La coincidenza voluta tra tesseramento 2022 e la pubblicazione del presente focus di approfondimento intende sottolineare il tentativo della nostra associazione di forgiare e formare una futura élite. Senza questa missione basilare, ogni sforzo di rinascita vagheggiato dal mondo monarchico sarà destinato ad essere velleitario. Pertanto in questo mese la nostra rivista pubblica un’articolata riflessione sul concetto di Aristocrazia, dal punto di vista sia storico che politico-filosofico. Il tema è di fondamentale importanza e rientra pienamente nel nostro ambizioso progetto di rinnovamento radicale della nostra area. Ringraziamo sin da ora gli amici che hanno accettato l’invito a partecipare a questa disamina.


Spesso, quando si parla di aristocrazia, come riflesso pavloviano, pensiamo subito ai privilegi del sangue. E allora, si scatenano i soliti sorrisi ironici degli scettici che iniziano a decantare le gesta mediatiche della nobiltà odierne.

Sia chiaro, non siamo qui a giustificare le bravate di rampolli dediti più alle carnevalate televisive che alla severa educazione di sé. A codesti esemplari circensi ricordiamo che non basta avere un nome blasonato per arrogarsi diritti: come ammoniva Giovanni il Battista: “… non crediate di poter dire fra voi: abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre…”.

Ma cosa intendiamo, veramente per “nobiltà” e “aristocrazia”? Dante ci dice che “nobile” deriva da “non vile” ed è “perfezione di propria natura in ciascuna cosa”, “secondo la perfezione dell’animo e del corpo”. Ed è proprio sulla scia degli ammonimenti evangelici che l’uomo nobile si riconosce “per li frutti: che sono morali vertù e intellettuali, de le quali essa nostra nobilitade è seme”. Solo indirettamente (e non necessariamente) nobile è colui che è conosciuto, famoso (da “nosco”, conoscere). Nobiltà, dunque, è qualcosa di tremendamente importante e basilare: tale realtà impone degli obblighi a chi se ne fregia, ha dei codici da rispettare, è forma e sostanza insieme, ardimento, ascesi incessante, duro esercizio su sé. Noblesse oblige, la “nobiltà obbliga”, non “la nobbiltà è obbligatoria!” come sentenziava ironicamente il grande Totò sebbene, in certo senso, essa debba obbligatoriamente essere presente in una Civiltà che voglia essere sana e luminosa, quindi tradizionale.

Di conseguenza, l’aristocrazia (ovvero il “potere dei migliori) è inevitabilmente potere degli uomini veramente nobili.

Come giustamente affermato da Mosca e Pareto, nella “dottrina delle élites” e come ribadito poi dall’intellettuale liberale Panfilo Gentile, in natura non esistono e non possono esistere che delle oligarchie. L’umanità, indipendentemente dal tipo di regime politico ed amministrativo, “è stata sempre governata da pochi. L’oligarchia deve essere considerata come il sistema permanente e naturale e non come una tra le tante possibili forme storiche di governo. L’attitudine al comando, come del resto tutte le attitudini, non è in ogni uomo…”. Ciò avviene anche nei regimi democratici. Tuttavia, in un regime di massa, continua P. Gentile, “il sistema democratico crea una selezione sui generis della casse politica…Quando il demos si è imposto in tutta la sua intransigenza, si è visto che esso consentiva la gara solo tra elites politiche professionali qualitativamente scadenti. I gruppi capaci di entrare in gara e di raggiungere le masse sono solo quelli che dispongono di una forte organizzazione e cioè i cosiddetti partiti di massa. Si effettua perciò tra i gruppi una esclusione poco provvida. Gruppi egemonici spazzano via i gruppi minori, non per una ragione di una loro intrinseca superiorità, ma unicamente per ragione di potenza: per essere cioè solo essi in grado di svolgere quell’azione suggestiva e preparatoria a vasto raggio che è indispensabile per orientare a proprio favore le masse. Né l’individuo indipendente che abbia rifiutato ogni irreggimentazione, né i piccoli clubs raffinati hanno più voce. Ed i gruppi che riescono a restare in gara, vi riescono solo in garanzia delle concessioni maggiori che fanno per acquistarsi il favore popolare…Esiste una cortigianeria dinanzi al popolo che non è meno necessaria di quella che una volta si esercitava presso i principi”.

