1926: il Regime totalitario

Attentati e repressione

      Il 1926 segnò l'avvento del regime fascista, quello duro, a volto scoperto. Vari eventi scandirono quell'anno: la morte di Piero Gobetti a Parigi, il 15 febbraio; la carcerazione dello storico Gaetano Salvemini, collaboratore del “Non Mollare”, e l condanna al confino di quanti, capitanati da Carlo Rosselli, con un motoscafo d'altura a dicembre portarono il prestigioso socialista riformista Filippo Turati da Savona alla Corsica: esule, poteva denunciare con minori rischi di Matteotti il liberticidio in corso in Italia. L'anno dopo morì a Cannes Giovanni Amendola, già aggredito da una squadraccia fascista, come altri liberali, democratici, repubblicani, socialisti, fascisti dissidenti e, s'intende, comunisti e massoni. Questi solo perché tali.    Le vittime più note dello squadrismo saranno ricordate nel corso dell'anno. Probabilmente minor attenzione sarà invece dedicata a ciò che più conta: come, di mese in mese, il fascismo divenne regime dichiaratamente autoritario con l'obiettivo di ergersi a totalitario.      Per comprenderlo va detto, in premessa, che il passaggio dalla democrazia parlamentare al regime di partito unico avvenne tramite leggi, tutte approvate dalle Camere e pubblicate nella “Gazzetta Ufficiale”. Va aggiunto che a creare il clima favorevole a Mussolini furono anche i quattro attentati alla sua vita perpetrati tra il 4 novembre 1925 e il 31 ottobre 1926. A poco vale osservare che l'autore del primo di essi, l'ex deputato socialista Tito Zaniboni, si condusse da sprovveduto; che l'irlandese Violet Gibson (il cui sparo ferì il duce al naso) passò per squilibrata e che la bomba a mano lanciata dall'anarchico Gino Lucetti colpì solo la vettura di Mussolini. L'esplosione ferì otto passanti. Il quarto attentato, uno sparo del quindicenne Anteo Zamboni, bucò la giacca e sfiorò il petto del duce. Placcato dal tenente Pasolini (padre di Pier Paolo), l'attentatore fu linciato: pugnalate profonde e almeno uno sparo. A lungo fu sospettato che il mandante fosse un gerarca contrario alla condotta “legalitaria” di Mussolini. Comunque nessun Paese democratico avrebbe tollerato una tale serie di attentati al capo del governo senza inasprire le misure di prevenzione e repressione del terrorismo politico: anche per mostrare credibilità all'estero, mentre erano in corso importanti accordi finanziari e commerciali e  rassicurare la cittadinanza.    Però le leggi eccezionali, di cui diremo, non scongiurarono affatto altri attentati, come quello che il 12 aprile 1928 a Milano ebbe per bersaglio Vittorio Emanuele III, scampato per pochi minuti all'esplosione della micidiale “bomba a tempo” collocata alla base di un lampione di ghisa. Deflagrò sparando centinaia di schegge: almeno 20 morti e 40  feriti. Pochissimi conoscevano l'itinerario vero la Fiera e l'ora di transito del re, mutati all'ultim'ora. A distanza di un secolo mandanti ed esecutori rimangono avvolti nel mistero, come ripete il più documentato studioso di quel crimine, Carlo Giacchin, in “Attentato alla Fiera. Milano 1928” (ed. Mursia, 2010). 

Capo del Governo, epurazione; i Soloni  disegnano lo “Stato fascista”

