
Con garbo accorato la Signora Anna Conti recentemente auspicò che nella nuova sede della Biblioteca Civica di Cuneo “uno spazio, una sala, un settore” venisse intitolato a Piero Camilla, che ne fu direttore dal 1947 al 1979 e – ella ricorda – a metà degli Anni Settanta del secolo scorso propose all'Amministrazione civica il suo trasferimento da via Cacciatori delle Alpi al dismesso Ospedale Civico “Santa Croce”. Anche il professor Maurizio Meinero, a lungo consigliere comunale (indipendente prima, democristiano poi, assessore nel 1970-1975 nella giunta presieduta da Tancredi Dotta Rosso) proprio in via dell'Ospedale riunì ripetutamente una commissione che caldeggiò l'identico proposito. Ricordare in modo permanente Piero Camilla nella nuova sede della Biblioteca, civica cuneese, come avverrà con l'intitolazione a lui del “Fondo Locale”, significa non solo rendere omaggio a chi la guidò per oltre un trentennio, promuovendo la rete di biblioteche anche in comuni montani, ma ripercorrerne le origini, le vicissitudini e ricordare quanti la diressero (due nomi tra i molti: Lalla Romano e “Aldone” Quaranta) e la dirigono, con encomiabile dedizione.
Piero Camilla (Cuneo, 18 gennaio 1922 - 8 marzo 2011) aspirò a scrivere la storia di Cuneo dalle origini ai giorni suoi. Le circostanze non glielo consentirono. In uno degli incontri del 1997-98, preparatori dell’opera progettata per l’VIII Centenario della Città, fortemente voluta da Nello Streri all’epoca vicesindaco e assessore alla Cultura, Camilla disse di avere in cantiere lavori sino al 2019. Una storia generale di Cuneo e del territorio era nelle sue corde da decenni e molto lascia ritenere che il progetto l’abbia accompagnato sino all’ultimo, perché per lui Cuneo era molto più di soggetto di studio, era un'icona, paradigma morale. Ne fu aedo. Nel quarantennio tra il 1958 e il 1997, vigilia dell’VIII Centenario, Camilla gettò i massi che a suo giudizio dovevano consentire di transitare a piedi asciutti sui secoli. Sapeva che la storia è anche fango e sangue, ma preferì vederne e additarne le poche pietre che gli parevano pulite o episodi che divengono parabole, come lasciò intendere nella raccolta di “storielle e storia”, opera dal titolo azzeccato. Così del resto aveva fatto e fece nei volumi sulle origini e i primi secoli del Comune, riletti attraverso le formule del cronista a lui caro, Giovan Francesco Rebaccini, dal quale trasse talune massime ripetutamente citate in premessa o a conclusione di tanti suoi scritti, che hanno andamento storiografico e conclusioni poetiche. Tra le molte privilegiò l’orgogliosa affermazione degli “homines loci Cunei”: «Libertatem diu desideratam, sibi ipsis vindicarunt.» Suggestiva, ma da vagliare alla luce delle loro dedizioni a sovrani sperabilmente meno esosi ma ruvidi, quali il sanguinario Carlo d’Angiò nel 1259 e Amedeo VI di Savoia, il conte Verde, nel 1382: scelte pragmatiche, che non sempre aiutarono a leggere quelle dei secoli seguenti.
Diplomato maestro nel 1939 e da quell’anno iscritto alla Facoltà di Magistero dell’Università di Torino, sposato con Maria Delfino dal 1943, arruolato negli Alpini il 15 febbraio di quell’anno, alla resa senza condizioni dell’8 settembre Camilla era a Tarquinia. Rientrato fortunosamente a Cuneo, riprese l’insegnamento elementare nel I Circolo cittadino, prestò breve servizio militare nell’esercito della Repubblica sociale italiana (dall’aprile 1944) e insegnò a Roccabruna, all'imbocco della Valle Maira, sino al termine della guerra. In quella temperie sostenne gli esami all’Università (comportavano viaggi a Torino in tempi non facili) e si laureò ventiduenne, il 1° marzo 1945, due mesi prima della resa dei tedeschi agli anglo-americani. Come la maggior parte della popolazione, non si schierò per nessuna delle parti in lotta nella guerra civile, aspramente combattuta nel Cuneese. Visse la vita quotidiana della maggioranza della gente, poi dalle contrapposte ideologie classificata come “zona grigia” e tuttora in attesa di una storia a tutto tondo. Assunto come avventizio presso la Biblioteca civica di Cuneo dal 1° luglio 1945 (la Giunta presieduta da Ettore Rosa, nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale della Provincia di Cuneo, comprendeva i liberali Teresio Cattaneo e Pietro Maranzano), ne concepì rapidamente la costruzione secondo il piano tracciato in una “Memoria” datata 30 gennaio1947. Il suo approntamento lo portò a confrontarsi con la funzione che la dirigenza politico-amministrativa cuneese aveva attribuito all’istruzione e agli strumenti per la formazione della coscienza civica dall’età franco-napoleonica (coronata con l’ istituzione del Liceo nel capoluogo dipartimentale) al Risorgimento e nei decenni dalla nascita del regno d’Italia alla Grande Guerra e oltre.
