
Quando e dove nacque la Terza Italia? Torino o Roma?
Nel 1911 l'Italia celebrò solennemente il cinquantenario del regno. Dal 31 marzo 1910 il governo era presieduto da Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927), iniziato massone in una loggia milanese quasi mezzo secolo prima. Per festeggiare l'evento Luzzatti scelse il 27 marzo anziché il 14 marzo, giorno dell'approvazione della legge che nel 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia, o il 17, quando la legge fu pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale”. Il 27 marzo era il cinquantenario del giorno in cui alla Camera del regno di Sardegna Camillo Benso conte di Cavour, presidente del consiglio dei ministri, aveva esortato Pio IX a rinunciare al potere temporale e ad accettare pacificamente che Roma divenisse capitale d'Italia. La scelta di Luzzatti, dunque, non fu casuale. Andò al punto: senza Roma la Terza Italia non sarebbe mai stata “consacrata”. Nel 1911 le due sponde del Tevere rimanevano molto lontane. Su una vi era il regno nato dalla spoliazione dello Stato Pontificio e dall'irruzione nella Città Eterna, il Venti Settembre 1870, del corpo d’esercito guidato da Raffaele Cadorna; sull'altra il pontefice, che non riconosceva l'“usurpazione”. Papa Pio X, in carica dal 1903, era l'erede di Pio IX (sul Sacro Soglio dal 1846 al 1878), che aveva scomunicato Vittorio Emanuele II, il governo e tutta la dirigenza politica, complice del sacrilego misfatto. Il suo predecessore immediato, Leone XIII, papa dal 1878 al 1903, aveva ribadito la condanna e aveva più volte additato all'esecrazione il vero artefice del Risorgimento e dell'unificazione italiana: la massoneria, da lui bollata nell'enciclica “Humanum genus” (1884). Tra fine Ottocento e inizio Novecento dilagò il mito del complotto giudaico-massonico, propagato dai libelli di Léo Taxil e dal Congresso antimassonico internazionale celebrato a Trento nel 1896. Lì, in territorio ancora asburgico, per la prima volta si levarono dubbi sull'attendibilità del giornalista francese, probabilmente al soldo dei “servizi” d'Oltralpe, passato disinvoltamente dalla Lega anticlericale a roventi polemiche antimassoniche. Tra sfarzo regale e solennità ecclesiastiche, i congressisti tridentini ribadirono l'antica condanna della massoneria quale fomite del complotto occulto. La corruzione morale dei governi e dei popoli era tutta opera luciferina, ordita nelle logge, “sinagoghe di Satana”. Qualcuno ancora lo crede, come ricorda Luigi Pruneti in “Chiesa e Figli della Vedova” (BastogiLibri, 2026). Le ripercussioni della disastrosa campagna italiana in Etiopia (nella battaglia di Abba Garima il 1° marzo 1896 il corpo italiano di spedizione venne sconfitto dalle orde di Menelik, negus d'Etiopia, che catturò migliaia di ascari e di militari italiani) e la sequenza di attentati alla vita di capi di stato e di governo, inclusa l'innocua Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, scossero l'opinione pubblica moderata sino alla promozione del convegno romano dal quale nacque il primo coordinamento delle informazioni sulle trame di anarchici e internazionalisti rivoluzionari. L'Europa della “Belle Epoque” esigeva stabilità e un chiarimento di fondo nell'Estrema sinistra socialista e repubblicana intransigente, sempre ferma sulla soglia delle Istituzioni. Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) in Italia il mutamento si impose con maggior forza perché nell'ultimo decennio dell'Ottocento il Paese aveva vissuto la rovinosa sequenza di scandalo della Banca Romana, fallimento del presunto protettorato sull'Etiopia, insorgenza del movimentismo radical-socialista a Milano, Pavia, in Toscana e in altre plaghe dove il cresciuto benessere della borghesia riformistica cozzava con sacche di povertà, di endemie e pandemie (pellagra, malaria, colera...) e di ribellismo, represso con stati d'assedio, proprio nel cinquantenario dello Statuto. Nel 1898, mentre a Milano e in altre zone dilagavano insorgenze e sommosse, a Torino era stata inaugurata l'Esposizione Nazionale. Pensata per mostrare il progresso compiuto dalla Nuova Italia nel mezzo secolo dallo Statuto Albertino, essa fu arricchita per la prima volta da una sezione di arte sacra: una mano tesa verso