
Un santo di nome Comboni
Daniele Comboni. «Chi era costui?», si domanderanno molti. Si può rispondere: un missionario cattolico, un esploratore, un avventuriero suggestionato dal “mal d'Africa”. La sua “vita inimitabile” è riproposta da Gianpaolo Romanato, che se ne occupa da un trentennio. Nella vita gli storici scrivono solo due o tre libri. Poi rimuginano, limano. Rispondono a rovelli che si pongono da giovani. Vedono che dall'antichità a oggi non è cambiato quasi nulla. Quali veri benefìci ha prodotto il “progresso delle scienze”? Se lo domandava Giacomo Leopardi quasi 180 anni addietro . Oggi, mano sul libro sacro, nessuno saprebbe dare risposta convincente. Certo in molte aree del pianeta gli abitanti stanno meglio. Ma non tutti. E quelli che stanno peggio? Fatti loro. Si pensi agli straordinari progressi nella chirurgia e nell'ortopedia e al numero spropositato di quanti debbono ricorrervi non perché patrioti o mercenari, non perché ne siano minimamente desiderosi o responsabili, ma per i banalissimi “effetti collaterali” delle guerre in corso nei cinque continenti: crimini dei quali nessuno viene chiamato a rispondere, e se è condannato da Tribunali penali internazionali indossa elmetto e giubbotto antiproiettili e se ne infischia. Comboni, dunque. Romanato ne scrive dopo aver esplorato l'archivio dei missionari comboniani nella loro casa generalizia in Roma e la monumentale “Positio” approntata per la canonizzazione, avviata nel 1927, ma rimasta ferma per decenni (occuparsene non metteva bene mentre erano in corso le trattative per la Conciliazione). Per capire il “mondo” di Comboni, Romanato non ha esitato a visitare il Sud-Sudan odierno, punto di caduta «di uno sconvolgimento del mondo tribale nilotico iniziato allora, sotto gli occhi di Daniele Comboni e dei suoi missionari». Ma chi fu dunque Comboni, proclamato santo da papa Francesco nel 2003? Che cosa fece perché se ne parli? Riassumiamo per i pochi che non lo conoscono. Unico sopravvissuto di otto fratelli, nacque il 15 marzo 1831 a Limone sul Garda, lembo dell'impero d'Austria. A 12 anni entrò nell'istituto fondato da Angelo Mazza per ragazzi “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”, proprio come previde oltre un secolo dopo l’art. 34 della Costituzione italiana. Anch’essi, oggi, avrebbero «diritto di raggiungere i gradi più alti […] con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso». Lo facevano gli Stati di allora; e quando non bastava la pubblica amministrazione soccorrevano i filantropi, troppo a lungo derisi.
Il lento contorto cammino del missionarismo
Nel 1846 il papa istituì il Vicariato apostolico dell'Africa centrale. Tre anni dopo, il ventottenne Comboni si vocò alla “missione” in Africa. Il missionarismo è peculiare del cristianesimo: giunto a Roma con Pietro e Paolo, si propagò nell'impero romano e, dopo il suo crollo a occidente, proseguì con l’evangelizzazione di genti prima sconosciute. Con la scoperta delle “Indie Nuove” (1492) esso conobbe una seconda stagione. Bisognava o no cristianizzare popoli “ingenui”? Un appassionato dibattito teologico stabilì che anch'essi avevano un'anima e non potevano essere colpevolizzati, abusati e sterminati solo perché non erano mai stati raggiunti dal messaggio cristiano prima dell'arrivo degli europei. Un secolo dopo la “protesta” di Martin Lutero e della radicalizzazione degli evangelici guidati da Giovanni Calvino, per i quali chi non è attinto dalla “grazia” è inesorabilmente “in disgrazia”, il 22 gennaio 1662 papa Gregorio XV (1621-1623) – al secolo Alessandro Ludovisi – istituì a Roma “Propaganda Fide”. Fu un passo fondamentale. Gli islamici non avevano mai mirato a “convertire”. Imponevano una tassa speciale ai non mussulmani sopravvissuti alla conquista. La chiesa cattolica per secoli aveva predicato il vangelo (soprattutto tramite gli ordini mendicanti, come francescani e domenicani, mille anni dopo la venuta di Cristo, a conferma di quanto è lento il “cammino della