     Poco prima che spuntasse l'alba del 1926 Mussolini mise a segno alcune leggi per imbrigliare il potere e la macchina dello Stato. La legge 24 dicembre 1925 n. 2263 fissò attribuzioni e prerogative del “capo del governo”, nuova denominazione del presidente del Consiglio o Primo ministro. Ebbe la precedenza sui cavalieri della SS. Annunziata (“cugini del re”). Senza la sua adesione nulla poteva essere posto all'ordine del giorno delle Camere. L'attentato alla sua vita o libertà comportò la reclusione non inferiore a quindici anni e l'ergastolo, se riuscito. Qualunque offesa con parole o atti era punita con detenzione da sei a trenta mesi e multa da 300 a 3.000 lire. La legge 24 dicembre 1925 n. 2300 regolò la dispensa dei pubblici funzionari dal servizio. Aprì la strada alla sistematica “epurazione” degli impiegati non fascisti. Era stata rivendicata da Mussolini alla Camera il 19 giugno: “Non siamo un ministero, e non siamo nemmeno un Governo, siamo un regime. (…) noi abbiamo tutta la volontà di durare. E dureremo (…) la burocrazia è un esercito”.    Gli iscritti al Partito nazionale fascista (Pnf) erano una minoranza nel Paese ma disponevano di uno strumento militare, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, e della macchina del potere, concentrata nelle mani di Mussolini (capo del governo, ministro degli Esteri, della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica) e della ristretta cerchia dei suoi fedelissimi, ai quali dettava la linea. Se non la eseguivano, li cacciava, a Roma come in periferia.       Per disegnare i lineamenti del regime venne costituita la Commissione di diciotto “Soloni”, presieduta da Giovanni Gentile. La corposa relazione conclusiva sui rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo fu scritta dal consigliere di Stato Domenico Barone (Napoli, 29 gennaio 1879- Roma, 4 gennaio 1929), giurisperito, monarchico, “moderato”, futuro artefice della trattativa con la Santa Sede siglata conclusa pochi giorni dopo la sua morte con i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929). La Commissione affermò la preminenza del governo sul Parlamento. L'esecutivo doveva comprendere un numero limitato di membri e fare capo al Re. Senza negare il principio della sovranità popolare, il governo non poteva essere “investito” dal voto di “semplici cittadini”. Era organo della Corona, non del Parlamento, e poteva rimanere in carica sino a quando godeva della fiducia del Re. Non era tenuto alle dimissioni per l'approvazione “di sorpresa” di un ordine del giorno di sfiducia. La risoluzione della eventuale crisi era comunque riservata al sovrano, “vero potere di iniziativa, direttivo e decidente”. Non solo. La Commissione propose di “demandare al re la potestà di convocare i due rami del Parlamento in un'unica assemblea, “sia in caso di conflitto fra essi sia in altri gravi avvenimenti pubblici”. L'ordine del giorno  era stabilito dal sovrano.   Contro proposte che risalivano a fine Ottocento ed erano state propugnate da Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio nel 1909-1911, ma confutate energicamente da Giovanni  Giolitti, “fermo il sistema bicamerale” la Commissione propose che una delle due assemblee politiche doveva essere elettiva, l'altra “di nomina regia e con carattere vitalizio”, come era il Senato dal 1848. Propose però di ampliare le categorie per la nomina di nuovi senatori: un ventaglio, a ben vedere, sintetizzato dalla 20^ categoria dello Statuto: i “benemeriti della Patria”. Novità di rilievo, propose di abolire i sottosegretari di Stato, di istituire il segretario generale in ogni ministero e di creare il dicastero della Presidenza dei ministri che avrebbe coordinato Consiglio di Stato, Corte dei Conti e Avvocatura Erariale. Il capo del governo avrebbe disposto di uno strumento per operare con rapidità ed efficacia.     Speciale attenzione la Commissione riservò alla “preparazione delle leggi” di iniziativa dell'esecutivo, tramite un “ufficio centrale” per elaborazione di leggi, schemi di decreti-legge, testi unici, con cura minuziosa delle norme votate dalle Camere, correzione di espressioni letterali e coordinamento formale con altre leggi. Tra i suoi compiti spiccava l'accertamento che il testo approvato fosse identico a quello pubblicato nella “Gazzetta Ufficiale”, “promuovendo, ove del caso, e con tutta sollecitudine, la pubblicazione di errata-corrige”, con speciale attenzione per la punteggiatura, per scongiurare interpretazioni arbitrarie e contraddittorie.   La Commissione stilò anche una proposta di legge sul riconoscimento giuridico delle associazioni professionali, ovvero dei sindacati, e sull'ordinamento corporativo dello Stato, che era tra i rovelli del fascismo per conciliare datori di lavoro e lavoratori. 