i cattolici conciliatoristi. Il profondo “malessere di fine secolo” si era sostanziato nella litania di dieci governi in dieci anni (Crispi, Rudinì I, Giolitti, Crispi, Rudinì II, III, IV, V e Pelloux I e II), con l’inevitabile girandola di ministri e di sottosegretari, a tutto danno dell'immagine e dell'efficienza della “macchina” statuale. La sua solidità e il suo progresso, sia pure lento, era documentata dai censimenti (1891 e 1901) ma non dalla “politica”. Decenni dopo ne scrisse Benedetto Croce nella “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”. Ma subito lo intuirono e documentarono studiosi come il giovane Luigi Einaudi in “Il principe mercante” e Thomas Okey e Bolton King in “Italy to-day”. Sul trono dall'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III, più agnostico che libero pensatore, ebbe molti motivi per evitare che le feste del cinquantenario del regno avessero per concelebranti apicali due ebrei, per di più massoni: Ernesto Nathan (Londra, 5 ottobre 1845-Roma, 9 aprile 1921), sindaco di Roma, e Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio. Bisognava decidere quale dei due sostituire, con il garbo necessario per mostrare che il cambio non era voluto dalla Corona ma dalle consuete vicende parlamentari, espressione indiretta del “popolo sovrano”. Nel settembre 1910 il re ricevette Giolitti a colloquio riservatissimo nel Castello di Racconigi, in Piemonte. Già tre volte presidente del Consiglio (1892-1893, 1903-1905, 1906-1909), in quel momento lo statista era un semplice deputato, ma dal vastissimo seguito parlamentare anche perché, come ministro per l'Interno, nel 1904 e nel 1909 aveva orchestrato il rinnovo della Camera dei deputati con i metodi deplorati da Gaetano Salvemini che lo bollò “ministro della mala vita”. Ovviamente il colloquio non lasciò traccia, ma gli eventi successivi ne fanno intendere il succo. Bisognava salvare il sindaco di Roma sino alla scadenza del mandato, perché aveva grande visibilità oltre i confini, specialmente nella sua nativa Gran Bretagna, e sacrificare il presidente del governo
Fratelli in fitta schiera?
La tensione dell'ultimo decennio dell'Ottocento e d'inizio Novecento si riverberò anche all'interno della Massoneria, con la pressione esercitata dalla frangia “democratica” sul gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Adriano Lemmi, messo in discussione per la sua sospetta omonimia con il “ladro di Marsiglia”, cioè un altro Lemmi, condannato per un piccolo furto a un anno di carcere nel 1844 in Francia, e, soprattutto, per il fiancheggiamento da lui accordato a Crispi, d'intesa con Giosue Carducci, “maestro e vate della Nuova Italia”. Tale tensione fu portata all'estremo da Ernesto Nathan, che rifiutò di prendere parte alla giunta esecutiva del GOI sino a quando Lemmi non avesse sottoposto Crispi a processo massonico. La richiesta si concluse con le dimissioni di Lemmi da gran maestro e con l'elezione di Nathan. La sua condotta però non appagò le logge dissidenti, di lì a poco organizzate nel Grande Oriente Italiano, subito riconosciuto da quello di Francia come Comunità massonica sovrana in Italia. Per protesta il GOI ruppe i rapporti con il Grande Oriente d'Oltralpe dopo decenni di collaborazione fraterna. Ne ha scritto Luca Fucini in “I guardiani della Nuova Italia” (Sanremo, Leucotea, 2026). Non è questa la sede per ripercorrere quel doloroso scisma della comunità massonica italiana. Esso nondimeno non va ignorato per le sue ripercussioni sul GOI sino alla Grande Guerra. Le forzate dimissioni di Nathan da gran maestro per l'implicazione nel processo a carico di Tullio Murri, imputato in una torbida vicenda, spianarono l'ascesa di Ettore Ferrari alla gran maestranza. Essa fu apprezzata dagli antichi avversari di Crispi e dai dissidenti, capeggiati da Malachia di Cristoforis, patriota milanese di tradizione democratica, che stipularono il ritorno in seno al GOI, e venne plaudita anche dal Grande Oriente di Francia, nel quadro delle nuove relazioni transalpine, suggellate dagli accordi commerciali caldeggiati da Luigi Luzzatti e, ancor più, dal viaggio di Stato di Vittorio Emanuele III a Parigi (1902) ricambiato da quello del presidente francese Emile Loubet, in carica dal 1899 al 1906. Per la