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Non sappiamo per quale forma di Stato Camilla si sia pronunciato nel referendum del 2-3 giugno 1946. È invece documentato che la sua iniziazione alla vita politica postbellica avvenne nel partito liberale, nel Cuneese a larghissima maggioranza schierato a sostegno della monarchia sulla scia di Luigi Einaudi e nel ricordo di Marcello Soleri, repentinamente scomparso proprio quando sarebbe stato di maggior giovamento alla ricostruzione. In molti saggi con rigore storico Camilla espresse apprezzamento per la funzione svolta dalla Casa di Savoia (conti, duchi, re) nella formazione dello Stato e nella crescita civile ed economica della società subalpina. Dalla mole di documenti a disposizione della Biblioteca civica e del Museo e dalle frequentazioni degli anni della ricostruzione Camilla ebbe modo di valutare il peso che avevano esercitato Balbino Giuliano, Pietro Gazzera, Stefano Benni, Giovanni Battista Imberti e tanti studiosi del Risorgimento attivi negli anni Venti e Trenta, quelli della fondazione del Rotary Club di Cuneo, presieduto da Luigi Burgo (1925), della Società di studi storici (1929), della splendida rivista “La Subalpina”, della riorganizzazione del Museo per opera di Euclide Milano, di fervida vitalità culturale e di progetti di vasto respiro, enunciati dal deputato Gaetano Toselli, dal podestà Michele Olivero, da Attilio Bonino e, sino alla vigilia della morte, dal senatore Tancredi Galimberti, già stratega della celebrazione di Cuneo quale capitale della libertà nel VII Centenario della fondazione (1898), quando già aveva alle spalle undici anni di combattuta elezione alla Camera dei deputati. Anche se non ne scrisse, essi gli erano certo presenti nell’opera dei loro continuatori, attivi sia nei sodalizi anzidetti, sia nella molteplicità di istituzioni fiancheggiatrici della ricostruzione postbellica, del tutto impossibile se non si fosse valsa di chi negli anni del “regime” aveva comunque operato per l’interesse comune, senza idolatrie di parte. Altri temi erano in primo piano nel 1945-47: la drastica amputazione del territorio cuneese per effetto del trattato di pace (ne scrisse il giovane Giorgio Beltrutti, liberale sempre), l’impoverimento del Cuneese, “area depressa” anche per la rarefazione dei collegamenti ferrostradali con la Francia, la difficile saldatura tra l’Italia la postbellica e quella precedente.
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Camilla dette priorità all’apprendimento e all’attivazione di metodi e strumenti per fare della biblioteca civica una moderna palestra di studi. Pose Cuneo all’avanguardia in Provincia, meritando stima e gratitudine di quanti vi attinsero per la propria formazione. In quegli anni il capoluogo era animato da partiti, sindacati, associazioni, come il Circolo di Cultura Internazionale, dall’associazionismo cattolico, da giornali (anche studenteschi), dal movimento federalista europeo e dalla sede locale del Movimento studentesco per l’organizzazione internazionale: una vitalità accresciuta dalla Biblioteca, che allestì corsi di lingue straniere e mise a disposizione gratuitamente audiocassette anche per ascolto a domicilio. Quando Camilla prese a militarvi, nella Granda i liberali erano ancora partito robusto. Nel capoluogo sino al 1963 si affermarono terza forza, dopo democristiani e socialisti e davanti a comunisti e a socialdemocratici. Anche per quelle dimensioni essi rimasero ripartiti in correnti che si rifacevano a diverse matrici e ad altrettante opzioni: la conciliazione tra istituzioni e riforme sociali sia pure costose per i più abbienti da un canto, primato del liberismo puro dall’altro. Era una divisione antica, che risaliva al programma enunciato da Giovanni Giolitti nella sua prima lettera agli elettori (1882), ribadita nel manifesto dell’opposizione di sinistra al trasformismo di Depretis (1886), nel programma di governo (1892) e via via sino al discorso del 12 ottobre 1919, caposaldo del liberalismo postbellico, nel 1950 giudicato dal comunista Palmiro Togliatti il programma più avanzato della borghesia. Tra i suoi cardini figurarono la progressività dell’imposizione fiscale (incluse pesanti tasse sulla successione) e la mediazione del potere nei conflitti economici a sostegno della parte più debole. Quella visione del liberalismo divenne punto di riferimento di Piero Camilla, che la elevò a metro per leggere