
“De Garibaldi numquam satis”. Non si parla mai abbastanza di Giuseppe Garibaldi. Non per“parlarne bene”a tutti i costi, ma per capire l'attualità del suo pensiero su questioni dei nostri giorni, come la lotta contro il fanatismo, la riduzione di milioni di persone in condizioni di sfruttamento disumano e l'arbitrato internazionale per la soluzione pattizia dei conflitti. Nei primi viaggi nel Mediterraneo orientale, sino al Mar Nero, nel forzato esilio sull'Atlante magrebino e nell'America meridionale, Garibaldi vide coi suoi occhi la schiavitù e dal 1848 alla morte si interrogò sulla conciliazione tra l'emancipazione dei popoli senza Stato e l'equilibrio tra i regimi del suo tempo senza il ricorso a guerre, causa di innumerevoli lutti, di odii inestinguibili e di nazionalismi esasperati.
Negli ultimi anni di vita Giuseppe Garibaldi (Nizza Marittima, 4 luglio 1807 - Caprera, 2 giugno 1882) dette il meglio di sé come pensatore politico. In un Memorandum dell'ottobre 1860, dopo la leggendaria “impresa dei Mille” che in pochi mesi sbaragliò le truppe di Francesco II di Borbone e pose le basi dell'adesione del regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele II, Garibaldi propose l'avvento di una vera e propria Federazione Europea. Solo a quel modo le guerre tra Stati che si erano combattuti ferocemente per secoli sarebbero divenute “impossibili” e le risorse della scienza sarebbero state devolute al progresso anziché a nuovi devastanti conflitti. Lo ribadì al Congresso della pace in Ginevra (settembre 1867), ove scandì il suo fermo “no” alla guerra. Presentiva che i nazionalismi serpeggianti avrebbero condotto l'Europa alla rovina, come accadde con la Guerra dei Trent'anni del 1914-1945: una catastrofe che perdura e pietrifica l'intelligenza come il volto della Medusa. Per uscirne occorreva, insomma, una profonda e generale “rivoluzione culturale”.
Dal 1870 Garibaldi invocò la “debellatio” dell’immenso impero turco-ottomano e mise in guardia dall'islam, che non si era mai confrontato con i diritti di libertà. Unì motivi culturali a ragionamenti politici tuttora attuali. Il suo anticlericalismo radicale non si circoscrisse alla chiesa cattolica ma investì ogni forma di intrusione delle religioni e di poteri arcani nella vita civile. La sua lotta per la liberazione dello spazio euro-mediterraneo dai “turchi” andò molto oltre la questione religiosa: fu politica e si legò alla valutazione positiva, condivisa da Karl Marx, dell’espansione degli europei Oltremare e della colonizzazione dell’Africa settentrionale da parte della civiltà europea, fondata su produzione, mercato, progresso scientifico e liberazione dalle catene dell'arretratezza che espone le persone allo sfruttamento.
Nelle “Memorie” Garibaldi ricordò la sua lunga dimora a Costantinopoli, ove fece da precettore ai figli di una vedova con lui ospitale. Ne accennò con un successivo bozzetto intitolato “Il prete”: «Si chiami egli prete, Ministro, dervisha, Calogero, Bonzo, Papas, qualunque nome egli abbia, a qualunque religione egli appartenga, il prete è un impostore, il prete è la più nociva di tutte le creature. […] In Turchia fui obbligato di fuggire davanti ad una folla di ragazzi e di donne, perché i preti [cioè gli “imam”, NdA] dicevan loro ch’io era un maledetto!»
L’avversione di Garibaldi nei confronti dell’islamismo è propriamente politica. Dall’infanzia a Nizza aveva appreso il pericolo dei “pirati”. Sulla fine degli Anni Venti dell’Ottocento la pirateria barbaresca rimaneva così dannosa da indurre la Francia di Carlo X , il Piemonte di Carlo Felice e le Due Sicilie di Francesco I di Borbone a una spedizione navale comune contro Tunisi e Algeri, basi delle scorrerie barbaresche contro le coste italiane e della pirateria in alto mare. Vi si distinse il genovese Carlo Mameli dei Mannelli, padre di Goffredo.