storia”) ma anche estirpato la mala pianta di eretici e infedeli. Dalla “Propaganda Fide” germogliò una nuova visione e quindi una diversa stagione delle “missioni”. Vi si impegnarono a fondo i gesuiti, che coronarono il loro magistero con le “riduzioni” del Paraguay (tra l'odierno Brasile, il Paraguay e l'Argentina), fonte di dispute feroci culminate con la loro distruzione, per opera di schiavisti portoghesi. Paolo Mantegazza (1831-1910), medico positivista, così scettico da non aver mai messo piede in loggia e autore di libri all'epoca scandalosi, come “Fisiologia del piacere”, visitate le rovine delle “Riduzioni” (a suo tempo elogiate da Ludovico Antonio Muratori, “princeps” della storiografia italiana) osservò: «Per noi la conquista morale delle razze guaranitiche fatta dai Gesuiti meriterebbe un intero e non piccolo manuale. Se i reggitori di popoli sapesser usare tanta sottigliezza di ingegno, profondità di vedute, tanto conoscimento pratico del cuore umano, tanta tenacità di propositi e flessibilità di accorgimenti, quanta ne adoperarono i Gesuiti per fabbricarsi un'intiera nazione a modo loro e solo per loro, potrebbero affrettare di tanto la marcia delle generazioni sulla strada dell’incivilimento.» Era il “Secolo della pedagogia”, da Pestalozzi in poi: un continuo braccio di ferro contro i clericali, mentre il meglio della cultura “laicista” era uscita dai collegi degli Scolopi, come Giosue Carducci, sempre legatissimo a padre Francesco Donati, “Cecco Frate”.
La scelta di Comboni: l'Africa
In quel clima Daniele Comboni decise la sua via: l'Africa. O almeno la porzione più accessibile per chi partiva dall'Italia sulla traccia di sacerdoti che già vi erano andati e vi avevano perduto la vita. È “vocazione” o “missione”? “Libera scelta” o “còmpito”? In Daniele Comboni, come si evince dalla rigorosa e partecipe opera di Romanato, le due componenti si intersecarono, segnandone il percorso e la conclusione, a soli cinquant'anni d'età. Ordinato prete il 31 dicembre 1854 dall'arcivescovo di Trento, festeggiò l'inizio del 1858 a Berber. Da lì cominciava il deserto della Nubia, dal quale pochi tornavano vivi. Arrivò a Khartoum, principale centro carovaniero del Sudan 9 giorni dopo e s'imbarcò sul Nilo, le cui sorgenti, non ancora note, erano miraggio degli esploratori. Cominciò a studiare la lingua dei Dinka, mentre i suoi confratelli uno a uno si spegnevano per febbri tropicali e dissenteria, malanni debilitanti e spesso mortali. In aprile ne fu colpito anche lui. Tornato a Verona prese cura di giovani africani riscattati dalla schiavitù. L'anno successivo, quello della spedizione di Garibaldi nel Mezzogiorno, Comboni raggiunse Il Cairo via Malta. Negli anni seguenti fece la spola tra il Sudan e l'Europa in cerca del sostegno di governi e “benefattori”. L'opinione pubblica era in fermento. Speke e Grant scoprirono le sorgenti del Nilo. Iniziavano i giganteschi lavori del canale di Suez, svolta epocale per i traffici dal Mare del Nord all'Oceano Indiano senza più dover circumnavigare l'Africa, costeggiata da predoni e dai bianchi che ne controllavano i traffici (portoghesi, inglesi, francesi...) ed erano generalmente ostili ai missionari cattolici, sgomenti a cospetto del disumano trattamento inflitto dai mercanti a schiave e schiavi (anche di pochi anni) destinati alle Americhe. Negli Usa l'abolizione del turpe mercato avvenne solo in parte alla fine della guerra di secessione, che comunque non comportò affatto parità di diritti tra le razze. Lo seppero a spese loro le tribù native, deportate e sterminate quale fastidioso inciampo all'avanzata della “civiltà”. In Brasile l'imperatore Pedro II, pagò con l'esilio in Europa l'abolizione della schiavitù. A fronte di quanto vedeva, Comboni si sentì sempre più “missus domini”: cioè inviato da Dio più che dalle gerarchie ecclesiastiche, in specie le romane, che valutavano ogni evento in un caleidoscopio planetario. Quando Comboni ne chiedeva interventi, “Propaganda Fide” consigliava