Deluso, Mussolini fece da sé, ma con esiti difformi

    Le conclusioni della Commissione dei Soloni risposero solo parzialmente alle attese di Mussolini, che vi vide un freno ai suoi disegni. Questi iniziarono a prendere corpo con la legge 31 gennaio 1926, n.100 sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, “facoltà sempre esistita e che sempre esisterà in tutti gli ordinamenti giuridici” secondo Alfredo Rocco, ministro della Giustizia, relatore alla Camera. Per la sua attuazione Mussolini inviò un'ampia “informativa” ai ministri. Ma dieci anni dopo deplorò che i ministri continuassero a “provvedere, mediante decreti legge, a materie pertinenti al potere esecutivo”, riproducendo “quella confusione di poteri che si era voluto definitivamente eliminare”. Il regime era autoritario, ma non totalitario, se il suo “capo” ancora doveva richiamare all'ordine i ministri.    Il passaggio dal regime parlamentare a quello di partito unico, diretto dal Gran  Consiglio del fascismo presieduto dal capo del governo, risultò più lento di quanto Mussolini desiderasse, per la vischiosità non solo della burocrazia ma anche di “poteri” alternativi a quello propriamente politico. Lo si vide dal naufragio della riforma del Senato deliberata dal Gran Consiglio l'8 ottobre 1925. Essa previde che la Camera Alta avrebbe compreso senatori vitalizi, nominati direttamente dal re fra le categorie escluse dalle Corporazioni, e i temporanei, con mandato novennale, designati dalle grandi corporazioni nazionali. Le corporazioni dei lavoratori avrebbero designato un numero di senatori non inferiori a quello espresso dai datori di lavoro. Il progetto cadde per l'inaccettabile differenza tra senatori vitalizi e temporanei. Il Senato rimase la “mala bestia” sgradita a Mussolini.   Il 3 gennaio 1926 (esattamente un anno dopo il discorso mussoliniano che aveva segnato la svolta verso il regime) il Gran Consiglio enunciò le norme per l'iscrizione al Pnf. Premesso che il partito era “l'organizzazione delle forze politiche  ed amministrative del regime”, il privilegio di farne parte non poteva e non doveva essere “concesso a tutti, ma solo ai meritevoli ed ai prescelti”. L'ammissione era subordinata all'accertamento della “linea di condotta tenuta nel giugno-dicembre 1924”, quando Mussolini era investito dalla “questione morale” suscitata dall'“affare Matteotti”. Il Gran Consiglio avvertì che “ogni formazione speciale in seno al Partito è vietata, ed i promotori di essa verranno espulsi”. Lo statuto del 1926 enunciò i capisaldi costitutivi e le 35 norme regolamentari del partito.“Il Fascismo – esso proclamò-  è un milizia al servizio della Nazione. Suo obbiettivo: realizzare la grandezza del popolo italiano (…) è una fede che ha avuto i suoi confessori e nei cui ordinamenti operano, come militanti, gli Italiani nuovi, espressi dallo sforzo della guerra vittoriosa e dalla successiva lotta fra la Nazione e l'antinazione”.     Data la consistenza numericamente minoritaria del partito rispetto a quello degli elettori, con legge 4 febbraio 1926, n.237 nei comuni con meno di 5.000 abitanti Mussolini conferì le funzioni già esercitate da sindaco, giunta e consiglio comunale a un podestà, eventualmente affiancato da una consulta municipale con “attribuzioni meramente consultive”. Con regio decreto-legge 1926, n.910 l'ordinamento podestarile venne esteso a tutti i comuni del regno. Fu regolamentata ulteriormente la consulta municipale.     I consigli provinciali elettivi ancora in carica vennero prorogati. Nel 1927 furono sostituiti con Rettorati capitanati da un preside affiancato da rettori, con tutti i poteri precedentemente esercitati dalla Deputazione provinciale. Il Rettorato rimase sotto controllo dei prefetti. Fu un colpo mortale al diritto di voto. Gli enti locali dipesero al governo.   Il 20 gennaio 1926 entrò in vigore la legge 31 dicembre 1925, n.2307 sulla stampa, che a sua volta inasprì quella del 15 luglio 1923, n. 3288 su gerenza, vigilanza e controllo della stampa periodica. Il suo regolamento attuativo precisò che i direttori dovevano essere iscritti all'albo professionale dei giornalisti, costituito in Ordine, destinato a divenire uno tra i più efficaci strumenti del regime.  L'esercizio della professione giornalistica fu subordinata all'iscrizione agli albi depositati presso la cancellerie delle Corti d'Appello e rigorosamente disciplinati. I “letterati” (novellisti, storici, poeti...) evitarono scrupolosamente argomenti politici, o li trattarono secondo i suggerimenti dei direttori, tutti allineati alle direttive del governo. Dieci anni dopo fu istituito il sottosegretariato per Stampa e propaganda, conferito a Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, già capo ufficio stampa del governo, nel 1935 elevato a Ministero stampa e propaganda, dal 1937 denominato della Cultura Popolare. L'ufficio stampa del duce diramava quotidianamente “veline”ai giornali.

