Ho odiato i nazisti  che il 9 settembre 1943 ammainarono dal balcone del Municipio della mia città natale,  PIRANO, il mio Tricolore, quello che avevo conosciuto, amato e rispettato fin da bambino: il Tricolore Sabaudo,  per sostituirlo con la bandiera con la svastica. Ritroverò quella bandiera a Trieste nel giugno 1951,  quando arrivai rocambolescamente  a Trieste, esule,  con la complicità di mia madre  ed andai ad abitare con i miei zii Elena e Bepi Dessardo al campo profughi SILOS di Piazza della Libertà. Quel Tricolore è rimasto per me il simbolo della Patria e della Casa di Savoia, tanto è vero che,  da allora,  professo con convinzione la mia fede monarchica, per quella Monarchia per la quale, i miei genitori e con loro tutti gli Istriani,  Fiumani e Dalmati non poterono esprimere il loro voto al referendum istituzionale del 2 giugno  1946.

Nel maggio 1945 la guerra era finita ed a Pirano entrarono i partigiani al comando di un certo “Darko” (nome di battaglia). Sul balcone del Municipio, accanto alla bandiera rossa con falce e martello ed a quella jugoslava apparve un Tricolore che nulla aveva a che fare con la nostra Storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni. Il Tricolore portava al centro una stella rossa.

Fino all’inizio del 1946 la città era amministrata dal Comitato di Liberazione Nazionale che,  nel suo interno,  vedeva la presenza di persone di diversa fede politica ed anche un sacerdote. La vita procedeva con rinnovato entusiasmo per la fine della guerra. Le attività produttive, quali la marineria, i pescatori, i cantieri navali,  gli agricoltori, i salineri. tutti si erano rimboccati le maniche per tornare al più presto alla normalità, certi che saremmo ritornati in seno alla Madre Patria, nel mentre ci trovavamo occupati dall’esercito jugoslavo.

La scuola aveva la sua importanza nella nostra educazione. Avevamo la scuola elementare, la scuola di avviamento professionale, la scuola media ed il liceo scientifico, più una scuola serale per coloro che lavoravano e non potevano frequentare la scuola normale.

Una nota di merito va data ad un personaggio, con il quale ho avuto sempre contrasti e scontri,  il prof. Paolo Sema – comunista – poi segretario del P.C.I. a Trieste ed ancora Senatore dello stesso partito al Parlamento nazionale, che seppe tenere aperte le scuole, non sempre ben accetto alle autorità jugoslave, anche se – per mancanza di testi di studio – ci dettava la storia e la geografia a suo modo, tanto che sapevamo tutto delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e niente dell’Europa, dell’Africa o dell’America. Ricordo che nel corso di una riunione dei genitori nell’aula magna della scuola mi definì: “Indegno di mio padre” perché avevo manifestato pubblicamente,  subendone le conseguenze con l’arresto e la detenzione,  il mio patriottismo. Era amico di mio padre: comunista.

Tale era la convinzione politica di mio padre che,  in occasione del Natale 1945, portò a pranzo in casa nostra un soldato del IX Corpus dell’Armata jugoslava. Me lo ricordo questo giovane soldato, rapato a zero, con una divisa pulita ed una cintura che, seppur limata, faceva intravvedere sulla fibbia la svastica! 

Questo gesto di “solidarietà” di mio padre riscosse molte critiche in città, tra le quali le mie. Mia madre spesso si intrometteva tra me e pio padre per portare la pace, perché io ero e sono rimasto anticomunista.

Nel 1946 viene sciolto il Comitato di Liberazione Nazionale ed al suo posto viene instaurato il Comitato Popolare Cittadino, alla cui presidenza di alterneranno dei  concittadini compiacenti con gli occupanti.  Nasce l’U.A.I.S. (Unione antifascista italo-slovena) cui mio padre aderisce, con conseguente litigata in famiglia.  La sua appartenenza a tale organizzazione durerà pochissimo tempo.

La situazione politica cambia completamente. Gli occupanti jugoslavi impongono delle restrizioni tali da rendere difficile la quotidianità. Vietate le processioni, vietati i ritrovi dove si cantano le canzoni dialettali, pagamento di una tassa per chi lavora a Trieste, imposizione della “stella rossa” sulle imbarcazioni, fino a creare una forma di clandestinità nel parlare per timore di essere scoperti quali anticomunisti.