prudenza, quasi avesse a che fare con uno scavezzacollo scalpitante. Nel 1864, l'anno del trasferimento della capitale del neonato regno d'Italia da Torino a Firenze, scrisse il “Piano per la rigenerazione dell'Africa” e lo presentò a Pio IX. Animato dalla conoscenza del Nuovo Mondo, compiuta in diretta decenni addietro, il papa lo incoraggiò a cercar aiuti in Europa. L'Italia aveva altre priorità: la liquidazione dello Stato Pontificio, l'irruzione (armata, se necessario) nella Città Eterna e la statizzazione delle proprietà ecclesiastiche, inclusi conventi che per secoli erano stati pilastri della carità e centri cultuali di prestigio europeo. L'Abbazia di Montecassino fu tra le poche risparmiate; toccò invece a Padula a Sud e a Praglia al nord. Romanato ne ha scritto, sempre pacato e convincente. Nel 1865 Comboni fu ospite a Parigi dell'altro gigante delle missioni, Gugliemo Massaja, astigiano, cappuccino, fondatore del Vicariato apostolico nel Paese dei Galla, in Etiopia, la cui lingua studiò. Osteggiato dal clero copto e malgrado i suoi contatti diretti con le autorità politiche supreme dell'Etiopia dovette tornare in Europa. Fu creato cardinale e documentò la propria opera in “Trentacinque anni di missione nell'Alta Etiopia”. Comboni si fece ricevere anche da Napoleone III, che, in gara con gli inglesi, stava avanzando nelle lontanissima Cocincina e aveva affidato l'Africa ai Padri Bianchi orchestrati dall'efficiente Lavigerie, cardinale a sua volta. Il “fosco figlio di Ortensia” intendeva “nazionalizzare” le missioni, protette e finanziate. Anche il re del Belgio, Leopoldo II, che nella conferenza di Berlino ottenne “a nome personale” l'impero ricchissimo del Congo, ricevette Comboni in udienza e ne rimase impressionato. Gli anni seguenti furono di infaticabile spola tra le capitali e gli istituti religiosi e laici di ricerca sull'Africa e di viaggi verso il “suo” Sudan. Nel 1869 incrociò Samuel Baker in partenza alla guida di una spedizione militare per sottomettere “Equatoria” (Sud Sudan e Uganda) al Kedivè d'Egitto: un'ottica nettamente opposta alla sua. Presente al Concilio ecumenico Vaticano inaugurato in San Pietro l'8 dicembre 1869, festa dell'Immacolata concezione, il dogma proclamato nel 1854 in connessione con le apparizioni della Madonna a Lourdes, e di seguito impegnato in altri viaggi in Europa (Germania, Vienna, ove fu ricevuto da Francesco Giuseppe d'Asburgo, Polonia, Russia...), prima di riprendere la via in Africa Comboni ottenne l'incardinamento nella diocesi di Verona e il riconoscimento della sua missione per la “Nigrizia”, poi insegna comboniana. Come acutamente osserva Romanato, il “missus” non si poneva dinnanzi al “negro” per convertirlo, ma per conoscerlo e capirlo nel rispetto della sua identità e dei suoi costumi, ricalcanti secoli di vita appartata da contatti con altre civiltà. Il messaggio cristiano non andava imposto ma proposto, attraverso la condotta esemplare dei missionari che via via seguivano e imitavano Comboni. La missione militare di Baker nell'Alto Nilo fallì. Nel maggio 1874 il britannico Charles Gordon arrivò a Khartum, governatore delle regioni equatoriali. Istituì un rapporto di franca collaborazione con Comboni che due anni dopo, tornato in Italia, propose all'esploratore Romolo Gessi una “missione in Uganda”. Nel 1877 Comboni fu ordinato vescovo e avviò dette il villaggio cristiano di El Obeid, modellato sull'esempio delle riduzioni gesuitiche nel Paraguay. Era ormai un'autorità riconosciuta, ricevuta ordinariamente in udienza dal kedivè. Però, malato e stanco, si senti progressivamente abbandonato. Lo lasciarono anche le suore francesi operanti nel Vicariato dell'Africa Centrale, riattivato da Pio IX nel 1872. Rientrato in Italia creò una comunità di suore missionarie a Sestri Levante. Tornato a Khartoum accolse Gessi, di rientro dalla spedizione, spossato. Morirà poco dopo a Suez. Stabiliti ottimi rapporti con Rauf Pascià, governatore generale del Sudan, incoraggiò