le vicende di Cuneo e del Cuneese tra Otto e Novecento. Più sfumati rimasero altri e fondamentali capisaldi del programma di Giolitti, a parte l’omaggio costante alle istituzioni, sostanziato nella lealtà dei cittadini (non meri sudditi) nei confronti del sovrano (mai “tiranno”), in specie nel servizio in armi nell’interesse superiore della patria: un concetto ribadito da Camilla in molte occasioni. Altri liberali allora propugnarono una diversa anima; e ne fecero alfiere Luigi Einaudi, il cui pensiero, però, non è affatto riducibile al cosiddetto “liberismo puro”. Il 15 febbraio 1945 in “La città libera” l’allora governatore della Banca d’Italia, poi ministro del Bilancio e presidente della Repubblica scrisse: «Noi liberali auspichiamo una società nella quale la distribuzione del reddito nazionale totale sia siffatta che non esistano redditi inferiori al minimo reputato in ogni paese civile sufficiente alla vita […] e non esistano neppur redditi permanentemente superiori a un livello socialmente pericoloso.» E aggiunse: «Quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno dall’imposta costretti a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando siano soppressi i guadagni privilegiati derivanti da monopolio e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi» (Tito Lucrezio Rizzo, “Parla il capo dello Stato”, Gangemi, 2012, pp. 36-43). Toccava alla “politica” individuare eccessi e diseguaglianze e provvedere non a livellare ma, come poi enunciò la Costituzione, a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale , che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»: postulati e metodi pienamente condivisi da Piero Camilla nelle file liberali, a fianco di Giuseppe Fassino, Giuseppe Fulcheri, Giuliano Pellegrini e altri.
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Nella sua vasta opera si colgono due distinti criteri di lettura del processo storico: da un canto l’endiadi “libertas” e “rusticitas”, guida di una visione rasserenante del cammino secolare di uomini e vicende incentrate su Cuneo (anche Luigi Einaudi venne proposto come “un contadino delle nostre contrade”); dall’altro la consapevolezza dell’asperità della vita effettivamente vissuta dalla popolazione del territorio cuneese, quale per altro gli era familiare sia per lo studio di statistiche e documenti sia per memoria personale, confidata a chi lo frequentò. In uno dei rari “cantucci” di un'importante storia economica della Granda (1963) gli autori (Camilla e Raimondi) indicarono il loro criterio ispiratore: «a noi qui spetta il compito, come “storici”, di vedere che cosa è stato; su che cosa sarà o dovrà essere è compito degli economisti e di politici, su consiglio dei primi, pronunciarsi.» Era la rivendicazione del primato della “cultura” e delle “scienze” rispetto alla “politica” e dell’autotomia degli studi da ogni condizionamento. Mentre apparentemente prendeva le distanze dalla storia dell’Otto-Novecento, cui in seguito non dedicò opere d’impegno, Camilla versò energie nell’organizzazione dell’Istituto per la storia della Resistenza in Cuneo e provincia, fortemente voluto per raccogliere, ordinare e rendere consultabile la documentazione sulla “guerra partigiana”. Fu un’impresa che richiese lunga preparazione e paziente mediazione tra molteplici interessi politico-partitici e vicende delle formazioni partigiane e personali, e seguì un complesso iter attuativo. Camilla vi si prodigò con dedizione esemplare. All’inizio degli Anni Settanta Piero Camilla tracciò un profilo della storia generale della Granda con l’“Atlante storico della provincia di Cuneo”, pubblicato dall’Istituto Geografico De Agostini per la Società di studi storici di Cuneo: 23 tavole, con schede introduttive e cenni bibliografici. Un decennio dopo concorse al volume “Le formazioni GL [Giustizia e Libertà, NdA] nella Resistenza. Documenti. Settembre 1943-aprile 1945”, a cura di Giovanni De Luna, Piero Camilla, Danilo Cappelli, Stefano Vitali (Milano, Angeli, 1985 per l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e la Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane). Nel 1985 riprese il filo delle riflessioni sull’Otto-Novecento locale in “Cuneo al tempo di Giolitti” (raccolta di cartoline commentate, con prefazione di Dino Giacosa, pubblicata dalla Società di studi storici). In appendice propose la “Cronaca della lotta politica a Cuneo nel primo Novecento”, nucleo