Continua ancora Gentile: “queste elites sono sempre, per così dire avventizie, prive di continuità, di tradizioni, il che significa che mancano del requisito essenziale di ogni vera aristocrazia. Le aristocrazie possono essere chiuse ed aperte, ereditarie e non ereditarie. Quel che importa, perché vi sia un’aristocrazia, è che essa tenda a formare ed a perpetuare un certo tipo umano con gli attributi di una certa superiorità e distinzione. Un’aristocrazia è un gruppo, che elabora, perpetua e raffina certi valori ideali, un certo modo comune di intendere la vita, l’onore accordato a certe virtù e la condanna di certi difetti, la fedeltà a certe abitudini, l’assunzione di severi obblighi particolari, l’emulazione nell’adempierli. Ogni aristocrazia è sempre il prodotto di una lenta elaborazione di valori, un’acquisizione del tempo. Le aristocrazie non si improvvisano ma si formano nei secoli. Ed è anche vero che ogni aristocrazia tende ad una separazione dalla società comune, a una difesa dai contatti degradanti e dissolventi…Un’aristocrazia può perpetuare infatti i suoi valori, nonostante che i suoi ranghi mutino e si rinnovino nelle persone dei suoi componenti.. Si pone come una specie di entità, di spirito di corpo, spirito di casta capace di dominare gli elementi coi quali si rinnova e si continua e dai quali riesca a non essere sopraffatta né adulterata. L’adulterazione avviene solo quando il gruppo ha perduto la fierezza della propria singolarità…”.

E poi ancora “il livellamento giacobino è stato un implacabile avversario di queste formazioni e le ha sostituite con i partiti. Ma il partito è un’associazione che riunisce i suoi aderenti sulla base o degli interessi o delle ideologie, o degli uni e delle altre insieme. E né gli interessi né le astrazioni ideologiche sono adatti alla formazione di un tipo umano portatore di particolari virtù; non sono scuola di educazione morale. I partiti non formano un’aristocrazia. La selezione che essi operano internamente apre la strada non ai migliori, ma ai più attivi, i più presenti, i più intriganti, apre la porta al professionismo politico”.

Infine, conclude: “il problema più importante sembra quello di restituire una voce alle elites tagliate fuori dal giuoco democratico. Si possono trovare vari modi perché il reclutamento della classe politica avvenga anche per via diversa che non sia quella della scelta elettorale delle moltitudini. Uno di questi modi potrebbe essere quello del sistema bicamerale e del reclutamento della Camera Alta fatto per nomina, per cooptazione, per accessione a determinati uffici o per tutti i codesti metodi riuniti…Certamente non si tratta di resuscitare delle Camere ereditarie, né delle Camere accessibili per censo. Si tratta solo di fare il posto al merito. Nessuno vorrà contestare che esistono in ogni paese molti uomini onesti, saggi, preparati che potrebbero ricoprire degnamente gli uffici pubblici e rendere eminenti servigi allo Stato, ma del tutto inidonei, ad affrontare ed a vincere i cimenti elettorali”.

Ma quando parliamo di Aristocrazia, non possiamo fare a meno di pensare al grande filosofo Silvano Panunzio, uno dei più inflessibili critici del Democratismo cristiano, che nel primo volume di “Metapolitica”, rivolgendosi agli “intelletti sani ed agli spiriti forti” ed auspicando il recupero di “Idee-forza e Miti costruttivi” (al servizio del Mito più sublime, ovvero la Cristianità-Europa, umil specchio del Regno di Dio, la Roma Eterna come introito alla Nuova Gerusalemme) sosteneva quanto segue:  “Orbene, mentre un valido sistema politico può scegliere la forma monarchica come la repubblicana di Stato, la migliore forma di governo è quella <<policratica>> a patto che sia aristocratica la forma di regime… per forma di governo deve intendersi oggi la base del sistema politico e questa base non può essere che il popolo (policrazia). Ma tutto il popolo non può essere guida a se stesso e necessariamente questo compito di direzione spetta ai migliori che il popolo stesso esprime (aristocrazia)… il sistema misto migliore e ideale è quello composto che risulta composto da una aristocrazia cristiana e da una tecnocrazia sindacale [sistema politico che accoglie nel proprio seno la spinta viva delle forze del lavoro e il complesso organico dei quadri della produzione, ndr]… il principio aristocratico è poi quello che più recisamente si oppone all’oligarchico [che è potere dei “più forti”, non dei “migliori”, ndr]. Dunque, non il “principio del numero”, ma il “principio del meglio”, deve regolare la società. E continua sostenendo che “l’aristocrazia non è affatto chiusa, perché non è certo il sangue che la determina. Si ricordi come per Dante, la nobiltà sia data appunto dal valore personale”.