la collaborazione con i Padri Bianchi di Lavigerie in Uganda. Il 10 ottobre fu la volta sua. Consunto dalle fatiche degli ultimi viaggi, quando gli toccò giacere un'intera notte senza riparo sotto una pioggia equatoriale, e dopo la morte di confratelli come Giovanni Batista Fraccaro, al quale intendeva passare il Vicariato, si spense, cinquantenne, a Khartoum il 10 ottobre 1881. Come documenta Romanato, Comboni aveva ripetutamente affrontato il problema degli schiavi. Mentre tra islamismo e cristianesimo non vi era alcuna possibilità di dialogo, quello era un capitolo da affrontare con realismo. Le vittime della tratta subivano ogni genere di angherie durante il cammino dalle terre ove venivano catturati ai mercati ove erano acquistati previe esplorazioni mortificanti dei loro corpi, in specie femminili, in un quadro che considerava abusabili anche bambini e bambine. Poi la loro sorte dipendeva dalla sensibilità individuale o, se si preferisce, dall'opportunismo del padrone, che in generale li trattava per servirsene più a lungo e con la maggior efficienza possibile. Nessuno ragionevolmente, maltratta gli strumenti del lavoro, come appunto eran considerati gli schiavi, quali ne fossero le mansioni. A parte l'ancora frequente evirazione dei ragazzi, dalle conseguenze talora mortali, e l'atroce infibulazione delle bambine (ma valeva anche per le ragazze libere: una pratica tuttora combattuta proprio perché non è affatto cessata) la schiavitù risultò un banco di prova per tutti gli europei, che nelle loro terre di origine in un paio di generazioni ne avevano maturato una netta e totale condanna.
Il Mahdi, l'altro “missionario”
Proprio mentre si compiva la parabola terrena di Comboni, in Sudan emerse un altro “inviato” (Mahdi), ma di un altro Dio, Allah. A cospetto dell'incipiente europeizzazione, gli oppose il ritorno all'islam radicale e all'applicazione della “shari’a”. Alla guida di masse fanatizzate il Mahdi spazzò via anzitutto gli islamici che intrattenevano rapporti con i bianchi, bollati quali Satana. Poi fu la volta dei colonizzatori, senza alcuna distinzione tra religiosi, civili e militari. Dapprima furono eliminate le piccole guarnigioni poco o mal difese. Infine l'orda investì Khartoum. Charles Gordon comandò gli assediati con mano ferma, in attesa di aiuti, che l'Egitto, conoscendo propositi e seguito del Mahdi, ritenne inutile inviare. La sua sorte era segnata. Gordon cadde ucciso. La sua testa fu spiccata dal collo. La stessa fine ebbe il console austriaco Martin Hansal. L'ordine d'attacco era stato netto: “Niente prigionieri”. Dei “bianchi” non doveva rimanere alcuna traccia. Il corpo di Comboni venne disseppelito e disperso. La reazione degli Europei, di concerto con gli egiziani, fu lenta nella preparazione, ma spietata nell'esecuzione. La Mahadia venne travolta da un'onda di militari di gran meglio armati e sterminata. Solo dopo quella tempesta si affacciò sulla sponda occidentale del Mar Rosso la spedizione italiana capitanata dal generale torinese Tancredi Saletta: iniziò il cammino che nel volgere di pochi anni, dopo esperienze tragiche (la distruzione della Colonna De Cristofori a Dogali, e simili), condusse all’istituzione della colonia di Eritrea (1890), affidata a Ferdinando Martini. Governatore civile, ne scrisse con ironica obiettività in “L'Affrica italiana”. Il magistero di Comboni non era però andato perduto, se il maggiore Pietro Toselli, allorché dette vita al villaggio “Nuova Peveragno”, edificò una chiesetta, una moschea, una sinagoga e altri spazi di culto. Poi anch'egli fu travolto nella prima guerra d'Africa, che con la battaglia di Abba Garima (Adua) costò a vita a due generali divisionari, al maggiore Giuseppe Galliano, che aveva superato l'assedio a Macallè, a migliaia di militari italiani terrorizzati per la sorte che li attendeva (evirazione sul campo) e di ascari ai quali gli etiopi mozzarono un piede e una mano, in modo che non fossero più abili nella corsa e col fucile.
