
Giorno dopo giorno le polemiche“politiche” crescono di tono. I ragionamenti sono sostituiti da strali e invettive. Dilaga la gara a chi inventa la formula più sarcastica per deridere l'“avversario”, demonizzato come nemico. E poi? Sino a quale soglia può salire lo scontro? Anche le calamità naturali, che richiedono mente fredda e polso fermo, scatenano previsioni apocalittiche, ridimensionate nel volgere di un paio di giorni. Uno smottamento ha fatto gridare alla “finis Italiae”: spaccata in due, come fossimo nel settembre 1943. Venne lanciato l'allarme: per settimane o mesi la costiera adriatica non sarebbe stata percorribile né per autostrada, né per ferrovia. Salvo tornare a una semi-normalità nel volgere di un paio di giorni, mentre però si bloccava la Roma-Firenze, come uno dei tanti tronchi ferroviari in via di smantellamento. Fino a che punto giova strillare“al lupo, al lupo” sulla penuria delle scorte di cherosene o sulla ricomparsa della processionaria (urticante? letale? mah…) o, ancora, sul ritorno delle zanzare che infestano parchi pubblici e giardini privati? Il Paese non può reggere a un anno di liti furibonde, faide e linciaggi. L'allarmismo permanente ottunde, come le guerre e le atrocità che quotidianamente bombardano i “teleutenti”, mitridatizzati dall'orrore e quindi ormai indifferenti, malgrado i moniti di papa Leone XIV. Avvenne altrettanto tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando, anno dopo anno, la Vecchia Europa imboccò il percorso che condusse alla Guerra dei Trentanni: 1914-1945. Capi di Stato, governi, parlamenti, capipartito e opinionisti, spacciati per “intellettuali” (“brutta parola per peggior cosa”, diceva Carducci) e persino tante persone “colte” marciarono come sonnambuli verso il baratro. Forse, dunque, è il caso di sostare, abbassare i toni, riflettere e dare un'occhiata a quanto avvenne, per evitare di ripetere gli stessi errori. Paradossalmente molti si domandano come “finire le guerre”, anziché interrogarsi sul perché sono iniziate e constatare che esse vengono condotte in violazione quotidiana di qualsiasi residua “umanità”. Occorre essere consapevoli che ogni guerra è stata preceduta da un'altra: e così via, a ritroso nei secoli. Più di cent’anni orsono anche le Istituzioni massoniche, che predicavano pace, divennero bellicose. Fallirono la missione storica, perché c'è sempre qualcuno che grida più forte e prevale. Vediamo dunque un “caso di scuola”.
Celebrare, celebrare...: chi?, che cosa?
Nel 1911, a pochi mesi dalle celebrazioni del Cinquantenario del regno, fissato, quell’anno, il 27 marzo in memoria della proclamazione di Roma capitale d’Italia da parte del Parlamento su impulso di Cavour, l’agnostico Vittorio Emanuele III ritenne che l’Italia non avrebbe potuto presentarsi al mondo con Ernesto Nathan sindaco di Roma e Luigi Luzzatti presidente del Consiglio. Erano due personalità di valore, ma, agli occhi di molti, anche all'estero, rappresentavano una minoranza del Paese. Che fare? Per un colloquio riservato, nel settembre 1910 il re ricevette nel Castello di Racconigi Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842 - Cavour, 1928), in quel momento semplice deputato ma già quattro volte primo ministro tra il 1892 e il 1909. Lo statista subalpino era un pragmatico, anti-retorico, come ne hanno scritto tanti suoi biografi, da Nino Valeri in poi. Tra i due, bisognava sceglierne uno: venne salvato il sindaco di Roma sino alla scadenza del mandato. Fu sacrificato il presidente del governo, ma con tutto il garbo dovuto a chi, come Luzzatti (Venezia, 1841 - Roma, 1927), anticamente massone, aveva alle spalle