GIOSUE CARDUCCI 
   DOLENTE INIZIAZIONE ALLA VITA


Carducci lugubre: perché?

“Passa la nave mia, sola, tra il pianto/...Volgono al lido, omai perduto, in tanto/ le memorie la faccia lacrimosa.../ Voghiam, voghiamo, o disperate scorte/, al nubiloso porto dell'oblio,/ a la scogliera bianca de la morte”. Quando scrisse questo “sonetto” Giosue Carducci aveva 16 anni. Lo datò “estate 1851”. Perché così lugubre? La spiegazione va cercata frugando in carte d'archivio che meritano riflessione. Chi scrive lo fece con Guglielmo Adilardi, amico fraterno da tempo passato all'Oriente Eterno. Carducci fu il primo italiano insignito del Premio Nobel per la letteratura, a lungo pensato per lo scrittore cattolico Antonio Fogazzaro, scartato (come documenta Enico Tiozzo in “Il Nobel svelato”, ed. Nino Aragno) perché si piegò alla scomunica fulminata da Pio X contro i modernisti. Il 10 dicembre la motivazione del Premio venne letta a Casa Carducci in Bologna  dall'ambasciatore di Svezia in Italia, Carl Bildt.  Lo scrittore era accasciato su una poltrona,  quasi irriconoscibile, ma ancora fermissimo nelle convinzioni  maturate dagli anni giovanili. Pianse, mormorò poche parole di ringraziamento e afferrò la mano dell'ambasciatore. Era e rimase pagano sino a quando il 16 febbraio 1907 la Grande Visitatrice lo accompagnò nei Campi Elisi. Il 26 luglio 1850, alla vigilia del quindicesimo compleanno, il futuro Maestro e Vate della Terza Italia fu arrestato a Firenze col fratello Dante, di due anni più giovane. A denunciarlo fu suo padre, Michele, chirurgo, all’epoca a Firenze con la moglie, Ildegonda Celli, e i tre figli (Giosue, Dante e Valfredo), dopo varie peregrinazioni e la rinuncia alle condotte di Bolgheri e Castagneto, privo di impiego pubblico e preoccupato che, fallita la prima guerra contro l'Austria (1848-1849), il governo granducale accendesse i fari sui suoi trascorsi settari. Da un rapporto segreto della gendarmeria,  risulta che i due ragazzi avevano maltrattato il genitore “perché contrario alle lor massime repubblicane”. La relazione giornaliera della delegazione di governo del quartiere di Santo Spirito al Ministero dell’Interno lascia pochi dubbi sul fatto. Michele aveva dovuto “salvare in casa la propria vita”, perché il figlio maggiore “con un Ferro Chirurgico gli era improvvisamente andato a dosso” [sic]. Tradotto dinanzi al tribunale, Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci si mostrò arrogante. Interrogato, rispose che la legge non consentiva di punire i figli “che non avevano altra pecca di non amare il proprio padre”. Venne chiuso in “stanza di sequestro” o, come si legge in altro documento, in “camera di forza”. Tutto lascia ritenere che non se la sia passata benissimo, e non solo per il calore estivo e l’umidità. Carducci aveva appena terminato il primo anno di studi nel collegio dei padri scolopi (San Giovannino), in Firenze. Aveva alle spalle una geremiade di travagli, comprese le fucilate che avevano costretto suo padre a fuggire da Bolgheri e i contrasti con la popolazione di Castagneto. Rifugiato a Firenze, Michele voleva evitare fastidi dal governo del Granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena, che dieci anni prima, quando ancora era studente all’Università di Pisa, lo aveva relegato per un anno a Volterra perché sospetto di iniziazione alla Carboneria, l’associazione segreta alla quale, poco più che ventenne, aderì anche Giuseppe Mazzini, primo della classe quanto a settarismo. Da Pietrasanta, ove il 27 luglio 1835 (ma fu registrato solo il 29) nacque il suo primogenito, precisamente nella frazione di Valdicastello (oggi Valdicastello Carducci), Michele aveva vagato per piccoli centri, con scarso stipendio e molte amarezze. Nel 1849 si trasferì a Firenze. Dopo il breve triumvirato Guerrazzi-Montanelli-Mazzoni il granduca aveva ripreso le briglie dello Stato col sostegno dell'impero d'Austria. Cadute la Repubblica romana e quella di Venezia, l’unità d'Italia era lontanissima sull'orizzonte. Se non si poteva vivere secondo le proprie convinzioni, almeno bisognava sopravvivere. I contrasti politici e umorali tra il precocissimo Giosue e suo padre erano continui. In una lettera ad Angelo De Gubernatis nel 1871 Giosue scrisse che quando era adolescente suo padre lo vessava in molti modi, lo “chiudeva in prigione” e, non bastasse, gli faceva leggere le opere di devozione di Alessandro Manzoni e di Silvio Pellico. Si pensava fosse una metafora. Invece, come si è visto,  è una cruda realtà.   