* * * * * Storia e geografia domani: 1 + 1 = 1?
Chiusa la biografia di Comboni scritta da Romanato, il pensiero va alle ventilate riforme dell'insegnamento della storia e della geografia in vari ordini e gradi delle scuole italiane. Quanta memoria e quanta coscienza rimane del rapporto/confronto tra Europa e altri “mondi”? La geografia diventerebbe disciplina autonoma, dopo la sua fusione con la storia introdotta decenni addietro. È un passo avanti? Per gli editori può essere un buon affare. Forse meno per scolari e studenti che dovrebbero aggiungere un altro libro al già greve fardello. Molto dipende dai “fatti” e dai docenti. In primo luogo il monte ore delle due discipline rimarrebbe invariato rispetto a quello attualmente concesso alla storia. Quindi, delle due l'una: o la geografia è davvero importante, come dev'essere, e allora ha diritto un orario proprio, oppure la sua riesumazione come materia a sé stante va a detrimento dello studio della storia, già insufficiente. Non solo. Pare che l'asse dell'insegnamento futuro della storia sia italo-eurocentrico, proprio mentre anche il cittadino più distratto sa che il confronto planetario incombente è tra “occidente” (con gli USA sempre più lontani dall'Europa) e la Cina, passando per Vicino e Medio Oriente, Pakistan e India...(senza dimenticare che, piaccia o meno, la Russia fu, è e sarà Europa). Ci vuol tanto a capire che la ventilata riforma sarebbe un balzo all'indietro? Prima di vararla forse basta fare un giro nelle aule e prendere nota delle etnie degli scolari. È un tema, questo, sul quale occorrerà tornare per non spingere l'Italia nella fossa di un paleonazionalismo anacronistico.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Gianpaolo Romanato, relatore in un convegno a Vicoforte. Nato a Rovigo nel 1947, presidente del comitato scientifico della Casa Museo “Giacomo Matteotti” di Fratta Polesine (Rovigo), componente del Pontificio comitato di Scienze storiche (Città del Vaticano), già docente di storia contemporanea all'Università di Padova, è autore, tra altro, di “Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo” (Lindau, Premio Acqui Storia, 2015), “Le riduzioni gesuite del Paraguay. Missione, politica, conflitti” (Morcelliana, 2021) e di “Giacomo Matteotti. Un italiano diverso” (Bompiani, 2024), l'opera più equilibrata sul deputato socialista vittima il 10 giugno 1924 di una squadraccia fascista: il delitto politico che segnò la storia d'Italia. A Daniele Comboni ha dedicato trent'anni di studi e di volumi pubblicati dal 1998, ora aggiornati in “L'Africa di Daniele Comboni (1931-1881). Missione, esplorazione, avventura” (Studium, 2026). Tra i suoi saggi spicca “Le leggi antiecclesiastiche negli anni dell'unificazione nazionale italiana” in “Studi storici dell'Ordine dei Servi di Maria”, 2007.