Gli esagitati comunisti istriani sostengono le imposizioni jugoslave (che pagheranno care,  finendo più tardi nel lager di Goli Otok, l’Isola Calva, da dove molti non torneranno a casa). Nel 1947, complici anche alcuni miei concittadini, a Capodistria avviene  un agguato con relativo pestaggio del Vescovo di Trieste e Capodistria Mons. Antonio Santin che ivi si era recato per la somministrazione della cresima.

Nel 1948, dopo l’uscita della Jugoslavia dal “cominform” la vita per i comunisti italiani legati al P.C.I. e quindi a Stalin diventa problematica.

Con gli occhi di ragazzo appena adolescente guardo, osservo  con attenzione tutto ciò che accade nella mia città e provo un senso di rabbia nei confronti di chi,  a mio avviso,  dovrebbe alzare la voce e non lo fa. Decido di reagire e nel mio piano coinvolgo anche altri tre ragazzi della stessa mia età: Fulvio, Vinicio e Fausto.

Di nascosto dai nostri genitori, su fogli di carta da imballo bianca, facciamo delle strisciate “verdi …… rosse” con i colori di acquarello e,  muniti di forbici , ritagliamo tante piccole bandiere tricolori. Ci dividemmo la città in quattro zone dove ognuno di noi.  all’imbrunire, camminando tranquillamente lasciava cadere a terra queste bandierine. Per sei mesi tenemmo in scacco la Difesa Popolare (la polizia agli ordini  dell’UDBA) finchè fummo scoperti ed arrestati. L’unico a subire anche la detenzione in carcere fui soltanto io. Lascio immaginare a voi lo stato d’animo di mia madre e sopratutto di mio padre che,  pur essendosi ravveduto sulla “fratellanza italo-slovena”, rimaneva sempre convintamente comunista.

Rimessi in libertà e logicamente tenuti sotto osservazione continuammo i nostri studi. Forse perché io mi ero esposto più di altri, periodicamente venivo convocato alla sede della Polizia dove mi trattenevano per pochi muniti o per mezz’ora per poi rimandarmi a casa, apportando al mio fisico una pressione psicologica tale da non farmi dormire la notte. Ricordo in particolare il sergente Giurgevich e il milite Bonetti.  Ma io ero testardo, irresponsabile, ma fiero della mia italianità, indubbiamente creavo tante preoccupazioni ai miei genitori.

Vidi mia madre terrorizzata quando, all’ultimo momento, il 3 febbraio 1951, supportato da alcuni professori e da Padre Vito Pellegrini decisi che avrei commemorato al Teatro Tartini il grande musicista Giuseppe Verdi nel 50esimo della sua morte. La serata andrò bene ma lasciò ovviamente uno strascico di carattere politico. Ancora una volta avevo osato parlare di italianità.

Ero adolescente, determinato, sprezzante dei pericoli cui andavo incontro ed ai quali esponevo anche la mia famiglia e, grazie ad un “avvertimento” prima di essere arrestato nuovamente, complice mia madre ed un taxista, il 13 giugno 1951 raggiungevo la Zona A del Territorio Libero di Trieste, finalmente libero di poter professare il mio diritto di essere italiano.

I miei genitori raggiunsero Trieste nel 1952 e vissero,  per ben 10 anni,  nel campo profughi ”Silos” della città, dove tra l’altro dovettero sottoscrivere l’”Atto di sottomissione”per poter occupare uno spazio  del campo. Riposano a Pirano, accanto ai nonni, nella tomba di famiglia, confiscata dagli jugoslavi e tuttora di proprietà del Comune, per la quale tomba pago regolarmente l’affitto annualmente. Io ho alloggiato al Silos solo per 5 anni, poi mi sono arruolato nel contingente di mare del Corpo della Guardia di Finanza. Periodicamente ritorno nella mia città natale per visitare i miei Cari al Cimitero e per camminare nelle calli, passando sotto i “volti” per finire ad ammirare  il Leone di San Marco, il monumento a Tartini ed il maestoso Duomo. A Pirano nacquero personalità eccezionali: Piero Caldana nominato Cavaliere di San Marco dal Doge Antonio Priuli (1548/1623), Giuseppe Tartini celebre violinista (1692/1770), il pittore Cesare dell’Acqua (1821/1905), Antonio Marcelia Medaglia d’Oro al Valor Militare (1915/1992)  e tanti altri ancora.

Giovanni Ruzzier – esule da Pirano