Compleanno in “camera di forza”

Dopo l’arresto, la sera del 26 luglio 1850, su richiesta di Michele i gendarmi rilasciarono il tredicenne Dante, ritenuto dal padre “meno colpevole”. Giosue invece rimase in carcere. Proprio alla vigilia del suo 15° compleanno. Fu la prima delle tristi vicende che ne segnarono la vita. Essa aiuta a comprenderne l’opera di poeta e scrittore politico: all’insegna della ribellione da una parte e, dall’altra, della ricerca di ordine interiore, di disciplina, di dedizione un Ideale superiore: la Libertà: di pensiero, di stampa, di associazione e di “vita vera”. Il padre voleva trattenerlo da imboccare una via pericolosa. Il ragazzo scriveva versi di fuoco contro i ‘tedeschi’ i tacchi dei cui stivaloni rimbombavano per le vie e i Lungarni di Firenze... Rilasciato e tornato studente modello al San Giovannino (alla scuola di scolopi geniali quali Geremia Barsottini, Eugenio Barsanti e Francesco Donati, “Cecco Frate”), dall’ottobre 1850  Giosue scrisse i versi “A la sventura”, “Il delirio del Trovatore” e “La mia vita”. Cantò la madre, unica sua “amica”, la sola che nei giorni tristi ne capì e alleviò gli affanni.  Da quel dramma il quindicenne Carducci comprese quanto sia breve il passo tra il Bene e il Male, tra la buona e la cattiva sorte. Comprese che la vita è alternanza di “quadrati” bianchi e neri. Per non smarrirsi, il viandante deve imparare il passo. Spinto dalla passione politica sino allo scontro fisico col padre, il “ribelle”fu messo a tacere dallo “studioso”, ma non cessò di ruggire. Lo ritroveremo negli anni di “Giambi ed Epodi”, percorsi da umori che possono essere riassunti nel Carducci “nero”, volgente alla malinconia e da questa alla rivoluzione sociale e politica che costituisce tema conduttore della sua opera, dall'inno “A Satana” (1864) sino ai dodici sonetti di “Ça ira” (1882), scritti un lustro dopo l’incontro con la Regina Margherita di Savoia e con Umberto I e la sua migrazione dalle mai dimenticate sponde garibaldine alla convinta difesa della monarchia, bastione del neonato Stato d'Italia e argine contro la clerocrazia. Sette anni dopo l’arresto, il 4 novembre 1857 Giosue visse il secondo dramma: la morte del fratello Dante durante un alterco col padre a Santa Maria a Monte. Suicidio? Un colpo di bisturi involontario? Non venne eseguita alcuna autopsia. Giosue, subito avvertito da amici, raggiunse la famiglia solo sei giorni dopo, a funerali avvenuti. Perché impiegò tanto tempo? Aveva intuito e doveva metabolizzare la tragedia di casa? Nascondeva a se stesso la verità? In un’accorata lettera a un amico narrò di aver chiesto informazioni sulla morte del fratello: il dramma, però, non ebbe testimoni, a parte il padre che (si disse) chiamò aiuto affacciandosi sulla via, sconvolto come dopo una colluttazione. Si sapeva che era malato. Morì pochi mesi dopo, sul ferragosto del 1858. Quando sentì approssimarsi la Grande Visitatrice fece chiamare al capezzale il primogenito. Giosue però giunse quando il padre era già spirato. Subito dopo i funerali, si affrettò a vendere per pochi “paoli” i ferri chirurgici paterni, la cui vista tanta angoscia gli dava. Quanto alla morte di Dante, l’autorità giudiziaria optò per la versione meno traumatica: un suicidio. Per delusione amorosa, si fabulò. Anche il parroco avallò, pur confidando i suoi dubbi al registro dei morti, ove parlò di un “mistero” pieno di “alto spavento”. I funerali religiosi (solitamente interdetti ai suicidi) chiusero ufficialmente il caso. Giosue scrisse cinque sonetti per la morte del fratello, prima di raggiungerne la salma. Tornò poi a scriverne in “Funere mersit acerbo” quando morì il suo secondo maschio, Dante, quattro anni dopo la perdita del primo, battezzato Francesco perché stava studiando Petrarca. Consegnò a “Pianto antico” lo strazio per la morte di Dante. La lapide che a Santa Maria a Monte (Pisa) ricorda la tragedia di Casa Carducci indica una data sbagliata: 5 anziché 4 novembre 1857. Ma persino la data di nascita del poeta rimane incerta: generalmente è fissata al 27 luglio, ma sulla casa natale di Valdicastello una lapide dice che nacque il 28, come del resto si ricava dal registro parrocchiale. Molti anni dopo la morte di Dante un illustre letterato e giornalista allobrogo, Onorato Roux, cercò di ottenere da Carducci ricordi giovanili per un’opera antologica di largo successo sugli esordi dei personaggi famosi. Dopo molte tergiversazioni il poeta rispose con un secco “No!”. Non intendeva mettere in pubblico il proprio passato, né aveva piacere che altri lo facesse per lui. Aveva la morte nel cuore. Ma era sua. All'esterno ostentava sicurezza, vitalità: “voghiam, voghiamo...” per un'Italia migliore, il “progresso”, non più verso “la scogliera bianca de la morte”.   

