innanzitutto dire che al paganesimo ferino di Gabriele d’Annunzio (1863-1938) faccia contrasto il Cristianesimo campestre di Pascoli; ai miti pagani dell’abruzzese faccian riscontro quelli religiosi (nel significato primo della parola) che il poeta di Castelvecchio di Barga (ora Castelvecchio Pascoli) sognò in cosmiche visioni.

La vita di Giovanni Pascoli non ebbe vicende di estremo prestigio, che forse contino per se stesse, di là dalla significazione del poeta, come invece contano nella vita dannunziana.

L’infanzia pascoliana si svolse nella tenuta “La Torre” dei Principi Torlonia, amministrata da suo padre Ruggero.

La minuzia georgica del futuro poeta, l’ambiente esclusivamente agreste e solatìo della sua arte poetica, si prepararono sotto quei soli e tra quei campi.

La tragica uccisione del padre rimasta impunita, la cavalla storna che tirò il calesse fino alla casa paterna, sono episodi che influenzarono, e molto, il Nostro. Infatti in molti luoghi delle sue opere, in verso ed in prosa, il Pascoli ricordò quel tragico delitto famigliare e che trasse a morte ed a rovina anche altri suoi cari come la sorella e la madre. Nelle prefazioni dei volumi “Myricae” (1894), dedicato al padre, ed in quella dei “Canti di Castelvecchio” rispettivamente scrive:


«Uomo che leggi, furono uomini che apersero quella tomba. E in quella finì tutta una fiorente famiglia.»

 

«Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo non solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti.».


Fu allievo al Collegio degli Scolopi di Urbino, quindi frequentò il liceo a Rimini ed a Firenze. Grazie ad un concorso pubblico, in cui risultò primo [ove il giudizio fu affidato a Giosue Carducci (1835-1907)], ottenne dal Comune di Bologna un sussidio al fine di frequentare l’Università. In una pagina che ricorre spesso nelle sue Antologie, Pascoli raccontò l’incontro col Carducci, del quale fu poi il più insigne discepolo. Nel 1882 si laureò ed iniziò l’insegnamento delle lingue e letterature latine e greche in varie città italiane.

Contemporaneamente scriveva versi latini inviati ai concorsi e fu considerato il più forte poeta che nei tempi moderni abbiano avuto le lettere latine: “Veianius” del ’92, “Phidyle” del ’94, le già ricordate virgiliane “Myricae” (nella loro brevità compiuta, hanno talora un’eleganza di greca fattura) e toccò al d’Annunzio il vanto di aver additato il nuovo poeta agli Italiani.

Nel ’95, il Nostro divenne professore straordinario all’Università di Bologna, quindi docente di lettere a Messina ed infine a Pisa ove rimase fino al 1907 quando, morto Carducci, fu chiamato ad assumere la cattedra del Maestro.

Ed ora analizzo sommariamente alcuni aspetti della sua opera.

Il giovane Pascoli sognava grandi ideali umani di solidarietà e di uguaglianza, e si pose anche accanto a ribelli che eccitavano alla rivolta sociale, sentendo però egli nella rivolta la sola vendetta contro la società che non aveva fatto luce sull’uccisione del padre; nel 1879, in una dimostrazione, venne arrestato e rimase tre mesi in carcere.

L’esperienza del carcere segnò profondamente Pascoli, ed in particolare gli fece capire quanto fossero importanti i valori della concordia tra gli uomini e la solidarietà.

Proprio per codesto, quando parliamo della sua ideologia, parliamo di umanitarismo.

A partire invece dal fenomeno dell’emigrazione vediamo nascere in Pascoli l’ideale nazionalistico, tanto che si schiera a favore dell’intervento coloniale in Africa.

Ciò che portò Pascoli a considerare l’emigrazione come un fattore del tutto negativo, è che essa aveva, come effetto, la devastante distruzione del nido famigliare.

La poetica di Pascoli si basa principalmente su quanto esposto dal poeta stesso nel saggio “Il fanciullino”, in cui Pascoli sostiene che dentro ogni uomo è nascosto un fanciullino in grado di provare meraviglia e stupore e di scoprire, pertanto, i misteri che si nascondono in ogni cosa. Di questo però è capace solo il poeta. Ed è così che nasce la poetica della meraviglia e dello stupore, attraverso la quale si può conoscere la realtà vera, quella inaccessibile per via razionale. Ed è proprio perché solo la poesia (secondo Pascoli) può essere usata come strumento di conoscenza del mondo, che egli matura una forte sfiducia nella scienza. Entrambi gli aspetti appena citati, ci portano a collocare Pascoli all’interno di una prospettiva decadente. Infatti, ad esempio, il ritorno all’infanzia può essere considerato una sorta di tentativo di evasione dalla realtà presente. Ma la sua sensibilità decadente la si nota soprattutto da ciò che egli ha in comune con il Simbolismo francese, ovvero:


- la ricerca dei significati nascosti delle cose;

- l’uso di un linguaggio simbolico e musicale (soprattutto di analogie) per esprimere i suddetti significati.