prima volta un capo dello “Stato cristianissimo” visitò la Città Eterna e salì al Quirinale senza rendere omaggio al Papa. L'organizzazione del Congresso mondiale del Libero pensiero in Roma fu il segnale definitivo che la città capitolina era ormai laboratorio della scristianizzazione prospettata sin dall'Anticoncilio celebrato a Napoli il 9 dicembre 1869 in contrapposizione frontale al Concilio ecumenico vaticano aperto da Pio IX l'8 dicembre di quell'anno. L'ascesa di Ernesto Nathan a sindaco di Roma, benché non fosse stato il più votato del blocco popolare che nel 1907 vinse le elezioni, evidenziò il disegno politico-culturale che lo vedeva operare con il pieno sostegno dei governi (presieduti da Sidney Sonnino, ebreo anglicano, e da Giolitti) e della Corona. La Terza Roma evidenziava la continuità tra patriottismo risorgimentale (il “figlio di Sarina”, come Nathan con maliziosa allusione era detto per i rapporti tra sua madre, Sara Levi, e Giuseppe Mazzini, ne era un modello) e la convergenza di liberali progressisti, radicali, socialriformisti e repubblicani transigenti, uniti nel sostegno delle istituzioni e, in specie, di quella suprema: la “Monarchia costituzionale” di lì a poco raffigurata da Davide Calandra nell'altorilievo in bronzo della presidenza della Camera dei deputati, che tutti vedono ogni giorno in televisione senza domandarsi che cosa rappresenti. Per tutti questi motivi il Cinquantenario doveva avere tra le voci eminenti quella del sindaco di Roma. Nathan aveva dato prova di superiore intelligenza politica quando nell'ottobre 1909 si recò a Racconigi ove il re e Giolitti ricevettero lo zar di Russia Nicola II e il suo ministro degli Affari Esteri e concordarono la consultazione dei due Stati su tutte le questioni balcaniche, andando oltre gli steccati fra Triplice Alleanza Berlino-Vienna-Roma e Triplice Intesa anglo-franco-russa. La geografia dettava nuovi scenari politici nei Balcani e nel Mediterraneo centro-orientale. In quella rilevante occasione Ettore Ferrari arroccò invece il GOI nella denuncia dei “pogrom” antiebraici ancora in corso nei confini dell'impero russo e rifiutò qualsiasi omaggio allo zar, mostrando una rigidità estranea alla duttilità diplomatica ormai necessaria per chi, come il GOI, si ergeva a precursore, artefice e custode dell'unità nazionale. Eletto deputato per tre legislature nel collegio di Perugia II, Ferrari, in realtà, non era un “politico”. Rimaneva un artista. Era lo scultore del monumento di Giordano Bruno eretto in Campo dei Fiori a Roma (1889) qual perenne e solenne rampogna contro l'Inquisizione. Chi guardava lontano e doveva assumere decisioni tattiche funzionali all'obiettivo strategico – mostrare il cammino compiuto dalla Terza Italia nel mezzo secolo dalla nascita – non poteva nutrire dubbi sull’opportunità che l'Italia esibisse quali dioscuri del Cinquantenario il sindaco di Roma e lo statista piemontese Giovanni Giolitti, anche perché ai festeggiamenti progettati nella Capitale si aggiungeva l'Esposizione nazionale di Torino, orchestrata dal sindaco Teofilo Rossi, creato dal Re conte di Montelera, in stretta collaborazione con Tommaso Villa, massone di lungo corso, già deputato, ministro, senatore, genero dell'antico cospiratore Angelo Brofferio. In più Villa poteva vantare a proprio merito la recente espulsione dal Grande Oriente d'Italia per l'appoggio da lui dato con altri “fratelli” politicamente rilevanti a sostegno di un blocco moderato contro l'avanzata dell'estrema sinistra nella città subalpina che registrava il tumultuoso sviluppo dell'industria meccanica e metallurgica e gli spudorati intrecci con giochi in borsa a vantaggio degli industriali. A Torino l'Esposizione del 1911 assunse i requisiti di ricomposizione unitaria delle forze liberali, inclusi i cattolici moderati, in sintonia con le congregazioni ecclesiastiche impegnate a sostegno dell'espansione coloniale italiana e operose negli enti provinciali e comunali, con speciale attenzione per l'insegnamento elementare e per le “classi numerose”, attratte in città dall'incremento delle opportunità di lavoro ma ricorrentemente penalizzate da crisi finanziarie e bancarie (come quella del 1907) e dalle pesanti ripercussioni su edilizia popolare e igiene urbana.