 L'Opera Nazionale Balilla

   Nel 1926, mentre, a parte pochi liberali e i comunisti, le opposizioni stentavano a comunicare al di là della cerchia sempre più ristretta dei cittadini interessati alla contesa partitica, con la legge 3 aprile 1926, n. 2247 Mussolini varò l'Opera Nazionale Balilla (ONB), per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Il suo regolamento fu decretato il 9 gennaio 1927. Essa comprese i maschi da 6 a 18 anni: figli della lupa sino agli 8, balilla sino ai 14 e avanguardisti (ripartiti in escursionisti e moschettieri) fino ai 18. L'ONB si dedicava a plasmare lo “spirito” e all'istruzione ginnico-sportiva e premilitare. All'organizzazione maschile si affiancò la femminile con figlie della lupa, piccole italiane dagli 8 ai 14 anni e giovani italiane sino ai 18. Dai 18 ai 21 anni maschi e femmine erano organizzati in fasci giovanili di combattimento e gruppi giovani fasciste. Ogni sesso e ogni fascia d'età ebbe la sua divisa e i suoi riti: esercizi fisici, gare, canti, “camminate”, campeggi.      L'ONB contò su comitati provinciali comprendenti prefetto, rappresentante del provveditore agli studi e del federale del PNF, console della Milizia, comandante della legione Balilla e avanguardisti, fiduciaria provinciale delle piccole e delle giovani italiane e il medico provinciale. Il personale scolastico fungeva da raccordo con le famiglie per promuovere l'ONB quale istituzione ufficiale della gioventù. Il “fascismo” divenne Stato. Nelle aule la fotografia di Mussolini affiancò quella dei Reali. L'ONB inculcò i principi della gerarchia e della meritocrazia, incardinati sul “punteggio” che avviava alla “premiazione”. La grigia quotidianità venne illuminata dalle festività civili evocatrici della storia remota e dalla celebrazione di patrioti e caduti, fra i quali ebbero la prima fila i “martiri della causa fascista”, custodi e dell'Italia Eterna, raffigurata nel profluvio di monumenti eretti negli anni postbellici. Nel volgere di un paio d'anni vennero sciolte le organizzazioni giovanili non dichiaratamente fasciste, inclusi il Corpo nazionale di giovani esploratori e esploratrici e l'Associazione scouts cattolici italiani. L'Azione cattolica sopravvisse ma con abito esclusivamente catechistico.     Mentre il PNF era concepito come “milizia di combattenti” l'ONB si propose quale realizzazione dell'unità nazionale italiana sempre “in fieri”. Come il fascismo stesso, essa non fu affatto una novità. Ricalcò il pensiero risorgimentale e post-unitario. Erano stati Mazzini, Garibaldi, De Sanctis e tanti altri a proporre la formazione “disciplinare” dei giovani nell'Italia albeggiante. La Grande Guerra fece da acceleratore. I ministri liberal-democratici della Pubblica istruzione da inizio Novecento e soprattutto dal 1919 al 1922 promossero educazione fisica ed esercitazioni premilitari nella scuola di ogni ordine e grado per far trovare il Paese pronto a nuovi cimenti, impliciti nella lunga durata delle trattative di pace concluse solo nel 1923. Rimasero in un cantuccio gli interrogativi di Michele Coppino che nel 1870-1890 si domandò alla Camera quale sia il limes tra istruzione ed educazione e quale sia il compito dello Stato a cospetto dello scolaro e dello studente.

