CESARE MERZAGORA                         UN LIBERALE CAPO DELLO STATO

Governi “tecnici” vs “politici” o “partitici”.

Ma davvero un “governo tecnico” è il Male Assoluto? Il preconcetto nei suoi confronti nasconde un “non detto”: i governi “di partito” sono di manica larga, quelli “tecnici” l'hanno stretta perché delegati a rimediare ai danni di  quelli partitici. Piaccia o meno, la differenziazione insinua che i governi “politici” non si preoccupano dei conti, o perché non li sanno fare o, peggio, perché sanno di essere “a tempo” (di lì anche la mitica identificazione tra lunga durata ed efficienza: spesso inversamente proporzionali), mentre i “tecnici”, geneticamente inchiodati a una missione transitoria, varano riforme anche impopolari perché non vanno in cerca di voti.       L'artificiosa contrapposizione nominalistica tra governi politici e governi tecnici non fa bene allo Stato. Alimenta il sospetto che i “politici” siano incompetenti e quindi si conducano da irresponsabili, a differenza dei “tecnici”, avvolti in una visione mistica del “governo”. L'altro e più grave anatema nei confronti dei cosiddetti “governi tecnici” è radicato nella pretesa che la “politica” sia monopolio di partiti e movimenti e che chi abbia qualche cosa da dire sullo Stato non possa farlo di iniziativa propria. Non ha “diritto di tribuna”. In tale ottica, prima di “parlare” il cittadino dovrebbe obbligatoriamente intrupparsi in un'“organizzazione” (partito, movimento, associazione, chiesa, setta...) che lo legittimerebbe a dire la sua. Questa subordinazione della cittadinanza allo “schieramento” è tra i motivi che spingono e sempre più condurranno tante persone dabbene all'astensione dal voto e dalla “politica” nell'amara constatazione della propria irrilevanza.   Eppure competenza e dedizione all'interesse per la “civitas” e l'assunzione di pubblici “munera” a lungo furono tutt'uno.


