
Volere più Piemonte, più Liguria, più “Padania” – invenzione poetica cavalcata dal rimpianto Umberto Bossi – vuol anche dire volere più Italia, l'Italia europea sognata dai suoi Padri, fondata sul “pactum foederis”, alleanza, coesione e federazione dei “popoli d'Italia”, come poi di quelli d'Europa, uniti dalla Storia: somma di errori e di conquiste, oggi fonte di consapevolezza delle responsabilità nel mondo. Nel 1859-1861 nacque il regno d'Italia. Forse è la volta dell'Europa...? “Va pensiero sull'ali dorate...”.
È il Coro più famoso del “Nabucco” (1842) del celeberrimo Giuseppe Verdi (1813-1901). Con “Il Piave”, nel 1946 esso fu tra le opzioni quale Inno della Repubblica italiana. Nessuno ne conosceva il “paroliere”, mentre quasi tutti sapevano di Verdi: il “compositore” del Risorgimento e dell'Unità italiana, applaudito da chi, acclamando “Viva Verdi” nelle terre ancora dominate dall'impero d’Austria, invocava in realtà “V[ittorio] E[manuele] R[e] D[’I]talia”, proprio mentre il sovrano sabaudo, fermo lo Statuto, bulinava la riscossa contro Vienna. Ma già al secondo verso il Coro del Nabucco suonava strano: «Va, ti posa sui clivi, sui colli/ove olezzano tepide e molli/ l'aure dolci del suolo natal». Dov'era quel suolo? Pochi versi dopo il Risorgimento italiano affondava in una storia remota: «Del Giordano le rive saluta / di Sionne le torri atterrate… / O mia patria sì bella e perduta! / Oh membranza sì cara e fatal…»: messaggi arcani, decifrabili solo dai pochi di buone letture che andavano a teatro, mentre i più avevano ben altre priorità. Nel 2011, 150° della proclamazione del Regno d'Italia, furono molti a descrivere l'Italia di metà Ottocento, “sì bella e perduta”, strizzando l'occhio all'attuale. Per renderla visibile alcuni libri ostentarono in copertina un’icona non meno celebre del Coro: il dipinto di Hayez. Ma l'Italia era davvero bella? Ed era perduta? Nel 1859-1860 l'Italia c'era e non c'era. Bella era solo nella fantasia dei poeti e dei “patrioti”, che non ne avevano alcuna cognizione diretta. Lasciando da parte la data di composizione e la motivazione di Verdi, quando sorse il nuovo regno, l'Italia era tutta da fare. Non mancavano solo ferrovie, strade, porti e tutto quel che ancora oggi rende difficile percorrere penisola e isole maggiori, ma anche, e soprattutto, istruzione ed educazione. Questo non significa che l'Italia non dovesse esserci. Fu l'approdo di due generazioni di patrioti autentici. Vuol dire però che essa aveva necessità di esistere davvero, se non voleva rimanere una “lega doganale” o un mosaico confederale. Il Coro verdiano, salutate le rive del Giordano e le torri atterrate di Sionne, incita: «Arpa d'or dei fatidici vati / perché muta da salice pendi? / Le memorie nel petto riaccendi / Ci favella del tempo che fu!» Ma qual era quel “tempo che fu”? I primi Re di Roma, la repubblica dei Consoli, quella di Cesare e degli Augusti? Tutto era lasciato alla fantasia. Dopo la Guerra dei Trent'anni del 1914-1945, le immense perdite umane e materiali, la resa senza condizioni del settembre 1943, venti mesi di occupazione straniera e di guerre anche fratricide a poco serviva proporre per inno nazionale un'Italia simile ai “fati di Solima” (che sta per Gerusalemme). Meglio, dunque, il “Canto Nazionale” composto da Michele Novaro per dare forma corale al testo recatogli da Ulisse Borzino, pittore, per conto di Goffredo Mameli: «È viva l’Italia / l'Italia s'è desta…» (o anche «Evviva l’Italia...»). «Fratelli d’Italia» è una delle tante versioni. Che cosa non funzionava nel Coro del Nabucco quando, a fine ottobre 1946, l'Italia dovette sostituire la Marcia Reale, accompagnata da un canto di rara modestia poetica («Viva