
1851 - L’8 novembre Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia-Genova nasce a Palazzo Chiablese, in Torino, da Ferdinando di Savoia, duca di Genova, secondogenito di Re Carlo Alberto di Sardegna (1798-1849), e da Elisabetta, figlia di Giovanni, re di Sassonia. Al battesimo presenziano il presidente del Consiglio dei ministri, Massimo Tapparelli d'Azeglio, Alfonso La Marmora e il conte Camillo Benso di Cavour. Suo fratello minore, Tommaso (1854-1931), duca di Genova alla morte del padre (1855), nel 1915 verrà nominato Luogotenente generale del regno da Vittorio Emanuele III.
1856 - La madre, Elisabetta, sposa Nicola Rapallo, in violazione delle leggi della Casa, e viene “confinata” con i figli nel castello di Govone (Cuneo) e poi a Stresa, presso i Padri Rosminiani. Verrà “riabilitata”. Vittorio Emanuele II conferì al marito il titolo di Marchese di Rapallo. Margherita studia diverse discipline, inclusi disegno, musica (con il Maestro Stefano Tempia) e danza. Pratica italiano, francese (sua lingua d'uso) e tedesco
. 1868 - Dal 28 gennaio Margherita è ufficialmente fidanzata con il cugino primo Umberto di Savoia, principe di Piemonte, figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d'Asburgo. Il matrimonio, con dispensa papale, è celebrato nel Duomo di Torino il 22 aprile 1868 dall'arcivescovo Alessandro Riccardi di Netro, affiancato da due arcivescovi e due vescovi, tra i quali Luigi Nazari di Calabiana, Collare della SS. Annunziata e quindi “cugino del re”.
1869 - L’11 novembre partorisce Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro, futuro Vittorio Emanuele III (morirà ad Alessandria d'Egitto il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima dell'entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana, che lo avrebbe condannato all'esilio), al quale il nonno conferisce il titolo di Principe di Napoli. Le difficoltà del parto impediscono successive gravidanze. L'arcivescovo di Napoli Riario Sforza rifiuta di benedire il neonato.

1878 - Alla morte di Vittorio Emanuele II (9 gennaio) Umberto I è re d'Italia. Mentre Rosa Vercellana, sposata da Vittorio Emanuele II con matrimonio morganatico (cioè con esclusione dei figli dalla successione dinastica) vive con discrezione in Piemonte, Margherita imprime smagliante impulso al rango di prima regina d'Italia. Il 16 novembre a Foggia Alberigo Altieri cerca di assalire il re, ma viene bloccato. L'aggressione non fa notizia. Il giorno seguente, 17 novembre, l'anarchico Giovanni Passannante, un cuoco ventinovenne nativo di Salvia (Cosenza), tenta di accoltellare Umberto I che transita in carrozza in via Toledo, a Napoli, con la Regina, il principe ereditario e il presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli, al quale Margherita di Savoia grida: «Cairoli, salvi il re!». Umberto, appena scalfito, colpisce con l'elsa della spada l'attentatore, che conficca il coltello in una gamba di Cairoli. Al sindaco della città, Guglielmo Capitelli, la regina mormora: «Si è rotto l'incantesimo di Casa Savoia.» In verità la reazione popolare generale è di sdegno. Dalla morte di Vittorio Emanuele II è il quarto attentato in Italia, alcuni dei quali con vittime.
1896 - La regina invia soccorsi alle famiglie dei militari italiani morti o caduti prigionieri il 1° marzo nella caotica battaglia di Abba Garima (Adua), travolti dall'orda di Menelik, negus di Etiopia.
1897 - Il 20 aprile re Umberto è bersaglio di un attentato in Roma compiuto dall'anarchico Pietro Acciarito, che muore durante gli interrogatori.
1898 - Le proteste popolari contro l'aumento del prezzo del pane e di altri generi, come lo zucchero, causato dalle ripercussioni della guerra per l'indipendenza di Cuba dalla Spagna, alimentata agli Stati Uniti d'America, volgono a insurrezioni a Pavia e in Toscana. A Milano, ove è proclamato lo stato d'assedio, la repressione è duramente comandata dal piemontese Fiorenzo Bava Beccaris, elogiato dalla regina, decorato da Umberto I con la massima onorificenza militare e appoggiato dal governo presieduto dal palermitano Antonio Starrabba di Rudini, alle cui dimissioni (dopo quattro inconcludenti ministeri consecutivi) subentra il generale savoiardo Luigi Pelloux, che aveva retto la piazza di Bari senza bisogno di stato d'assedio.