una “militanza” politica di oltre mezzo secolo e, promotore delle banche popolari, più volte ministro del Tesoro, era tra gli economisti più famosi d’Europa. Aveva persino proposto una moneta comune, anticipando di un secolo l'avvento dell'“euro”. Di seguito, in “confidenze epistolari” destinate a circolazione ristretta e poi in interventi alla Camera, Giolitti confutò Luzzatti sui due disegni di legge con i quali pensava di passare alla storia: la parziale elettività del Senato e un modesto ampliamento del diritto di voto maschile. Giolitti scrisse a Urbano Rattazzi jr che, così come era dal 1848, la Camera Alta aveva reso e avrebbe “reso grandi servizi al Paese e alla Monarchia”. Andava quindi cassata la “proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti”. Una “confidenza” da diffondere alla cerchia ristretta di chi doveva decidere. Successivamente Giolitti disse alla Camera che il tempo era maturo per conferire il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anziché fermarsi al progetto del presidente del Consiglio, ancora restrittivo. Colpito, ma non ancora affondato, Luzzatti galleggiò sino alla celebrazione solenne di Roma nell’aula massima di Palazzo Senatorio, in Campidoglio. Lì il sindaco Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia ma costretto alle dimissioni per una vicenda processuale intricatissima, si rivolse con parole alate a Vittorio Emanuele III: «Sovrano nella vita di uomo, nella vita di cittadini, Primo Cittadino d’Italia, a virtù ed a dovere coll’esempio incitante». Evitò cenni polemici contro il Vaticano. Altro aveva detto il 10 marzo nella commemorazione di Giuseppe Mazzini, parimenti in Campidoglio, e ancora aggiunse il 4 giugno, festa dello Statuto, quando commemorò Vittorio Emanuele II ripercorrendo diverse fasi della “questione romana”. Vi ricordò che il Padre della Patria, tramite persone a lui devote, aveva intessuto “relazioni con associazioni segrete a scopi patriottici intente” e non aveva avuto “timore di contaminarsi associandosi ai movimenti popolari”: un accenno cifrato a collusioni (più fantasiose che reali) tra monarchia e conventicole a metà Ottocento. L'arcano messaggio era destinato a cadere nel vuoto in tempi di monarchia costituzionale, quando anche la politica estera era deliberata dal triangolo Corona-presidenza del Consiglio-ministro degli Affari Esteri, lontano dal Parlamento e, talora, persino dal governo, anche svalicando i margini fissati dallo Statuto. All’ormai dimissionario Luzzatti il 30 marzo 1911 seguì il IV ministero Giolitti, che celebrò i riti maggiori del Cinquantenario del Regno, all’Altare della Patria e a Torino, prima capitale d’Italia. Nathan e il suo successore al vertice del Grande Oriente d’Italia (GOI), Ettore Ferrari, persero la partita. Non solo per se stessi ma per la massoneria italiana. Nel 1910 il GOI aveva appena subìto sconfitte campali. Nel 1908 la proposta di abolire l'insegnamento del catechismo cattolico nell'insegnamento elementare era stata sonoramente battuta in Parlamento e una robusta parte del Supremo consiglio del Rito scozzese antico e accettato (insufflata da Giolitti?) aveva dato vita a una nuova organizzazione, la Serenissima Gran Loggia d'Italia: scisma mai più ricomposto. Il Grande Oriente, come tutte le associazioni note ma non “riconosciute”, era soggetto alla disciplina sulla stampa. Il 13 settembre 1910, vigilia della evocata celebrazione di Porta Pia da parte del sindaco-ex gran maestro, il capo ufficio del Grande Oriente, Bacchetti, informò Ferrari: «Manifesto. La Questura – o meglio il Ministero, perché i manifesti nostri sono sempre mandati al