In definitiva, crediamo, che una sana aristocrazia sia necessaria, sia sotto il profilo spirituale-culturale che dal punto di vista sociale e morale; anche per controbilanciare (non per annullare) i vizi che inevitabilmente porta con sé una democrazia (e viceversa).

Purtroppo, lo spettacolo odierno che si offre ai nostri occhi è desolante.

In Italia, in particolare, non abbiamo punti riferimento validi: nessun discendente di Casate di antica schiatta che sia in grado di rappresentare quei valori aristocratici di cui tanto avrebbe bisogno la nostra società, malata com’è di democraticismo massificante e spersonalizzante. Nessun giovane signore che sia memore delle forti parole dannunziane: “… Siate convinti che l'essenza della persona supera in valore tutti gli attributi accessorii e che la sovranità interiore è il principal segno dell'aristòcrate. Non credete se non nella forza temprata dalla lunga disciplina. La forza è la prima legge della natura, indistruttibile, inabolibile. La disciplina è la superior virtù dell'uomo libero…”.

Nessun giovane principe che abbia imparato la lezione impartita alla Nobiltà da Plinio Corrêa de Oliveira e Julius Evola (“Lo stile che deve guadagnar risalto è quello di chi si tiene sulle posizioni in fedeltà a se stesso e ad un’idea, in una raccolta intensità, in una repulsione per ogni compromesso, in un impegno totale che si deve manifestare non solo nella lotta politica ma anche in ogni espressione dell’esistenza: nelle officine, nei laboratori, nelle università, nelle strade, nella stessa vita personale degli affetti... potrà manifestarsi nella veste del ricco come del povero, del lavoratore come dell’aristocrate, dell’imprenditore come dell’esploratore, del tecnico, del teologo, dell’agricoltore, dell’uomo politico in senso stretto”).

Una delle poche eccezioni è rappresentata da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, la cui sobria, colta e raffinata persona risplende nelle parole del prof. Aldo Mola: <<... custode della memoria storica dell'Italia europea con la Fondazione "Umberto II e Maria José", la Principessa è nata a Napoli: la Città del mistico Castel dell'Ovo e del Maschio Angioino dal solenne Portale aragonese, del Palazzo Reale voluto da Carlo III di Borbone... Napoli è Storia: spesso tragica ma infine rasserenante se si sa dove si arriva e dove si voglia andare. Da lì salparono Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 (cittadino italiano all'estero, restituito all'Italia il 17 dicembre 2017) e la Regina con i quattro principini il 6 giugno seguente. Di quel lungo passato è depositaria e cultrice la Principessa, "Testimone del Tempo"...>>. Questo legame fra la Principessa ed il Professore costituisce il vero asse aureo attorno al quale ruotano le speranze di un nuovo Risorgimento italiano: l’idea monarchica vive soprattutto grazie alla loro infaticabile e generosa opera culturale e sociale.

Tuttavia, benché aumentino le rovine e scarseggino gli Uomini, la nostra missione prosegue senza tregua, implacabile. Noi vogliamo ricreare una fucina politico-culturale all’interno della quale, come focolare a carbone di un fabbro ferraio, sarà forgiata una nuova Aristocrazia del pensiero, del merito e del servizio. Profondamente radicata nella sacra terra italiana, questa élite si presenterà come comunità più ristretta, più affinata ed eroica, che sappia esprimere tutto l’ardore della personalità, che conosca la gioia della responsabilità e che sia fondata sulle virtù cortesi: onore e fedeltà, lealtà e dirittura, audacia e purezza, generosità e magnanimità, coraggio e talento.

28-III-2022


Giovanni FLAMMA


Bibliografia:

- P. Correa de Oliveira, “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana”, ed. Marzorati, 1993

- J. Evola, “Gli uomini e le rovine e Orientamenti”, ed. Mediterranee, 2001

- Panfilo Gentile, “L’idea liberale”, ed. Rubettino, 2002

- G. d’Annunzio, “Le vergini delle rocce”, ed. Mondadori, 2002

- S. Panunzio, “Metapolitica. La Roma eterna e la nuova Gerusalemme - Vol.1, Il Mito e la Storia”, ed. Iduna, 2019

- M. Veneziani, “Dante nostro padre”, ed Vallecchi, 2020

 

(Fine prima parte; continua con la seconda parte)