1900 - A differenza di quanto asserito da Gianni Oliva, Umberto I non risultò screditato per la “politica degli stati d'assedio”. Alla Camera l'opposizione liberal-democratica (Giuseppe Zanardelli-Giovanni Giolitti) osteggia le proposte antiparlamentari facendo leva sul regolamento, senza ricorrere all'ostruzionismo. La sera del 29 luglio l'anarchico Gaetano Bresci uccide Umberto I a Monza con tre proiettili sui quattro che gli spara a distanza ravvicinata. Vengono avviate e poi sospese indagini sui complici e sul mandante (a lungo è sospettata Maria Sofia di Baviera, ex regina delle Due Sicilie e sorella di Elisabetta, imperatrice d'Austria, assassinata a Lugano dall'anarchico italiano Luigi Luccheni). La regina Margherita depreca «il più grande delitto del secolo» e scrive una «preghiera» che, inviata al vescovo di Piacenza, Geremia Bonomelli, non è ufficialmente avallata dalla Chiesa. Il Re viene sepolto al Pantheon, dirimpetto alla tomba del “Padre della Patria”, con istoriazione della Corona Ferrea, da lui donata al Duomo di Monza, simbolo della regalità in Italia, recata al corteo funebre, come già per quello di Vittorio Emanuele. Il regicidio e l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, che l'11 agosto giura fedeltà allo Statuto, confermano la svolta liberale già avviata con la successione a Pelloux dell'ottantenne Giuseppe Saracco (24 giugno), che vara riforme e registra la convergenza filogovernativa di cattolici moderati per arginare l’Estrema sinistra repubblicana e socialista. Margherita si raccoglie nel ruolo di Regina Madre e prosegue la missione di promozione dell'immagine della Casa di Savoia. Passa dalla juvarriana Palazzina di Caccia di Stupinigi (Torino) a Palazzo Margherita (già Piombino) affacciato su Via Veneto, a Roma, acquistato per lei dal figlio. Riprende viaggi (anche in auto) in Italia e all'estero.
1914 - Già fautrice dell'“impresa di Libia” (1911-1912), da lei intesa quale riscossa cattolica contro l'islamismo (interpretazione non condivisa dal re né da Giolitti), inizialmente favorevole alla neutralità nel dubbio sull'effettiva preparazione dell'Esercito a intervenire nella guerra europea, dal 1915 allestisce a Palazzo Margherita l'Ospedale militare n. 2, sull'esempio del n.1 organizzato al Quirinale dal re, di concerto con la Regina Elena (sul cui ruolo di medico v. Maurizio Grandi, “I farmaci e la meccanica quantistica della dottoressa Jelena”, ed. La Torre).
1921 - Il 4 novembre la Regina Madre ed Elena di Savoia concelebrarono con Vittorio Emanuele III la tumulazione del Milite Ignoto nel Sacello dell'Altare della Patria, dinnanzi al quale si inginocchiarono, imitate da tutti i presenti.
1922 - Il 20 ottobre la Regina Madre non riceve a Bordighera i quadrumviri della mai avvenuta marcia su Roma ma solo i due monarchici Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi, in visita privata. Non risulta alcun suo intervento sul re a favore dell'assalto squadristico a Roma, superato da Vittorio Emanuele III con la soluzione extraparlamentare della crisi di governo e l'insediamento di un ministero di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini (31 ottobre).
1926 - Il 4 gennaio Margherita di Savoia muore a Bordighera nella villa edificata dall'architetto Broggi. L'11 gennaio la salma venne tumulata al Pantheon, alle spalle della tomba di Umberto I.
1934 - L’Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile dedica alla Regina Margherita una sola pagina, con due righe sul suo apprezzamento del fascismo quale fattore di stabilità. Alla sua morte i protagonisti della vita culturale fiorita nell'età del “margheritismo” erano tutti scomparsi da tempo (Ruggiero Bonghi, Marco Minghetti, Edmondo De Amicis, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli...) o finiti in posizione marginale (come Gabriele d'Annunzio, arroccato al Vittoriale). Nondimeno ne venne continuata la tradizione: i concerti al Quirinale e le importanti istituzioni da lei promosse a favore di cultura popolare, igiene pubblica e beneficenza, con speciale attenzione per le donne.
QUEL CHE FU E CHE NON FU LA REGINA MARGHERITA
Quel che non fu: è il meno...