Ministero – ha desiderato la soppressione delle parole “del privilegio” nel manifesto presentato per il visto e del quale accludo copia. Per la verità lo ha fatto più con la forma di preghiera che con quella d’imposizione e, forse, insistendo, l’avrebbero lasciata passare. Ma io mi sono trovato nella condizione che, togliendo la parola, avevo subito il visto e potevo far stampare; invece insistendo avrei perduto un giorno e forse il manifesto non sarebbe giunto in tempo nei luoghi più lontani». Nei mesi seguenti le amarezze del gran maestro furono altre e ben più gravi di una mera censura linguistica. La grande festa del Cinquantenario non fu il 27 marzo 1911 ma coincise con quella dello Statuto, fissata, come di consueto, la prima domenica di giugno. Venne celebrata con il solenne scoprimento della statua di Vittorio Emanuele II al Vittoriano e con l’allocuzione di Giolitti al re, presenti le supreme autorità militari e civili. Ancor più di quanto era avvenuto per i funerali di Umberto I nell’agosto 1900, la gran maestranza si sforzò di essere protagonista dell’evento, affinché risultasse visibile il ruolo svolto dalla “Famiglia massonica” per l’avvento e l’ascesa della Terza Italia. Poiché tuttavia l’“area sacra” dell’Altare della Patria fu riservata alle Istituzioni militari e civili, il Grande Oriente fu escluso. Il 26 maggio, a ridosso della cerimonia, Ferrari avvertì la Comunione: «Siamo ora ufficialmente informati che alla inaugurazione del monumento […] per la ristrettezza del luogo in relazione al grandissimo numero di rappresentanti dello Stato, delle Provincie, dei Comuni e dei Corpi Militari, che dovranno parteciparvi, il Ministero dell’Interno [ovvero Giolitti, N.d.A.] ha disposto che non possano ammettersi le Associazioni civili di qualsiasi natura. Perciò si rende impossibile l’intervento dell’Ordine e quindi le Loggie sono dispensate dall’inviare Rappresentanze e Bandiere». Altra era, in realtà, la motivazione dell’esclusione: l'“associazione” massonica non era un’“Istituzione riconosciuta”. Per Ferrari fu una doppia sconfitta, sia per il declassamento dell’Ordine (aspirante “milizia templare”) ad “associazione civile”, sia perché, se avesse avuto una piazza d’onore al Vittoriano, avrebbe oscurato la rivale Gran Loggia d’Italia, che non si mise in lizza e non subì lo scacco. D’altronde lo Stato non aveva motivo di decidere, con un invito formale a una cerimonia di tale importanza, quale delle due Comunità massoniche fosse legittima e sovrana. Ferrari forse dimenticava l’allarme da lui improvvidamente gettato con la circolare numero 66 del 5 novembre 1910, quando si profilava il necessario cambio ai livelli supremi di rappresentazione dell’“Idea di Italia” nel Cinquantenario. Vi spiegò quali dovessero essere fisionomia e funzioni dei partiti politici, l’opera del governo, il ruolo della “granitica compagine dell’Ordine” e incautamente ammonì: «Una triste ora incombe sulla democrazia italiana. Quando il paese si volgeva ad essa con più intensa fiducia, con più viva speranza, la vede di un tratto agitata e turbata da discordie e da diffidenze, che indeboliscono le sue forze, diminuiscono il suo prestigio, ridestano e ravvivano le aspirazioni degli avversari.» Riecheggiava lamenti qualunquistici : “Tutto va male...”. Invero, non vi era Annibale alle porte: semplicemente, d’intesa con il re, Giolitti sarebbe tornato alla presidenza del Consiglio in successione a Luzzatti, come infatti avvenne, senza alcun trauma, a parte la drastica riduzione dell’influenza di Nathan, sindaco di Roma ma non portavoce del governo e dell’“idea di Italia”.
Sopprimere tutti i privilegi?