il Re, viva il Re, viva il Re…»), con un inno adeguato ai Tempi Nuovi? Nel Coro verdiano manca un pur minimo riferimento alla genesi del Risorgimento e dei suoi pionieri. Nel cosiddetto “Inno di Mameli”, invece, compaiono Roma, le Alpi (che vanno dalle Marittime alle Giulie) e la Sicilia. Vi mancano però il “Piemonte”, all'epoca comprensivo della Valle d'Aosta, il Triveneto, il Mezzogiorno... Peggio: il Canto Nazionale attribuito a Mameli nulla dice di Casa Savoia, senza la quale il processo unitario non sarebbe mai decollato. Forse esso era nelle corde del padre scolopio Atanasio Canata che ospitò nel Collegio di Carcare Giovanni Battista Mameli e, per poche settimane, suo fratello Goffredo. Di fatto riecheggia il pensiero di Vincenzo Gioberti, il presbitero che da giovane aveva cospirato contro il re ed era espatriato per evitare il carcere. Per molti motivi, insomma, il capolavoro verdiano “Va pensiero...” nel 1946 rimase dov'era, commovente ma poco adatto alla Ricostruzione, a tutto vantaggio quindi del Canto Nazionale di Novaro-Mameli. Lo riscoprì la Lega di Umberto Bossi che vi vide l'appello all'indipendenza della Padania da “Roma Ladrona”. Il Coro del Nabucco divenne filo conduttore delle adunate delle “Camicie Verdi”. Mano sul petto, avevano bisogno di esortare a recuperare la “loro” patria “sì bella e perduta!”. Ma di rado quel Coro fu cantato da cima a capo: troppo lambiccato, troppo lugubre («O t'ispiri il Signore un concento / che ne infonda al patire virtù»), pressoché incomprensibile. Pertanto bastava l'incipit: «Va pensiero…». Ma da dove? E, soprattutto, verso dove? Proprio negli anni dell'esordio della Lega bossiana prese corpo l'Unione Europea. Non bastasse, la lira fu sostituita dall'euro, con drammatico crollo del potere d'acquisto dei quattrini ritenuti al sicuro, dalle banche ai “materassi”: pochi ricordano che l'inflazione galoppante, “a due cifre”, erodeva risparmi e retribuzioni. Erano anni di contraddizioni e conseguenti tensioni, di “manifestazioni” esorbitanti e di incertezza dei governi su come fronteggiarle. Fino a che punto tollerare le offese dei “padani” nei confronti dello Stato e dei suoi emblemi? Pochi anni prima il Paese (o, senza esagerare, la minoranza di studiosi, docenti, studenti e cittadini di buona volontà...) fece i conti con il proprio passato grazie a opere di robusto impianto, capaci di conciliare rigore scientifico e ampia diffusione: la “Storia d'Italia” diretta da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti per la Casa Einaudi di Torino, quella diretta da Giuseppe Galasso per la Utet di Torino e l'alluvionale “Storia della società italiana” diretta, tra altri, da Franco Della Peruta, Giuliano Procacci e Rosario Villari, e pubblicata da Nicola Teti. Per vie diverse, ma senza inopportune conflittualità, quelle opere proposero il lungo e faticoso “cammino dell'Italia”: dalla sua enunciazione, nel primo secolo avanti Cristo per alcuni, dall'antichità pre-romana per altri. Ad “assettare” la storia d'Italia quasi un secolo avanti non era stato uno storico accademico ma un gigante del pensiero: Giosue Carducci. Lo fece in varie fasi della sua vasta creatività poetica e prosastica. Gli italiani dovevano sapere e capire da dov'erano arrivati e chi aveva accettato la sfida sul tavolo della Storia per dare vita allo Stato d'Italia. Repubblicano (non mazziniano, garibaldino di complemento) mai cortigiano e libero pensatore, Carducci scrisse quanto gli storici eruditi a lui coevi forse intuirono ma non seppero esprimere con altrettanto vigore. Lo fece nell'ode “Piemonte” che tanti commentatori liquidarono come una sorta di “guida turistica” di chi in quella regione era passato quasi per caso