Nel 1827, ricorda Maurice Mauviel, documentato studioso di Garibaldi, il “Cortese”, brigantino sul quale viaggiava il ventenne futuro “Eroe dei due Mondi”, fu assalito da corsari “greci”. Il comandante, Semeria, ordinò agli uomini di non opporre resistenza per non avere la peggio. Persero il carico ma salvarono la nave e la pelle e non vennero presi in ostaggio. Successivamente il giovane nizzardo subì altri due assalti pirateschi, umilianti. Gli rimasero fissi nella memoria. Ne scrisse in “Manlio, romanzo contemporaneo”, al quale lavorò nell’ultimo decennio di vita. Vi rievocò i “Riffegni” (abitanti del Riff, sull’Atlante marocchino, da lui ben conosciuto nel 1849) e l’“Assalto di pirati” alla nave “Libertà” che, al comando del capitano Schiaffino, puntava verso lo stretto di Gibilterra alla volta dell’America meridionale. In quelle pagine Garibaldi descrisse il «Riffegno naturalmente pirata; e molti furono gli equipagi [sic] di legni mercantili sgozzati quando trattenuti dalle calme presso coteste coste inospitali».
Prosatore esondante, il 5 maggio 1873 Garibaldi scrisse a Timoteo Riboli, medico, massone come lui, fondatore della lega per la protezione degli animali: «Mentre l’Europa progredisce… che fa l’Italia? Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale, ma bensì alla parte virile e generosa che forma la sua democrazia, prodotto delle cento chiesuole in cui la dividono i suoi Archimandriti, Massoni, Mazziniani, Internazionalisti fautori dell’indolenza democratica in Italia.»
Il Generale si sentiva campione di una guerra di liberazione culturale e politica. Per lui l’Occidente era contrapposto all'impero turco in un conflitto di civiltà ma senza alcuna inflessione razzistica. Lo scrisse il 4 marzo1876 a Dobelli, rispondendo all’appello della gioventù slava: «Ricordatevi di tutti gli oltraggi ricevuti dai feroci ed osceni discendenti di Maometto […]. Il turco deve passare il Bosforo […] e solo alcuni ottomani, senza preti, potranno convivere, se onesti, coi loro antichi schiavi.»
Agli occhi di Garibaldi la presenza della Turchia in Europa era una cappa di piombo. Bisognava liberarsene. Scrisse: «come si può, pensando al prete, non ricorrere colla mente alle carneficine dei Turchi nella Bulgaria e dei Russi nel Turkestan? Il Turco più cristiani uccide e più titoli acquista ai godimenti ed alla gloria dell’immorale suo paradiso e, codardo come sono generalmente gli uomini sanguinari, si diverte a impalare, mutilare, squartare uomini inermi, donne, bambini!!!»
Per lui il prete e il turco divennero tutt'uno. Sognò una guerra di liberazione del Mediterraneo dal dominio ottomano, a cominciare dall’isola di Creta: «Giunta la flotta italiana sulla rada di Canea, v’incontrò la turca, composta di cinque corazzate e se ne impadronì. Mi si chiederà: con quale diritto. Ed io risponderò: collo stesso diritto con cui Maometto Secondo si impadroniva di Costantinopoli ed i pirati turchi delle nostre donne, bambini, uomini, etc., per farne degli schiavi…»
Non erano sfoghi letterari ma ragionamenti politici. E, appunto, non era razzismo. Al marchese Villani il 15 marzo 1878 da Caprera scrisse che bisognava cacciare dall'Europa «il sultano, le sue odalische, i suoi eunuchi e l'immensa caterva di preti ottomani, non già la popolazione turca onesta e laboriosa».