Dalla nascita del regno d'Italia i ministri erano dotati di formidabile preparazione tecnica e di austera vocazione politica. Di cultura poliedrica, arrivavano da studi profondi e da esperienze militari, diplomatiche, scientifiche, artistiche maturate negli Stati pre-unitari e in viaggi all'estero. Quasi sempre svolti a proprio carico, questi servivano ad apprendere il meglio delle esperienze altrui. Al periplo per le città d'arte (Ravenna, Firenze, Roma...) furono sostituiti i Paesi all'avanguardia nella seconda rivoluzione industriale e nell'organizzazione scolastica: Svizzera, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Prussia, Austria... Il patriottismo non comportava di bendarsi gli occhi sui pregi altrui. Si potrebbero fare migliaia di esempi, ma bastino, a conferma, quanti si susseguirono alla presidenza del Consiglio dopo la morte di Camillo Cavour, appena cinquantunenne, il 6 giugno 1861, tre mesi dopo la proclamazione del regno d'Italia. A Bettino Ricasoli, “barone di ferro” di severa religiosità, Marco Minghetti, classicista ed economista, e al parsimonioso Giovanni Lanza si aggiunse Quintino Sella, ingegnere minerario, ferrato in molteplici discipline, storico, accademico dei Lincei, fondatore del Club Alpino Italiano che ebbe Benedetto Croce tra i suoi fautori. Di pari valore furono i presidenti della Sinistra Storica, quali Agostino Depretis, Francesco Crispi e Giuseppe Saracco, che precorsero Giuseppe Zanardelli, giureconsulto di fama europea, e Giovanni Giolitti, magistrato sin da giovane “prestato” al ministero delle Finanze, retto da Sella. Erano politici o tecnici? Per Giolitti “governare” significava “amministrare bene”. Sceglieva i ministri sulla base della loro competenza. Agli Esteri volle il navigato Tommaso Tittoni e l'insuperato Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, il migliore a giudizio del Re, ottimamente biografato da GianPaolo Ferraioli. Altrettanto vale per quelli di Finanze (Luigi Facta), Tesoro (Francesco Tedesco), Lavori pubblici (Ettore Sacchi), Istruzione (Ferdinando Martini, Vittorio Emanuele Orlando, Luigi Credaro). Anche il governo presieduto da Benito Mussolini dal 31 ottobre 1922 esordì come esecutivo composto preminentemente da tecnici. Vi si contarono solo tre iscritti al Partito fascista. Nella prima seduta il presidente dette ai ministri dieci giorni di tempo per conoscere intus et in cute” i dicasteri loro affidati e presentarsi con proposte realistiche e di rapida attuazione, sulla base dell'ampia delega da chiedere alle Camere, che la concessero e la confermarono per anni ad amplissima maggioranza (AAM, “Mussolini a pieni voti?, ed. Capricorno, 2012, pubblica integralmente i verbali del governo dal 31 ottobre al 30 dicembre 1922). Nell'intervista concessa a Giulio Ambrosini nel viaggio notturno da Milano a Roma (29 ottobre 1922) Mussolini dichiarò che alle Finanze intendeva nominare Luigi Einaudi, “un uomo di studio, un teorico” che chiedeva riduzione delle spese, “risparmiare, risparmiare”. “È quello che voglio anch'io. Intendo che i teorici faccian la prova pratica delle loro teorie”. Anziché Einaudi alle Finanze scelse poi il capacissimo Alberto De Stefani. I titolari dei vari ministeri risultano di competenza indiscussa: il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera all'Industria, il popolare Stefano Cavazzoni a Lavoro e previdenza sociale, il filosofo Giovanni Gentile all'Istruzione. Nel corso degli anni affidò compiti strategici ad antifascisti notori, come il massone, socialista e ateo Alberto Beneduce, presidente dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI): un colosso che sopravvisse al regime perché per ancora un ventennio i suoi dirigenti servivano gli interessi del Paese, anziché dei partiti. Parimenti massoni (in sonno) furono Italo Balbo, ministro dell'Aeronautica, e quello dell'Educazione Nazionale, Balbino Giuliano, decine di altri gerarchi, in specie all'Istruzione. Per risalire la china dalla catastrofe dell'intervento nella nuova Grande Guerra (10 giugno 1940: sul quale è indispensabile il recentissimo “L'Ora segnata dal destino” di Emilio Gin (Edizioni Nuova Cultura), l'Italia ebbe bisogno di governanti dalle comprovate competenze tecniche. Messi alle spalle i governi con a capo Pietro Badoglio (25 luglio 1943-8 giugno 1944), le nuove compagini presiedute da Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e infine, durevolmente, Alcide De Gasperi, a Tesoro, Finanze e Bilancio vollero ministri di robusta preparazione quali Marcello Soleri, stroncato dalla leucemia, Epicarmo Corbino, Giuseppe Pella e Luigi Einaudi, che, in via eccezionale, conservò la carica di governatore della Banca d'Italia. Nel quadripartito nato dalla vittoria elettorale alle elezioni del 18 aprile 1948 al Bilancio De Gasperi scelse il rupestre Ezio Vanoni, che varò la riforma tributaria e impostò il piano decennale per sviluppo economico e piena occupazione.


Merzagora: una grande vita in breve

   In quel contestò si affermò in posizione apicale uno di massimi statisti italiani del dopoguerra: Cesare Merzagora (Milano, 9 novembre 1898-Roma, 1° maggio 1991). Lo hanno ignorato i molti “libri d'occasione” pullulati a ridosso dell'80° della Repubblica (2-18 giugno). Eppure ha pieno titolo di essere ricordato non solo quale supplente del Presidente Antonio Segni, democristiano, colpito il 7 agosto da 1964 da ictus e dichiarato impedito dai presidenti delle due Camere e del Consiglio. In carica  dal  10 agosto, alle formali dimissioni di Segni (6 dicembre 1964), di seguito Merzagora  resse con piena responsabilità la carica di capo dello Stato sino all'insediamento del successore, Giuseppe Saragat, socialdemocratico, eletto al 21° scrutinio.   Tra i suoi molti profili (Nicola De Ianni, Varvaro, Zimolo, Zanone, Mazzucca...) spiccano le pagine “Cesare Merzagora. Un gigante di passaggio al Quirinale” dedicategli da Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato. Sessanta anni di vita della repubblica italiana attraverso il Quirinale. 1946-2006” con presentazione di Gaetano Gifuni, segretario generale della Presidenza della Repubblica (Roma, Gangemi, 2012), dalle quali attingiamo.