o per rendere omaggio alla regina Margherita di Savoia, fosse o meno accompagnata da Re Umberto I: a Vicoforte, Courmayeur, Gressoney... La premessa dell'ode è quanto Carducci scrisse per “Manifesto” della rivista “Il Paese”, che non vide mai la luce perché nessun editore scommise sulla sua diffusione. All'epoca non vi erano leggi a sostegno dell'editoria e nessuna persona di buon senso metteva a repentaglio le proprie risorse senza certezza di ritorno economico. Per capire come andassero davvero le cose basti ricordare che il coraggioso Cesare Zanichelli, editore di fiducia e amico personale di Carducci, ne pubblicò un'opera poetica come supplemento di un libro sull'igiene femminile. Nella promozione di “Il Paese”, dunque, il 28 febbraio 1879 Carducci scrisse: «L’Italia che lavora e paga ha ragione di dire a' suoi reggitori: io ho bisogno di agricoltori e d'industriali; io vorrei anche adornarmi di dotti, di letterati, di scrittori e voi moltiplicate i professori a cui mancano le scuole, voi mantenete e crescete le scuole a cui mancano gli scolari. Pigliamo in esame un'altra statistica nella quale l'Italia supera mostruosamente tutte le nazioni civili: la statistica dei carcerati e dei delinquenti. Alla quale aggiungansi le statistiche della prostituzione, del vagabondaggio, dell'accattonaggio, dei miseri che non hanno mestieri, dell'emigrazione e la statistica orribilmente indeterminata della miseria, c'è da meravigliarsi con noi stessi che abbiamo la coscienza tranquilla e tant'ozio e tanta fede nella Provvidenza da perdere tempo e pensieri dietro le combinazioni o le scissioni di sinistra o di destra. Oltre i termini troppo angusti, circoscritti e non poco incerti del paese legale, esiste il paese reale che non vuol dimenticare gli interessi suoi per gli interessi dei partiti; il paese reale che non può sopportare di vedere ingannate e turbate le sue aspirazioni da combinazioni ibride e immorali; il paese reale che ha diritto di ricordare a' deputati che nel piccolo Montecitorio non si deve dimenticare e disconoscere l'Italia, la quale a di fuori guarda, attende e giudica.» Carducci era scomodo, come accade a chi dice la verità dei fatti, “dati” alla mano. Quei pensieri rimasero suoi rovelli costanti. Molti anni dopo li rievocò, perché la Nuova Italia si smarriva in retorica e “celebrazioni”. Occorrevano scuole, scienze, sanità e uno “strumento militare” all'altezza delle sfide con gli altri Stati d'Europa, armati fino ai denti e pronti ad avventarsi gli uni contro gli altri, come si vide nel luglio-agosto del 1914, dopo l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo. Ne ha scritto il generale Oreste Bovio nell'eccellente Storia dell'Esercito italiano pubblicata dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore. Di lì la solenne rievocazione del “Piemonte” (1890), seconda “culla” della dinastia dopo la cessione della Savoia alla Francia e, ciò che più conta, culla dell'unificazione del regno. Ecco, per memoria, le struggenti strofe finali dell’Ode, ove il poeta vede i patrioti accogliere l'Animo di Carlo Alberto, morente in esilio a Oporto, appena cinquantenne: Eccoti il Re, Signore, / che ne disperse, il Re che ne percosse. / Ora, o Signore, /anch'egli è morto, come noi morimmo, / Dio, per l'Italia. Rendine la Patria. / A i morti, a i vivi, pe 'l fumante sangue/da tutti i campi, / per il dolore che le reggie agguaglia / a le capanne, per la gloria, Dio, / che fu negli anni, pe 'l martirio, Dio, / che è ne l’ora. / A quella polve eroica fremente, / a questa luce angelica esultante, / rendi la Patria, Dio, / rendi l'Italia a gli italiani. E “Va pensiero...”