27 GENNAIO 1302: DANTE E' CONDANNATO ALL' ESILIO


Oggi ricordiamo la prima condanna all’esilio da Firenze inferta a Dante: una delle scintille che accese la fiamma poetica che lo porterà a scrivere la Comedìa da esule “cittadino del mondo”. 


Tra fatto storico e poetico 

In questo 2021 che segna il VII centenario dalla morte del Sommo Poeta, oltre a ripercorrere la sua eredità poetica, è interessante anche sbirciare il “dietro le quinte” delle sue opere per coglierne più in profondità le ragioni e le finalità.

Impossibile scindere la vita quotidiana da quella poetica, e per Dante questo è vero più che mai. Il singulare splendore italico, come lo definì Boccaccio nella prima biografia del Poeta fiorentino, baciato dalla sorte con l’inestimabile dono delle muse, non ebbe egual fortuna nella vita amorosa e politica.

Se quindi ci è permesso azzardare una congettura, possiamo dire che due furono le cause scatenanti che portarono non solo alla stesura della Comedìa, ma anche di altre opere di minor fortuna e pari interesse: la prima causa fu la morte improvvisa della benedetta Beatrice, che spinge il poeta a dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna (VN, XLII, 1), spingendolo a proseguir nell’affinamento della propria arte poetica, fintanto che fosse in grado di parlar degnamente di questa donna-angelo; la seconda causa è quella che ricordiamo in questo giorno, la prima sentenza con condanna in contumacia all’esilio dalla città di Firenze, datata 27 gennaio 1302.

L’unione del fatto storico con il fatto poetico sarà fondamentale e i due temi torneranno tra epistole ed opere come fil rouge continuo, denominatore della visione di sé del poeta e motore che lo spinse dalla Selva Oscura al Paradiso in un percorso di espiazione in versi che ancora non trova eguali nella storia letteraria di ogni tempo.


Dante e la politica del “noi e loro”

L’Italia, ancor prima di diventare espressione politica e quando ancora era solo concetto geografico, fu già culla di storiche e spietate spaccature politiche e sociali, la politica del “noi e loro” ancora validissima tutt’oggi.

Nell’epoca e nei luoghi di Dante la lotta era tra Guelfi (sostenitori del Papato) e Ghibellini (sostenitori dell’Impero) ma si complicò ulteriormente nella bella Firenze con la scissione in due del partito Guelfo. Messa in sosta la contesa con i rivali “ercolini”, cacciati dalla città nel 1289, la fazione Guelfa iniziò ad aprire la strada alla successiva crisi scindendosi tra Bianchi e Neri: i Bianchi, fedelissimi della famiglia dei Cerchi e dedicati ad una moderata politica filo-papale e che avrebbero preferito una Firenze indipendente dal potere pontificio; i Neri, esponenti di spicco dell’aristocrazia finanziaria legati ai Donati, fedelissimi al papato.

Dante, come uomo del suo tempo, non fu solo testimone di questo complesso panorama, ma protagonista attivo da quando decise di entrare nella vita politica della propria città natale, Firenze, a partire dal 1290.

Membro del Consiglio dei Cento prima ed eletto tra i Sette Priori della città nel 1300, non poté fare a meno di schierarsi scegliendo la fazione dei Bianchi.

I seguaci dei Cerchi riuscirono a governare dal 1300 al 1301, finché i Neri salirono al potere con l’aiuto di Carlo di Valois, inviato dal papa Bonifacio VIII.

Siamo quindi nel fatidico 1302. I Bianchi rifiutarono di dimettersi dagli uffici; il delegato pontificio, il Cardinale Matteo d’Aquasparta, lasciò Firenze, lanciando l’interdetto sulla città.

Si crearono disordini al termine dei quali il Comune mandò in esilio i capi delle fazioni. I Neri, con Messer Corso Donati, furono confinati a Castel della Pieve, i Bianchi a Sarzana. Fra i condannati costretti all’esilio della fazione dei Cerchi, c’era anche Dante.