 L'annientamento dei partiti d'opposizione

      Il 6 novembre, una settimana dopo l'“attentato Zamboni”, Mussolini assunse il ministero per l'Interno. Lo stesso giorno il regio decreto n.1848 ordinò ai prefetti di sciogliere partiti, associazioni e organizzazioni che esplicavano azione contraria al regime. Come era avvenuto un anno prima per le logge massoniche, le loro sedi furono messe sotto sequestro. La documentazione reperita servì ai nuclei dell'Ufficio politico investigativo agli ordini del ministero per l'Interno collegato con prefetture e questure.    Il regime entrò nella pienezza della forma e della forza. Nei giorni seguenti il Ministero impartì istruzioni perentorie ai prefetti. Un “decifri da sé” del capo della Polizia Arturo Bocchini alle 14 e 15 dell'8 novembre precisò ai prefetti che tra i partiti soppressi vi erano anche il “liberale borziniano” (cioè quello fondato nel 1922, non i “giolittiani”) e l'unione reduci. Tre quarti d'ora dopo Bocchini ricordò ai prefetti che essi non avevano “competenza surrogatoria di altri organi limitata ai soli casi contingibili e urgenti ma una competenza funzionale di carattere organico”. Erano organi del governo. Dovevano procedere a “rigorosissime perquisizioni personali et domiciliari” dei deputati d'opposizione, a cominciare dai deputati del partito comunista d'Italia. Il 9 novembre vennero ordinati fermo e perquisizioni di un folto numero di deputati d'opposizione, tra i quali Mario Bergamo, Eugenio Chiesa, Cipriano Facchinetti, Cino Macrelli, Oddino Morgari, Pietro Mancini, Riccardo Momigliano, Giuseppe Romita, Ruggiero Grieco (repubblicani, socialisti, comunisti), rilasciati il 14.   I periodici cattolici vennero autorizzati a proseguire le pubblicazioni solo se conformi alle direttive della Santa Sede: evitare la “politica”. Il  26 novembre Giacomo Suardo, futuro presidente del Senato, per conto di Mussolini ordinò ai prefetti di “astenersi da una azione in massa che mentre appare troppo facile non risponderebbe agli scopi della legge anzi finirebbe col comprometterli”. Occorreva usare “intelligente accorgimento”.      Il 1926 si chiuse con la decadenza dalla Camera dei deputati dell'opposizione che si erano arroccati nell'inutile “Aventino” e con due leggi che mostrarono il volto vero del regime: negazione dell'Italia nata dal Risorgimento e avanguardia della civiltà liberale. Il 25 novembre fu ripristinata la pena di morte e il 12 dicembre venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato: due leggi approvate da un Parlamento ormai prono al duce. Meritano apposita illustrazione.  

Aldo A. Mola

 DIDASCALIA : Estate 1923, Mussolini al mare, a Levanto, con la moglie Rachele e i figli Bruno, Vittorio ed Edda. Nessuno immaginava che in tre anni avrebbe imposto il regime fondato su leggi liberticide e tribunali speciali per la difesa dello Stato fascista dalle residue opposizioni clandestine.