? Carducci aveva profonda venerazione per Giuseppe Verdi, che lo aveva preceduto di molti anni nel Senato del regno d'Italia. Per motivi disparati essi non si erano mai incontrati di persona. A metterli a confronto fu Annie Vivanti, passione quasi senile del Maestro e Vate della nuova Italia (come Carducci venne acclamato). Poetessa anch'ella e, ciò che più conta, tessitrice di rapporti fra i colti dell'epoca, non solo italiani, profittando di un’escursione in Liguria, condusse Carducci in visita a Verdi a Palazzo Doria, in Genova. Era il 19 marzo 1891. Nessuno dei due Grandi ne lasciò memoria. Ne scrisse invece Annie. Quando si trovarono fronte a fronte rimasero a lungo in silenzio, che è il linguaggio più eloquente. Poi Giosue scandì: “Io credo in Dio”. “E Verdi fece sì solennemente, con la candida testa”. Era tutto: per il pagano Carducci e per il compositore della “Messa funebre”, in gara non dichiarata con quella del divino Wolfgang Amadeus Mozart, e dell'Inno delle Nazioni. Per loro era il Dio del coro della Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven, che guarda amorevolmente le sue creature, implicitamente esortandole a metter fine alle guerre, alle stragi, agli odii e ad abbracciarsi, come insegnato da Immanuel Kant: «La legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me.» Dopo l'incontro di Palazzo Doria ognuno riprese la propria via. Verdi “andò avanti” per primo. Carducci, assalito da un primo ictus quand'aveva appena cinquant'anni e perse l'uso della destra, nel 1899 fu aggredito una seconda volta dalla Grande Visitatrice (forse complice Annie) che gli offese la parlata e la mobilità. Si dedicò all'ordinamento delle proprie carte e della biblioteca, acquistata dalla Regina Margherita, vedova di Umberto I, assassinato da Gaetano Bresci il 29 luglio 1900 a Monza. Con gesto magnanimo, la regina gliele lasciò vita natural durante, sicché il Vate potè circondarsene anche nella camera da letto, ove gli scaffali salivano sino alla volta e lo vegliavano come avrebbero fatto i due figli maschi, Francesco, perduto poco dopo la nascita, e Dante, morto quando aveva tre anni e già batteva il pugno sul tavolo citando un verso dell'Inno a Satana. Tre volte candidato alla Camera (almeno la prima, nel 1876, con esito vittorioso), dal 1891 senatore del regno, tutt'uno con Francesco Crispi, “il secondo dei Mille”, e con Adriano Lemmi, “banchiere della rivoluzione” e grandissimo gran maestro, Carducci fece ancora in tempo a donare agli italiani la crestomazia delle sue Poesie e delle sue Prose. Prese il testimone da Verdi e ne proseguì l'opera: “Va pensiero...” sino all'ultimo congedo «Fior tricolore, / tramontano le stelle in mezzo al mare, / e si spengono i canti nel mio cuore». Anche lui, come scrisse un altro toscano, nativo di Pistoia e morto ad Arezzo “aveva finito l'inchiostro”. Nel dicembre del 1906, a sorpresa, gli venne conferito il Premio Nobel per la letteratura. Poiché era immobile, gli recò l'annuncio e provvide a erogargli la somma, l'ambasciatore di Svezia a Roma, Karl Bild, italianista appassionato. Per non sfigurare, il Vate noleggiò candelabri, riecheggiando Goethe morente: «Più luce». Non sapeva quanto Enrico Tiozzo, romano prestato alla “terra delle fate”, appurò studiando i verbali dell'Accademia di Svezia. Questa aveva deciso di premiare Antonio Fogazzaro, lo scrittore che aveva spalancato le porte al modernismo ma chinò il capo dinnanzi all'enciclica “Pascendi dominici gregis” con la quale Pio X richiamò i cattolici all'ordine e scomunicò i modernisti. A quel punto gli accademici lo scartarono a favore di chi sin dal 1859 aveva cantato la Bianca Croce di Savoia e, repubblicano non della ventura, aveva reso omaggio all'eterno femminino regale. Provato dai malanni, ma