* * *   Per sua stessa definizione “uomo economico lombardo prestato temporaneamente alla politica”, diplomato ragioniere e dall'estate del 1917 volontario nella Grande Guerra, medaglia d'argento al valor militare per la difesa sul Piave, nel 1920 assunto dalla Banca commerciale italiana e assegnato alla Bulgaria (il cui zar sposò Giovanna di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III), Merzagora collaborò a testate nazionali da giornalista provetto. Mai iscritto al partito fascista, presidente della Pirelli dal 1938, nel 1944-1945 rappresentò il partito liberale nella commissione centrale economica del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia. Componente della Consulta nazionale postbellica, su suggerimento di Francesco Saverio Nitti fu nominato da De Gasperi ministro del Commercio estero mentre era “in missione” in Brasile. Al governo mirò a rianimare l'industria nazionale utilizzando il “franco valute” che fece rientrare in Italia 60 miliardi di lire “parcheggiati” all'estero.   Eletto senatore da indipendente nelle file della Democrazia cristiana (1948), rappresentò il “quarto partito”: i “produttori”. Confermato nel 1953 ed eletto presidente del Senato (il più giovane della storia, a parte Carlo Scognamiglio, e il più durevole), si trovò “naturaliter” candidato alla successione a Luigi Einaudi quale capo dello Stato. Ma parte della democrazia cristiana gli preferì Giovanni Gronchi, sostenuto dalle sinistre e dalla destra monarchica. Archiviata l'ipotesi di dar vita a un “partito della borghesia” e nominato da Antonio Segni senatore a vita (2 marzo 1963), com Ferruccio Parri e Meuccio Ruini,  assunse le funzioni di capo dello Stato in forza del primo comma dell'articolo 86 della Costituzione quando, come detto, Segni risultò “impedito”.   Sfiorato dalle polemiche su un presunto “piano golpistico” molto tardivamente riconosciute infondate, da presidente del Senato Merzagora accentuò le sue riserve nei confronti della deriva partitica delle istituzioni. Ne parlò ruvidamente nel discorso ai Cavalieri del Lavoro (20 ottobre 1967), tutto da rileggere e meditare, nel quale denunciò 14 “non sappiamo”. Concluse: “non sappiamo quando la scuola potrà corrispondere alle esigenze di un Paese moderno e civile e se finalmente avremo ospedali per tutti. Non possiamo neppure immaginare le conseguenze che avremo in Italia con l'istituzione delle Regioni...”, i cui sperperi hanno concorso a far lievitare a dismisura il debito pubblico.   Fu sommerso da critiche roventi ma non se ne lasciò scalfire. Come ricorda Tito Lucrezio Rizzo, di sé Merzagora disse: «se dovessero fare il monumento al Fesso Ignoto d'Italia il modello più adatto sarei io, che ho dato alla politica vent'anni della mia vita e metà del mio patrimonio.»   Nominato presidente della Montedison (1970) si dimise ruvidamente denunciando che era la centrale dei “fondi neri” elargiti ai partiti. Su sollecitazione di Giovanni Malagodi, nel 1972 si iscrisse al partito liberale per consentire la sopravvivenza del minuscolo gruppo senatoriale, erede della tradizione che risaliva a Einaudi, Giolitti e Cavour.   Presidente delle Assicurazioni Generali (1979), visse appartato nella constatazione che le sue previsioni, non pessimistiche ma realistiche, via via si stavano concretando. Osservò: «Si dice che l'Italia sia povera di uomini. È un'eresia. In tutti i settori della vita economica vi sono persone di assoluto prim'ordine; naturalmente occorre conoscerle per apprezzarle, perché, essendo appunto di prim'ordine, non si preoccupano di mettersi in vista.» Ma ormai la “politica” stava divenendo “spettacolo”: sorrisi, moine, caccia al voto ed emarginazione del cittadino.
Un artista