Sperava nell'istituzione dell'arbitrato internazionale. Il 6 settembre 1870, appena seppe del crollo di Napoleone III, che, sconfitto dai prussiani, si consegnò agli inglesi, puntò all'indipendenza della sua nativa Nizza. Scrisse a un pacifista di Stoccolma: «È superfluo comunicarvi i miei principii umanitari. Francesi, Scandinavi, Tedeschi son tutti miei fratelli, e se ho desiderato il trionfo delle armi prussiane, il solo motivo fu il desiderio di abbattere il più esecrabile tiranno dei tempi moderni. Voi conoscete la mia idea di unione mondiale.» Le grandi potenze e gli Stati di minori dimensioni dovevano «formare un areopago a Nizza, città libera, e stabilirvi i seguenti primi articoli della Costituzione universale: 1. “È impossibile la guerra fra le nazioni; 2. Qualunque differenza sorta fra alcune di esse si dovrà sottoporre all'areopago affinché la componga pacificamente”». Anticipò l'Alta Corte di Giustizia dell'Aja, la Società delle Nazioni, l'Organizzazione delle Nazioni Unite e il Tribunale Penale internazionale: conquiste irrinunciabili del diritto internazionale, che non è una “fiaba” (a differenza di quanto oggi alcuni dicono) ma è l'unica alternativa al caos, all'anarchia e alla “legge del più forte”, foriera di nuovi interminabili e incontrollabili conflitti e di retrocessione alla barbarie.
In vista della pace perpetua Garibaldi propose l'Unione mondiale fondata sulla credenza in un Dio e su una lingua universale: «Ci vorranno secoli per raggiungere il nobile scopo, ma se i Caldei non avessero principiato, gettando uno sguardo nello spazio, ad investigare i moti e le leggi stupende che regolano gli eterni luminari, gli odierni astronomi non sarebbero forse così inoltrati nelle vie dell’Infinito.» Precorse l'“esperanto” e i progetti di interlingua fioriti a cavallo dei due secoli insieme alle Esposizioni Universali, i congressi scientifici mondiali, le Olimpiadi moderne e le molte iniziative ideate in quegli anni (fu il caso dei Premi Nobel) per affratellare i popoli ed emanciparli dall'ottusità egoistica dei rispettivi governi, arroccati su miti nazionalistici. Quel terreno fu arato anche dalla Federazione internazionale studentesca “Corda Fratres” promossa dal canavesano Efisio Giglio-Tos.
La pace di Santo Stefano e il congresso di Berlino del 1878 dettero tutt’altri risultati: la Gran Bretagna s’accaparrò Cipro e ne fece l’isola del conflitto permanente, quale rimane, mezza staterello indipendente, mezza turca. Nel 1897 Creta insorse ma l’Europa fu solidale con la Sublime Porta nella repressione, come deplorò Giosue Carducci nei versi staffilanti di “La mietitura del Turco” (giugno 1897): «Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar// Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda i fior delle elleniche beltà/. I monarchi di Cristo assisteranno/ bianchi eunuchi a l'arèm del Padiscià.» Dopo la Grande Guerra Ataturk ebbe gli Stretti e tenne Istanbul in cambio dell’adozione dell’alfabeto latino e di una parvenza di laicizzazione. La seconda guerra mondiale lasciò le cose com’erano, per l'ottusità delle diplomazie degli Stati Uniti e ancor più della Gran Bretagna. Così le ha ereditate l’Unione Europea, a sua volta incapace di politica estera unitaria e di vasto respiro.
Aveva visto lungo Garibaldi?
(Per approfondimento v. “Garibaldi vivo. Antologia critica degli scritti con documenti inediti”, prefazione di Lelio Lagorio e premessa di Carlo Campus, pubblicata nel 2025 dall'editore Il Filo di Arianna, La Spezia, nel centenario della Loggia massonica “Garibaldi” di Imperia”; e “1717-2017. Tre secoli per la Libertà”, Quaderno dei Martedì Letterari del Casinò di San Remo, a cura di Marzia Taruffi (Genova, De Ferrari, 2017).
Aldo A. Mola