Solitudine di un iniziato all'Italia

A Valdicastello-Pietrasanta Carducci tornò solo molto avanti negli anni, in compagnia delle sue amiche e ispiratrici, prima Carolina Cristofori Piva, moglie di Domenico,  un generale garibaldino (Lina, Lidia, Lydia..., “angelo e pantera” dalla quale egli ebbe un figlio, Gino), poi la fantasiosa Annie Vivanti, il “fantino” che senza sella, senza staffe né veli cavalcò “Giosue Cavallo” tra il 1890 e il secondo più grave ictus che nel 1899 gli causò la paresi del braccio e della mano destra e la perdita della favella, dolorosa per un docente e conversatore appassionato qual era. Un viaggio a Civitavecchia per incontrare clandestinamente Lina (1874) lo riavvicinò a Bolgheri e a Castagneto, che poi frequentò per condividere banchetti di selvaggina e grandi libagioni (“ribotte”) con gli amici di un tempo. Celebri furono quelle del 1885-1886, connesse alla sua seconda candidatura a deputato alla camera per il collegio di Pisa (era stato eletto nel 1876 dal collegio di Lugonegro di Romagna, ma poi estratto a sorte tra i docenti in soprannumero rispetto ai seggi loro riservati e quindi decaduti). Però non rimise piede nei borghi che suscitavano malinconici ricordi: Celle, Pian Castagnaio e soprattutto Santa Maria a Monte, ove prese sempre più credito la voce che Dante non fosse affatto morto suicida ma per mano del padre. Carducci ebbe due personalità: quella ufficiale, di professore illustre e poeta celebre nel mondo, e quella nascosta: il massone, il “satanico”. Alla luce di documenti inediti la sua tragedia interiore risulta più decifrabile e si comprende meglio anche il già citato inno “A Satana” (scritto nel settembre 1863), nel quale celebrò la scienza che plasma la “seconda natura”, la modernità conciliata con la natura originaria dei luoghi a lui cari: la Versilia, la Maremma, gli Apenini (così scriveva), le Alpi. Le due nature, la bellezza del creato e quella forgiata dall’uomo, lo aiutarono a superare la morte dei due figli, Francesco e Dante: dolore lenito alle tre figlie, Beatrice, Laura e Libertà. Dopo il fallimento della spedizione di Garibaldi dalla Sicilia verso Roma (agosto 1862), ancor sempre capitale dello Stato Pontificio con Pio IX papa-re, da quattro anni docente di eloquenza all’Università di Bologna Carducci si immergeva negli studi di letteratura, filologia, linguistica e di storia, ma coltivava anche la passione politica. Non si può neppur dire che la nascondesse. Il 9 agosto 1864, quand’aveva da poco compiuto 29 anni, firmò la squillante convocazione di un’assemblea popolare e la pubblicò nel giornale politico “Il Progresso”, espressione dei democratici vicini al partito d’azione. Il suo nome si aggiunse a quelli di Francesco Domenico Guerrazzi, Lorenzo Niccolini, Giuseppe Dolfi, Antonio Martinati, Odoardo De Montel..., quasi tutti