La condanna del 27 gennaio 1302

Il testo della condanna è tramandato da un unico testimone, il Libro del Chiodo, registro del Comune di Firenze contenente tutte le condanne battute sul capo dei Ghibellini prima, e sui ribelli Guelfi poi.


Il libro del chiodo, Riproduzione in fac-simile con edizione critica a cura di Francesca Klein, Firenze, Polistampa, 2004


I capi d’accusa imposti a Dante e alla compagine furono, ovviamente, piuttosto montati ad uso della causa: baratteria, concussione e corruzione. Ce lo racconta splendidamente Vittorio Imbriani nei suoi Studi Danteschi editi nel 1891, narrandone i punti salienti e delineando nello specifico ogni capo d’accusa:

“Il 27 Gennajo 1302, Indizione XV, a’ tempi del santissimo padre messer lo Papa Bonifazio VIII, messer Cante de Gabrielli da Gubbio, cavaliere, sullo esame (relazione) di messer Paolo da Gubbio, giudice deputato all’uffizio sulle baratterie, inique estorsioni e lucri illeciti, con l’assenso e’l consiglio degli altri giudici, pronunziava alcune sentenze. Gherardino del quondam Diodato, del popolo di S. Martino del Vescovo, denunziato da Bartolo di Banco, di aversi preso 72 fiorini d’oro (2880 lire) per far offerire a Dio ed al Battista Guccio del quondam messer Cerretano de Visdomini, – citato, contumace, incorso nel bando di 2000 lire di fiorini piccoli, come dagli atti, – era condannato “secondo i dritti e Statuto del Comune e del Popolo, gli Ordinamenti di giustizia e le Riformagioni” alla restituzione, a 3000 lire di ammenda; non pagando fra tre dì, guasto ed incameramento, di tutta la sua sostanza; pagando, per due anni a’ confini fuori Toscana; in ogni caso, perda i diritti politici. A costui erano uniti messer Palmieri degli Altoviti del sesto di Borgo. Dante Alighieri del sesto di S. Pietro Maggiore. Leppo Becchi del sesto d’Oltrarno. Orlanduccio Orlandi del sesto di Porta del Duomo. I quali, – accusati dalla fama pubblica, dopo che era stato proceduto contro di essi con inquisizione fatta dalla curia e che erano, come contumaci, incorsi in 5000 lire di multa (e de predictis omnibus in actis nostrae curiae plenius continetur), – affinché raccogliessero il frutto della messe seminata, secondo la qualità del seme e siano remunerati con degne retribuzioni secondo i meriti loro, ritenendoli confessi per la contumacia, eran condannati a 5000 lire di fiorini piccoli, per ciascuno; non pagando in tre giorni, si guasti ed incameri, ecc.; pagando, a’ confini fuori Toscana, per due anni; perdano i dritti politici come falsarî e barattieri. Nella inquisizione erano specificati i fatti:

1° In uffizio e fuori, diretta od indirettamente, baratterie, lucri illeciti, inique estorsioni in cose e in danari.

2° Denari, cose, scritte di libri, tacite promesse di cose o denari, per l’elezione de’ nuovi priori e del Gonfaloniere; o de’ Gonfalonieri delle arti.

3° Ricevuto per le nomine di ufficiali in Firenze, nel distretto o altrove, o per fare o non fare stanziamenti, riformagioni ed ordinamenti, o per dare o non dare salarî.

4° Aver trattato o fatto trattare queste cose.

5° Aver dato, promesso e pagato essendo in ufficio o dopo averlo deposto.

6° Aver ricevuto dallo erario, più che gli stanziamenti promettano.

7° Aver commesso frode e baratterie nel danaro e nelle cose del Comune.

8° Averne speso contro il Sommo Pontefice e messer Carlo per opporsi alla sua venuta e contra il pacifico stato di Firenze e parte Guelfa.

9° Aver ricevuto roba o denari da persone, collegi ed università per minacce di danni da farsi o proporsi.

10° Aver fatto scindere in parti Pistoja, e nominare gli anziani ed il vessillifero d’una sola arte ed averne espulsi i Neri; e divider la città dall’unione e volontà della città di Firenze, dalla soggezione di Santa Chiesa e di messer Carlo paciere in Toscana.