Il 15 gennaio 1911 il Consiglio dell’Ordine venne chiamato a deliberare su temi, programma e regolamento del Congresso massonico internazionale, fissato per il Venti Settembre, quasi alternativo alle feste cinquantenarie del regno. Il progetto era in cantiere dal 1908, ma era stato rinviato per la crisi del Supremo Consiglio e la già ricordata divisione della Comunità in due tronconi. Il settembre del 1911 non fu molto più felice. Il 9 marzo il gran segretario Berlenda deplorò che «in questi ultimi tempi spesseggiavano troppo le domande di sussidio da parte di sedicenti Massoni esteri» e inviò minute disposizioni per il buon governo delle logge e i loro rapporti con il GOI. Il 21 aprile Ferrari diramò il programma del Congresso, chiedendo conferma di partecipazione entro il 31 luglio. Tra i cinque temi primeggiò «Quale azione debba esercitare la Massoneria per impedire che qualsiasi potere ecclesiastico eserciti influenza sullo Stato laico, ed ostacoli il libero svolgimento del progresso sociale». Il 10 agosto, quasi rivendicate a merito dell’Ordine le Esposizioni di Roma e di Torino (orchestrate dal senatore Tommaso Villa, radiato dal GOI con Edoardo Daneo e altri perché aveva patrocinato un blocco liberal-cattolico per arginare l’avanzata dei socialisti a Torino), Ferrari tornò sul tasto dolente: «l’Ordine, nella sua collettività, ufficialmente, non intervenne a nessuna manifestazione: i suoi labari non ascesero all’Arce capitolina quando le Rappresentanze dello Stato e dei Municipi inaugurarono il Monumento che consacra ed infutura nella città Eterna l’Unità della Patria […]». Ma in quel nuovo Venti Settembre «i Delegati della Massoneria Universale e tutti i fratelli delle Loggie italiane […] all’ondeggiare delle nostre verdi bandiere, porteranno, pellegrini devoti alla libertà e alla scienza, alle sacre mura in cui la Breccia si aperse, la espressione sincera e gagliarda dell’anima del popolo, e rinnoveranno il proposito irremovibile che la grande conquista non sia vana per la rivendicazione di tutti i diritti, per l’adempimento di tutti i doveri, per la soppressione di tutti i privilegi (CdA), per il regno auspicato della giustizia, della fraternità e della pace». Apposita commissione avrebbe distribuito le tessere prepagate per la partecipazione al banchetto finale, dieci lire a coperto, e provveduto “per gli alloggi e per tutto quanto possa occorrere” ai pellegrini. Ancora una volta, alla Questura la “soppressione di tutti i privilegi”, tanto più contrapposta al “regno della giustizia” suonò male. Capo dello Stato, il Sovrano ne aveva, per Statuto. Il repubblicano Ettore Ferrari voleva cancellarli? Come di consueto, ne nacque una concitata trattativa, come altre volte in passato. Ne riferì Bacchetti a Ferrari: «Per avere il via libera alla pubblicazione del manifesto la Giunta aveva stabilito di far parlare il Fr∴ (Giovanni) Camera o il F∴ (Salvatore) Barzilai con l’on. (Sandrino) Fortis. Il Questore, confidenzialmente e riservatamente, ha detto al F∴ Leti che in quanto riguarda la Massoneria la Questura figura ma non conta niente e che, in sostanza, non fa che eseguire gli ordini che gli vengono direttamente dal Ministero degli Interni. Io dubito che, per ragioni burocratiche, avendo l’Autorità già risposto [negativamente, N.d.A.], non sarà facile ottenere il permesso della pubblicazione integrale del manifesto; ma la informazione ci sarà utile un’altra volta, perché facendo subito e contemporaneamente dei passi al Ministro, questi darà subito una risposta definitiva senza doversi contraddire.» Il settembre 1911, però, vide addensarsi ben altre nubi sul Grande Oriente: l’ultimatum del governo alla Sublime Porta e la dichiarazione di guerra dell’Italia all’impero turco-ottomano, seguita dallo sbarco a Tripoli. Tempi e modi furono decisi dal re in un incontro segreto con Giolitti (17 settembre), che solo due giorni dopo