Il garbato “ben servito” di Giolitti a Luzzatti
Istruito dal Re sulla linea da tenere, in “confidenze epistolari” destinate a circolazione ristretta per poi ispirare interventi alla Camera, dal novembre 1910 Giolitti confutò Luzzatti sui due disegni di legge con i quali il presidente del Consiglio pensava di passare alla storia: l'introduzione della parziale elettività del Senato e il varo di un modesto aumento del diritto di voto maschile. Lo statista piemontese scrisse a Urbano Rattazzi jr che, così com’era dal 1848 e dalla proclamazione del regno, la Camera Alta aveva attuato e avrebbe »reso grandi servizi al Paese e alla Monarchia«. Andava quindi cassata la »proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti»: una “confidenza” da diffondere quale norma. Successivamente Giolitti disse alla Camera che il tempo era maturo per riconoscere il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anziché fermarsi al progetto del presidente del Consiglio, che prevedeva un ampliamento da circa tre milioni di elettori a quattro milioni e mezzo. Occorreva la riforma poi da lui varata nel 1912: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni alfabeti, per chi avesse prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti. Erano stati a scuola dalla vita. Gli elettori balzarono a otto milioni. Luzzatti galleggiò sino alla solenne celebrazione di Roma, pronunciata nell’aula massima di Palazzo Senatorio al Campidoglio. Lì Nathan si rivolse a Vittorio Emanuele III, S»ovrano nella vita di uomo, nella vita di cittadini Primo Cittadino d’Italia, a virtù ed a dovere coll’esempio incitante». Evitò cenni polemici contro il Vaticano. Altro, del resto, aveva detto il 10 marzo nella commemorazione di Giuseppe Mazzini, parimenti in Campidoglio, e ancora aggiunse il 4 giugno, festa dello Statuto, quando commemorò Vittorio Emanuele II ripercorrendo diverse fasi della questione romana. Riecheggiando Carducci (ma senza nominarlo), ricordò che il Padre della Patria tramite persone a lui devote aveva intessuto «relazioni con associazioni segrete a scopi patriottici intente» e non aveva avuto «timore di contaminarsi associandosi ai movimenti popolari»: un accenno cifrato alle collusioni tra monarchia e società segrete a metà Ottocento, ma destinato a cadere nel vuoto in tempi di monarchia costituzionale, quando la politica estera era deliberata dal triangolo Corona-presidenza del Consiglio-ministro degli Affari Esteri, lontano dal Parlamento e, talora, persino dal governo, ma sempre nei margini fissati dallo Statuto. All’ormai dimissionario Luzzatti il 30 marzo 1911 seguì il IV ministero Giolitti, che, come si vedrà in altro articolo, celebrò i riti maggiori del Cinquantenario del Regno, all’Altare della Patria e a Torino, prima capitale d’Italia.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Ernesto Nathan (Londra, 1845-Lugano, 1921), ritratto da Giacomo Balla. Gran maestro del Grande Oriente d'Italia nel 1896-1903 e nel 1917-1919, affiliato alla loggia “Propaganda massonica”, fu apprezzato sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Con Carducci e altri fondò la Società Dante Alighieri. “I Guardiani della Nuova Italia” di Luca Fucini (ed. Leucotea) è stato presentato a Perinaldo (Imperia) da Marzia Taruffi, presidente della Associazione Esprit-Sanremo-Perinaldo e coordinatrice dei Martedì Letterari del Casinò di Sanremo, e da Matteo Moraglia, editore anche del bel volume di Marco Mauro e Marzia Taruffi, “Gian Domenico Cassini da Perinaldo al Cielo. 1625-2025. Quattrocento anni di storia, misteri e racconti delle antiche pietre”.