   A conferma di quanto sia infondata la separazione tra “politico” e “tecnico” il percorso umano e culturale di Cesare Merzagora offre altri motivi di riflessione. Pianista e violoncellista di vaglia, non ancora ventenne compose “Nostalgia”, due valzer lenti, e pubblicò la commedia “L'amore e l'ideale”, rappresentata al Teatro Manzoni di Milano. Non solo. Negli anni difficili della Ricostruzione, mentre era alla guida della ripresa economica dell'Italia e alla vigilia dell'elezione a presidente del Senato, si dedicò con impegno e talento alla scultura, all'arte orafa (un gioiello di sua creazione nel 1956 fu esposto alla Fiera di Vicenza) e all'incisione. Tra le sue prove migliori vi fu la medaglia commemorativa dei XVII Giochi Olimpici di Roma (1960), coniata dalla Zecca dello Stato in oro, argento e bronzo.   La sua creatività artistica riecheggia quella di Amintore Fanfani, che da pittore consegnò alle tele messaggi cifrati. Anch'egli poteva ripetere quanto di sé scrisse Merzagora: «Se una persona solvibile, nota e perbene, mi dà un assegno falso, io, accettandolo, non sono un ingenuo: sono semplicemente truffato. Purtroppo, mentre per gli assegni c'è la rivalsa, in politica non esiste azione di regresso. Di assegni falsi ne ho fatto tutta una collezione.»   In attesa di una sua biografia, si può concludere che Merzagora sta all'Italia del tempo suo come Mario Draghi, “un europeo nato in Italia” (Nerio Nesi dixit), sta ai tempi nostri e, si auspica, a quelli venturi. A cospetto di tanti fallimenti della partitocrazia e della “bustocrazia” da lui sferzata, Merzagora merita memoria, non solo nell'80° del cambio della sua forma ma nella lunga e sofferta storia dello Stato d'Italia.

Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Cesare Merzagora.L'opera di Tito Lucrezio Rizzo è stata aggiornata con il titolo “Il Capo dello Stato dalla Monarchia alla Repubblica, 1848-2022” (Roma, Herald, 2022). Di Merzagora hanno scritto anche Federico Orlando in “Il Parlamento italiano, 1861-1988”, vol, 18°, “1959-1963. Una difficile transizione”, Milano, Nuova Cei, 1991, pp. 431-450, e Paolo Varvaro in “Dizionario del Liberalismo italiano”, tomo II, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015, pp. 759-62.   Merzagora raccolse suoi articoli in libri dai titoli eloquenti: “Le olimpiadi delle barbe finte” (1946), “I pavidi. Dalla cospirazione alla Costituente”, con prefazione di Benedetto Croce (1946), “Cose Oscure”, Bompiani, 1967; “Mondo in evoluzione” (testo del discorso pronunciato il 20 ottobre 1967 al Palazzo della Civiltà del Lavoro in Roma, accolto da unanime disapprovazione). Merzagora precorse le “picconate” di Francesco Cossiga negli ultimi anni della sua Presidenza, conclusa con le dimissioni anticipate, e le staffilate inflitte da Giorgio Napolitano alle Camere che l'avevamo rieletto. I presenti batterono freneticamente le mani a ogni frase del discorso “vivo  vibrante”, ma nulla fecero di quanto raccomandato dal presidente.   Non esiste alcuna prova documentale della iniziazione massonica di Merzagora, asserita da Ferruccio Pinotti in “Potere massonico”, ed. Chiarelettere, 2021.