scrisse alla moglie di essere andato al Castello Reale di Racconigi anziché a Bardonecchia, come le aveva detto alla vigilia della partenza da Roma, per depistare ogni indizio della sua vera “missione in Piemonte”. Anche il Grande Oriente fu colto di sorpresa. Solo il 29 settembre Ferrari espresse il plauso dell’Ordine: «I colori della Patria veleggiano verso Tripoli». Il gran maestro ammonì: «Qualunque possa essere il pensiero individuale, rispettabile sempre, di ciascun fratello sull’opera dei reggitori, il dovere della Massoneria […] è quello di attendere gli eventi con animo sereno e con salda coscienza, augurando che il nostro tricolore, impegnato in una contesa di predominio civile e di progresso umano, sia baciato dal sole della vittoria.» In ritardo sui fatti, Ferrari prese atto delle divisioni dell’Ordine su quegli “eventi”, raccomandò attesa e “augurò” la vittoria: un messaggio acido per il palato del governo. Il GOI faticò a scrollarsi di dosso la taccia di indulgenza nei confronti del “governo dei Giovani Turchi”, notoriamente influenzati dalla massoneria e una cui folta delegazione era stata ricevuta a Palazzo Giustiniani. Insinuazioni a parte, dall’inizio dell’“impresa di Libia” l’Ordine fu scavalcato da giolittiani, radicali, socialriformisti, frazioni del partito repubblicano e, ciò che più contò, da nazionalisti e dai cattolici inneggianti alla “seconda Lepanto”. Mentre anche il premio Nobel per la Pace, Teodoro Moneta, si schierava a sostegno delle operazioni militari, Palazzo Giustiniani stentò a darsi una linea unitaria. Perciò si espose all’attacco dei nazionalisti. Il 4 novembre 1911, quando il governo dichiarò la sovranità dell’Italia su Tripolitania e Cirenaica, Ferrari datò la circolare numero 80: «Dai lontani lidi dell’Africa, giunge, con l’eco delle vittorie, il grido dei Forti che cadono gloriosamente per la nuova affermazione della civiltà italica. Quel grido commette alla Patria la sorte degli orfani, delle spose e delle madri dei caduti.»
L'Eterno e il “precario”
Però a mettere le premesse per l'eclissi del Grande Oriente era stato Nathan. Da sindaco di Roma, il 20 settembre 1910 aveva pronunciato un discorso apocalittico proprio mentre Giolitti aveva iniziato a far incetta di voti dei cattolici a sostegno del governo contro socialmassimalisti e repubblicani intransigenti. Nathan scandì: «Un’altra Roma [cioè quella pontificia, N.d.A.], prototipo del passato, si rinchiude entro un perimetro più ristretto delle mura di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero, nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto, il contatto con l'aria abbia a risolverla in polvere.» Il Vaticano, secondo lui, era «fortilizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il regno dell'ignoranza […]. Come nella materia cosmica in dissoluzione, quella città, alle falde del Gianicolo, è il frammento di un sole spento, lanciato nell'orbita del mondo contemporaneo». Parole forti, salutate da applausi frenetici, ma forse un tantino esagerate. La chiesa di Pio X, come ha documentato Gianpaolo Romanato, era più planetaria che mai. Nathan invece era a scadenza. Dipendeva dal benvolere del governo, che gli fu largo di sussidi (lo ha provato Aldo G. Ricci con i due volumi delle Relazioni giolittiane di accompagnamento dei disegni di legge, ed. Bastogi, 2007-2008), e dagli umori degli elettori, stanchi di grida e di gesticolazioni e assetati del prosaico “governè bin”: amministrare i bisogni dei cittadini, senza chiacchiere, statistiche alla mano, con l'“eloquenza della sobrietà” di cui bene ha scritto Tito Lucrezio Rizzo a proposito del presidente Mattarella (Herald Editore).
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Ernesto Nathan (Londra, 1845-Roma, 1921), sindaco di Roma. Interventista intervenuto, dal 1917 affermò che bisognava “schiacciare la testa ai pacifisti, come si fa con i serpenti”.