dell’opera che aveva in serbo da decenni, a grandi linee anticipata in articoli sulle lotte per il potere tra notabili attraverso i quotidiani dell’epoca. La “Cronaca” non dedica alcuna attenzione a forze circoscritte ma bene organizzate (per esempio i massoni Angelo Segre, Ermete Revelli, Eugenio Cavaglione…) che propiziarono l’ascesa di Luigi Fresia e di Marcello Soleri, ne riserva poca al movimento cattolico e nessuna alla vita istituzionale e alle organizzazioni dell’economia (banche, casse di risparmio e rurali, piccolo credito, industria, a differenza di quant’era stato prospettato dal profilo dell’economia nel 1963). Camilla tornò poi brevemente sull’Otto-Novecento nel capitolo “La storia” del meritorio volume “CN. Cuneo, la Provincia Granda”, curato da Gianfranco Collidà e Luigi Botta (Savigliano, L’Artistica, 1990). In sei delle sue trenta pagine complessive (al netto di illustrazioni e inserti) condensò lunghe riflessioni sul complesso rapporto tra i cuneesi, la formazione dello Stato e sé medesimi. Mandati dal governo Cavour nel 1855 a combattere in Crimea, «in una guerra che non solo non capivano ma che sentivano acremente contraria al loro carattere, [i cuneesi] seppero essere uomini», come già aveva scritto a proposito di altre guerre, in particolare di quella “di Russia” del 1941-1943. A suo giudizio, “[al] fascismo la provincia di Cuneo riservò un’accoglienza e soprattutto una adesione piuttosto fredda…”. Eppure, come egli stesso ricordò altrove, il consiglio provinciale mise Giolitti al bivio: iscrizione al Partito nazionale fascista o dimissioni.
A chiederlo fu anche il sindaco di Cuneo, Antonio Bassignano, liberale, con altri sodali suoi e consiglieri del partito popolare (cattolici). Benché le fonti e molte opere all’epoca già pubblicate dicano una assai diversa verità dei fatti, Camilla asserì che nel Cuneese la «adesione di tinta nazionalista fu opera di una sparutissima minoranza borghese [… di] borghesia cittadina, intellettuale o pseduointellettuale, che vi aveva aderito»: formule molto lontane da quelle dei suoi articoli di trent’anni prima su Croce, Einaudi e di quelli, venati di autobiografia, “Noi laici” (1957) o “Noi laici, uomini di chiesa” (ottobre 1960). D’altronde le fotografie d’epoca ci mostrano Piazza Vittorio Emanuele II colma di folla plaudente alla visita di Mussolini: non solo borghesi o pseudointellettuali, ma persone di tutti i ceti. In quelle pagine Camilla affermò anche: «Antifascista per costituzione», la «popolazione» alimentò poi il volontariato, «sempre mancato prima: quello dei contadini, quello del proletariato cittadino»: ove riecheggia l’arcaica polemica ideologica contro l’assenza “delle masse” nei moti Risorgimentali e nell’unificazione nazionale. Vi ribadì infine la continuità tra le origini del Comune, la guerra partigiana e la delusioni per la “rivoluzione mancata”: quella salveminiana o gobettiana che, a ben vedere, era tutt’uno con la “rivolta ideale” di Alfredo Oriani, callidamente celebrato da Mussolini come antesignano del fascismo. Al volume “Cuneo da ottocento anni. 1198-1998” (coord. di Mario Cordero e Livio Mano, Savigliano, L’Artistica, 1998) Camilla concorse con brevi contributi su fondazione di Cuneo tra leggenda e realtà, dedizione a Carlo d’Angiò e ad Amedeo VI di Savoia, minoranze perseguitate (catari, valdesi, eretici, streghe) e su Cuneo, capoluogo del dipartimento della Stura. La “sua” storia generale di Cuneo rimase dunque da scrivere; e anche quella dei secoli sui quali lavorò per decenni. Però Camilla fu molto più di un annalista o di uno storico quali a fine Ottocento erano stati Lorenzo Bertano e Ferdinando Gabotto: fu l’aedo di Cuneo “capitale morale” della libertà (“invenzione” di Tancredi Galimberti per il VII Centenario) e della “rusticitas”: consapevole che le persone hanno bisogno di poesia per andare oltre il fango e il sangue della grande e della piccola storia, quanto più sono consci che «anche questa è vanità. Perché non rimarrà mai alcun ricordo né dell’uomo saggio né di quello stolto, giacché col passare degli anni che verranno tutto sarà dimenticato e, come il saggio, così muore lo stolto» (Ecclesiaste, II, 15-16). Camilla cercò di fermare il tempo, non per sé ma per costruire la memoria della città nella quale crebbe, si riconobbe e che tanto gli deve.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Piero Camilla, cantore di Cuneo Caput Pedemontis.