non domo, a Carducci non rimasero che le «passeggiate in carrozza per le vie di Bologna, con una sosta dinnanzi alla Libreria Zanichelli, per sorbire la tazza di caffè che gli recava l’Editore». Era pronto a varcar la “detestata soglia”, come aveva fatto Giacomo Leopardi nell'ormai remoto 1839, con la stessa serenità. A scanso di abusi e di equivoci, sentendosi vicino alla meta, pubblicò nel “Secolo” di Milano: «Né preci di cardinali, né comizi di popolo. Io sono qual fui nel 1867, e tale aspetto, immutato e imperturbabile, la grande ora.» Con la sciarpa del 33° grado del Supremo consiglio del Rito scozzese antico e accettato. Del pensiero suo si fece interprete sommo Benedetto Croce, che vi antivide le scelte proprie, di uomo libero in un Paese di opportunisti e voltagabbana. Bene si comprende che “Va pensiero...” abbia fatto da stella cometa ad altre marce: per «guarire la gran piaga della miseria», secondo il mònito di Garibaldi, e per affratellare le genti, non per incitare a nuovi conflitti, come invece fece Gabriele d'Annunzio. È la marcia del tutto opposta a quella dell'ottobre 1922, convertita in una modesta sfilata, a governo insediato (31 ottobre 1922), pedana verso la soppressione della libertà di associazione politica e persino culturale. Riprese nel 1943-1945 e fece da vessillo per la Costituzione ora vigente, pensata per la Repubblica ma in tanta parte ricalcante lo Statuto di Carlo Alberto di Savoia, soprattutto in due cardini: la sovranità del popolo, accettata da Vittorio Emanuele II, re “per grazia di Dio e volontà della Nazione”, e da Umberto II, che rimise ai cittadini la scelta della forma dello Stato, memore dell’insegnamento del padre, Vittorio Emanuele III, che nel 1943-1944 dichiarò: «il popolo ha sempre diritto di fare ciò che vuole». Ma non di infrangere il “foedus”, cardine delle Leggi.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Giosue Carducci, Villacastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 - Bologna, 16 febbraio 1907 (ritratto a olio di Alessandro Milesi, Casa Carducci, Bologna). Docente di “eloquenza e letteratura italiana” all'Università di Bologna a soli 25 anni, membro di quel Consiglio Superiore della pubblica istruzione che un tempo lo aveva sospeso due mesi dalle funzioni e dallo stipendio perché, fuori orario di servizio, aveva assistito a un discorso “pro Mazzini”, autore di un'imponente serie di poesie e prose celebri. Se ne veda la raccolta curata nel 2006 per la Newton Compton di Roma da Pietro Gibellini, con note di Marina Salvini, i trenta volumi dell'edizione nazionale dei suoi scritti, e la biografia “Giosue Carducci: scrittore, politico, massone” (Bompiani, 2006), con presentazione del Principe Aimone di Savoia, all'epoca Duca delle Puglie e Collare della SS. Annunziata. Alla morte, il pragmatico Giolitti chiese al Parlamento l'erezione del suo Monumento Nazionale (poi eretto dal “fratello” Leonardo Bistolfi in Bologna) perché, egli spiegò, Carducci aveva costruito l'Italia al pari del Padre della Patria e di Garibaldi. Curiosamente ancora non figura nei “Meridiani” (Mondadori). Ma forse va bene così: introdurvelo tardivamente e quasi di soppiatto sarebbe umiliante per tutti. Il suo pensiero “va...”, come quello di Verdi, la cui villa tanto tardò a essere finalmente acquisita dallo Stato d'Italia, largo negli sprechi, avaro nella salvaguardia del patrimonio morale, che è fatto anche di edifici e di libri. Lo capirono meglio la Regina Margherita e lo sfortunato Umberto I. È auspicabile che attorno alle spoglie di Umberto Bossi qualcuno ricordi che a scrivere “Or si fa innanzi Alberto da Giussano” fu Carducci, cantore di Roma eterna, nell'incipit della Canzone di Legnano.