Il suo stile può essere definito impressionistico, perché vuole dare impressioni sensoriali immediate attraverso l’uso di legami di suono tra le parole (il significato grammaticale quindi è messo in secondo piano).

I temi ricorrenti nella sua poesia sono:


- il ricordo dei cari defunti e l’assassinio del padre, quindi in generale il pensiero della morte;
- l’esaltazione del “nido”, visto come simbolo del mondo chiuso, accogliente e protettivo degli affetti famigliari;

- la celebrazione della natura (che il poeta riesce a vedere in profondità grazie alla sua sensibilità da fanciullino);
- il significato simbolico e misterioso attribuito ad alcuni elementi del paesaggio;

- il senso di angoscia e smarrimento di fronte all’immensità del cosmo;

- l’affrontare temi esistenziali riprendendo i miti del mondo classico.


Il linguaggio in Pascoli si basa su analogie tra le cose che creano legami tra realtà anche profondamente diverse e lontane.

In questo modo è possibile scoprire legami nascosti, e quindi parliamo di potenza allusiva del linguaggio.

Le parole spesso assumono un significato simbolico, cioè creano un nesso tra il simbolo e la realtà simboleggiata. Ad esempio il “nido”, come abbiamo già visto, simboleggia la realtà del legame famigliare.

Egli fa uso dell’onomatopea, ovvero il riprodurre il suono di un oggetto o di un’azione tramite una parola che dal punto di vista semantico non ha significato, ma che descrive il modo in cui il nostro orecchio sente quel suono (es. “gre gre di ranelle”).

Importante è anche il fonosimbolismo, cioè quel procedimento basato sulle suggestioni provenienti dai suoni delle parole (scelte più per il loro valore fonico che semantico).

Vediamo ora qualcosa dell’opera pascoliana.

I “Primi Poemetti” (1903) cantano la vita dei campi e della loro gente; i “Poemi conviviali” (1906) liberano la poesia che il Nostro sentiva sorgere sulla vasta conoscenza della grecità e sul suo amore per la poesia antica; l’”Aurora boreale”, nella cui impalpabile bellezza il Poeta avverte il mistero di Dio, sta accanto all’”Inno secolare a Mazzini”; nell’inno “Al Re Umberto”, Pascoli canta Giuseppe Verdi (1813-1901) ed il patriota Antonio Fratti (1849-1897), il Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia (1873-1933) e l’esploratore Umberto Cagni di Bu Meliana (1863-1932); le “Canzoni di Re Enzio” sono temi epici, ma vi sono anche studi danteschi, con la “Minerva oscura” (1898), “Sotto il velame” (1900) e “La mirabile visione” (1902).

Giovanni Pascoli è il poeta del senso georgico e cioè la vita vera, pura ed autentica dei campi, in una quasi francescana amicizia per le creature vegetali ed animali.

La struttura poetica del Pascoli è l’attuare liricamente il principio del platonico “fanciullino” sempre presente in noi: e tradurre quindi in visioni l’altro principio teorico asserito dal Nostro, che la poesia nasca da un “commovimento dello spirito”, il quale «sembra rilevare cose ignote, non che agli altri, a noi stessi: è una creazione, che per dirla nostra, dobbiamo creder fatta come in un sogno».  

Siamo più che sicuri che tutta la poesia moderna italiana, dopo il Carducci, ultimo ed autentico poeta del Risorgimento, compresa prima di altri quella del d’Annunzio, considera la pascoliana come quella del maggior poeta apparso in Italia dopo Francesco Petrarca (1304-1374).

Anche il Pascoli accolse i richiami della poesia storica, secondo l’esempio carducciano, e quelli opposti di non so quale poesia popolare, e ciò secondo l’esempio dei romantici minori, ma non si sviò anche dietro miraggi sociali e nazionalistici.

In Pascoli c’è l’accettazione gioiosa della vita e del dolore; l’ingiustizia ed il delitto che offendono la vita, ma non possono rinnegarla.

Nell’interpretare il Nostro venne posta in rilievo la sua teoria analogica [una teoria frequente nel primo ‘800 italiano che troviamo perfino in Alessandro Manzoni (1785-1873)], quella medesima che il Decadentismo portò agli estremi.

Difficile figura e difficile poesia quella di Giovanni Pascoli.


Gianluigi CHIASEROTTI


Bibliografia

Croce, Benedetto (1963), “La Letteratura Italiana” (per saggi storicamente disposti a cura di Mario Sansone), Edizioni Laterza, Bari, V Edizione, “Giovanni Pascoli”, passim


Flora, Francesco (1959), “Storia della Letteratura Italiana”, Arnoldo Mondadori Editore, XI Edizione, 1959, Volume V, “Giovanni Pascoli”, passim


Immagine del titolo: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Pascoli#/media/File:Giovanni_Pascoli_01.jpg