Il 10 marzo 1302 ai cinque suddetti e dieci altri condannati, non avendo essi pagato, non essendosi presentati, secondo legge, viene inflitta una piccola aggravante: – che, se mai alcuno di essi perverrà in forza del comune, talis perveniens, igne comburatur sic quod moriatur.”

L’Alighieri si trovava in quel momento fuori città, in missione diplomatica proprio presso il Pontefice a Roma, dunque il processo e la proclamazione avvennero in contumacia. Come se ciò non bastasse, a questa condanna, come cita l’Imbriani, seguì quella del 10 marzo 1302, definitiva: non solo l’esilio e l’interdizione dai pubblici uffici, ma il rogo. Giuntagli notizia di quanto accaduto nella sua città natale, si affrettò sulla via del ritorno ma, prima di giungere a destinazione, realizzò con rassegnata amarezza che rientrare in città poteva significare solo una cosa: morte certa. Da quel momento fu ramingo per l’Italia.


L’esilio nelle parole di Dante 

Come già detto, l’esilio ebbe ruolo fondamentale nella poetica di Dante e nella visione che da quel momento del 1302 egli ebbe di se stesso e del proprio rapporto con la città natale; divenne, come scrisse a Cangrande della Scala:

“Florentinus natione, non moribus”

[“Fiorentino di nascita, non di costumi”]

Interessante a tal proposito è proprio un passo del De Vulgari Eloquentia, una delle opere scritte durante i primi anni d’esilio, tra il 1303 e il 1305:

“Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus equor, quanquam Sarnum biberimus ante dentes et Florentiam adeo diligamus ut, quia dileximus, exilium patiamur iniuste, rationi magis quam sensui spatulas nostri iudicii podiamus.”

[“Io che ho il mondo per patria, come i pesci hanno il mare, benché abbia bevuto all’Arno prima di mettere i denti e tanto ami Firenze da patire, per amor suo, ingiustamente l’esilio, appoggio le spalle del mio giudizio più alla ragione che al senso”.]


Tema, quello dell’esilio, che ritornerà anche ovviamente nella Comedìa così come i ricordi delle lotte intestine tra le fazioni rivali. Un esempio ne è l’incontro con Farinata degli Uberti, capo ghibellino, nel X Canto dell’Inferno. Un incontro intenso, che riporta in luce l’amarezza di quanto vissuto negli anni della fervente vita politica e del pegno pagato in funzione di essa. Dante lascia a Virgilio, quasi sia “coscienza”, il compito di moderarlo nei toni e nei gesti:

“E l’animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: le parole tue sien conte” (Inf. X, 37-39)


Un rancore che, tuttavia, vedremo scemare nel percorso di redenzione del Poeta fino al Paradiso e al ricongiungimento con Beatrice:

“L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’io con li etterni Gemelli,

tutta m’apparve da’ colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli” (Par., XXII, 151-154).


Elisabetta GAVETTI


Bibliografia

Balbo C., Vita di Dante, G. Pomba, Torino, 1839.

Barbero A., Dante, Laterza, Roma-Bari, 2020.

Bellomo S., Filologia e critica dantesca, La scuola, Brescia, 2008.

Croce B. (a cura di), Studi letterari e bizzarrie satiriche, Gius. Laterza & figli, Bari, 1907.

Klein F. (a cura di), Il libro del chiodo e la condanna di Dante Alighieri, pubblicato su archividitoscana.it il 10/03/2015 (http://www.archivitoscana.it/index.php?id=212).

Klein F. (a cura di), Il libro del chiodo, Riproduzione in fac-simile con edizione critica, Polistampa, Firenze, 2004.
Petrocchi G., La Commedia secondo l'antica vulgata (4 voll.), Ed. Naz. della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966-1967.


Nell’immagine del titolo: Giovanni di Paolo, Esilio di Dante, scacciato da Firenze, 1440-1450, miniatura dalla Divina Commedia di Dante Alighieri di Alfonso d'Aragona re di Napoli, Codice Yates Thompson, 36, bas de page f.159r., Par. XVII, vv. 106-142, Londra, British Library.