L’11 febbraio del 1929 fu una giornata storica per la Chiesa e l’Italia: nonostante la pioggia scrosciante che investiva l’Urbe, un solido inchiostro consolidò una pace che portò ad una svolta fondamentale. Infatti quella firma fu tanto potente da risanare la breccia di porta Pia, portando al dialogo “Cesare e Pietro” in modo che entrambi si riconoscessero. L'unificatrice Festa della Conciliazione dell'11 Febbraio sostituì così la divisiva ricorrenza della Breccia di Porta Pia del 20 Settembre.

La firma dei patti ebbe una genesi particolare: dal 1870, con l’occupazione di Roma da parte delle forze italiane, i Pontefici, dal Beato Pio IX in poi, non riconoscevano il nuovo stato, considerandolo usurpatore e illegittimo. Dall’altra parte il neonato stato italiano, completata l’unità, riconosceva al Papa solo le leggi dette delle “guarentigie”. La “questione romana”, così prese il nome la spaccatura tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, assisté a una svolta con il primo dopoguerra. Il nuovo governo italiano, presieduto da Mussolini, voleva rinsaldare le radici nazionali, romane e cristiane e unificare ancor più il popolo italiano, riprendendo le parole del Manzoni in “Marzo 1821”: «Una d'arme, di lingua e d'altare, di memorie, di sangue e di cor». Sull’altro versante vi era pure il desiderio di chiudere la questione romana attraverso un’autentica adesione alla confessionalità dello Stato sancita dall’articolo primo dello Statuto, affermando altresì un ruolo sovrano alla Chiesa di Roma. 

Così il 26 agosto del 1926, in modo ufficioso, le due parti iniziarono ad intavolare un dialogo. Per parte Vaticana fu designato l'avvocato concistoriale Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli in seguito eletto Papa Pio XII, mentre per parte italiana fu designato il magistrato Domenico Barone; dopo la morte di questi il 4 gennaio del 1929, le ultime trattative vennero ultimate dal Ministro di Grazia e Giustizia Rocco e da Mussolini stesso. Esaminati tutti i particolari, si addivenne così alla firma del trattato: la data prescelta fu l’11 di febbraio, nel settantunesimo anniversario dell’apparizione di Nostra Signora di Lourdes. 

Nel palazzo di San Giovanni in Laterano si incontrarono la delegazione vaticana guidata dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri e la delegazione regnicola guidata dal Capo del governo primo ministro segretario di Stato del Regno d'Italia Benito Mussolini. In seguito alla ratifica del Concordato, avvenuta a maggio, il 7 giugno i trattati entrarono in vigore. Alle dodici in punto ci fu lo scambio di consegne tra i Carabinieri Reali e le Guardie svizzere Pontificie. Nacque così lo Status Civitatis Vaticanæ. Questo evento fu frutto di un duro lavoro diplomatico, ma fu altamente necessario per rinsaldare i rapporti fondamentali e storici tra il “trono e l’altare”. 

Per apprendere meglio questo passaggio è opportuno riprendere le parole di Sua Santità Pio XI. Infatti il 13 febbraio di quel fatidico anno, proprio Papa Ratti stesso sottolineò l’importanza dell’evento con l’allocuzione “Vogliamo anzitutto” dicendo: 

«Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di avercela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall'’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l'incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti «tamquam per medium profundam eundo» a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio.» 


Alessio BENASSI