massoni. Lo stile e i contenuti fanno attribuire a Carducci l’articolo di fondo del giornale che, senza titolo, sotto la data Firenze 9 agosto, si apre con l’appello: “Fuori i ladri! Ecco il grido o, se volete, la formola colla quale può rendersi nettamente il pensiero” del comitato promotore dell’assemblea convocata per deliberare “intorno alle supreme necessità della patria”. “Si: fuori i ladri, e tutti, o manifesti o nascosti! Fuori i ladri d’ogni colore...”: un vero e proprio incitamento alla ribellione immediata, a far piazza pulita della dirigenza corrotta e inetta. Era, si è detto, il 1864: quattordici anni dopo l’arresto a Firenze e quattordici anni prima dell’incontro a Bologna con la Regina Margherita, che ne accelerò la svolta a fianco della monarchia, non perché folgorato dall'“Eterno femminino regale” ma in nome dell’unità nazionale e della difesa del Risorgimento. L'alternativa alla Corona erano le tonache. A quel punto aveva un motivo in più per cancellare ogni traccia del ribellismo giovanile. Carducci concorse dunque a “ri-velare” il passato. Si consegnò a pochi memorabili versi per il fratello, il figlio, la nonna, le emozioni giovanili, la sfortunata Lina e l'indomabile Annie. Sotto il profilo umano rimase irrisolto, incompiuto, talvolta scostante, indecifrabile. I versi e i discorsi famosi erano la scorza sotto la quale scorreva altra linfa. Motivo in più per riprenderne lo studio. Va restituito alla sua genuina grandezza di scrittore, politico e massone, stratega della cultura della Terza Italia ed espressione di tutte le contraddizioni della sua epoca. Ispirò i patrioti che unificarono l'“itala gente da le molte vite”. 

Aldo A. Mola

DIDASCALIA GIOSUE CARDUCCI, ritratto da Alessandro Milesi (Casa Carducci, Bologna), copertina della  biografia in presentazione a Cuneo (Circolo “'l Caprissi”, 28 maggio) e a Torre San Giorgio (Pinacoteca “Sismonda”, Piazza Cravero, 5 giugno).   Frainteso e da sempre scomodo, Carducci fu e rimane un gigante. Alla sua morte ne pubblicò un  profilo pacato la “Civiltà Cattolica”, che gli presentò l'onore delle armi. Venne “associato” maestro massone nella loggia “Felsinea” di Bologna il 1° marzo 1866 pagando lire 30 di entrata e 5 in acconto. Funse da segretario. Nel 1867 la loggia venne demolita da un gran maestro, Ludovico Frapolli, che in violazione delle norme massoniche più elementari, pubblicò i nomi dei suoi componenti (docenti universitari e alti ufficiali), esponendoli a “indagini”. Dal 1886 Carducci fu “risvegliato” da Adriano Lemmi, gran maestro e venerabile della loggia “Propaganda massonica”. Ebbe funerali civili.   Il “triangolo” Francesco Crispi-Adriano Lemmi-Giosue Carducci è ampiamente documentato in “Giosue Carducci: scrittore, politico, massone”, con prefazione di Aimone di Savoia (Roma, BastogiLibri maggio 2026, pp.520, euro 35).