Margherita di Savoia non fu affatto la superba bellezza che le venne attribuita da cortigiani e da repubblicani abbacinati, come Giosue Carducci, dai gusti peraltro assai opinabili. D'altronde i problemi delle monarchie andavano molto al di là del fascino fisico delle sovrane e/o delle dame del seguito. Di certo la regina non fu sposa felicissima. Quando nel 1868 la prese in moglie, da anni il principe Umberto era unito “more uxorio” con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini, sposata con il duca Litta Visconti Arese. Come la generalità di imperatori, re, principi, militari, borghesi e popolani, ciascuno aveva le sue “storie”. Nessuna faceva speciale notizia se non per chi ci ricamava pettegolezzi elevati a trame politico-diplomatiche. È il caso della super-chiacchiera sul ruolo attribuito a Virginia Oldoini, contessa di Castiglione (1837-1899), che, secondo la leggenda, avrebbe procacciato con le sue grazie il favore di Napoleone III a pro' del regno di Sardegna o addirittura della “causa italiana” contro l'impero d'Austria. Se avesse fatto dipendere la riscossa dell'Impero di Francia dalle “performances” della “Nicchia” (come la contessa era detta) o delle altre dame via via conquise, Napoleone il Piccolo avrebbe dovuto fare guerre a getto continuo su innumerevoli fronti. Suo apprezzato ministro era Walewsky, figlio “naturale” di Napoleone I e di Maria Walewska, che aveva sperato propiziare il ripristino del regno di Polonia. Forse la regina Margherita, non ignara che, al pari del padre, anche Umberto accompagnava i viaggi in Italia (e non solo) con l'assaggio di “prelibatezze locali”, avrà gioito quando trapelò che si era invaghito della contessa di Vincenza Santa Fiora: non per sé stessa ma pensando che la Litta ne avrebbe sofferto. A differenza di quanto è stato solitamente scritto, la regina non fu neppure una “clericale reazionaria”. In una lettera giovanile ella stessa confidò di non essere affatto “bigotta”. Certo era e rimase convintamente cattolica: la sua era la Chiesa dei precetti e dei comandamenti, tra i quali primeggiano quelli dal quinto al decimo, ma con molta comprensione per le “trasgressioni”. Come fa un militare a non uccidere? La giustificazione della “guerra giusta” è invalsa sino a quella del Golfo. Da non molto i pontefici predicano la pace disarmata e disarmante. Non solo. Il segreto diplomatico e la diplomazia segreta sono esecrati ma molto praticati. Un capo di Stato può non sottrarre i tesori al vinto e può non spremere i sudditi con tasse sui beni essenziali (farine, sale e via via sino ai portoni carrai, ai balconi, ai cani da guardia...) quando occorrono entrate per fronteggiare le spese correnti ordinarie e straordinarie e i debiti con esose banche estere? Come fa a non desiderare le donne e gli averi altrui quando tutti si conducono a quel modo e trovano sollievo nel più conveniente dei sacramenti, la confessione, completa di pentimento e di penitenza? La storia, anche la più depurata da aneddoti pruriginosi, ne era zeppa. E qualche cosa insegnava anche alle principesse e alle regine. D'altronde i sovrani per primi avevano bisogno assoluto dall'indulgenza del clero: un confessore comprensivo e un ecclesiastico pronto a celebrare il “Te Deum” rischiando i fulmini del papa. Fra' Giacomo da Poirino, che amministrò il viatico al morente Camillo Cavour, e don Valerio Anzino, che si adoprò per assicurare la “buona morte” a Vittorio Emanuele II (ne hanno scritto Aldo G. Ricci e Tito Lucrezio Rizzo) mostrano la «bontà infinita» di Chi «ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei» (Dante, Purgatorio, III, 121-122), anche senza mediazione ecclesiastica.
...E quel che fu: il più.
Margherita di Savoia fu pienamente consapevole del suo ruolo di regina d'Italia e lo esercitò su fronti particolarmente cari al re. In primo luogo il regno neonato aveva urgenza di organizzare lo “strumento militare”. A differenza del Vecchio Piemonte, in molti Stati pre-unitari non esisteva il servizio militare obbligatorio. La sua imposizione fu fomite di insorgenze e del brigantaggio. La vittoria della Prussia di Bismarck sulla Francia di Napoleone III nella guerra del 1870 venne correttamente spiegata con la superiorità della scuola germanica, dell'istruzione paramilitare e della motivazione ideale. Altrettanto andava fatto in Italia. Nel 1877 la legge voluta dal ministro della Pubblica istruzione Michele Coppino, massone, introdusse l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita. L'anno dopo il suo successore Francesco De Sanctis, a sua volta massone e già docente alla Scuola Militare della Nunziatella, aggiunse l'obbligo dell'educazione fisica anche per scolare e studentesse. Nei licei venne introdotto il costoso e poi abbandonato insegnamento del tiro al bersaglio, predicato da Giuseppe Garibaldi. Nel 1879, come ricorda Oreste Bovio, decano della storiografia militare, nella sua insuperata “Storia dell'Esercito Italiano, 1861-2000”, l'Esercito prese finalmente l'aggettivo di Regio. Nel 1882 fu creato lo Stato Maggiore, forte di capi e di un corpo di ufficiali altamente preparati e di lunga durata in carica a garanzia della continuità necessaria, mentre i ministri della Guerra, soprattutto dopo l'avvento della Sinistra, cambiavano a getto continuo. Umberto I vedeva, capiva e voleva, anche più di quanto il Parlamento concedesse. Margherita era sulla sua stessa linea. La capacità suasoria della regina, anche tramite scrittori, poeti, artisti, scienziati e inventori, mirava appunto a moltiplicare gli “esempi”, a infondere coscienza unitaria nei “popoli d'Italia”. Allo scopo fu alpinista provetta nell'Italia che ebbe il rude Quintino Sella promotore del Club Alpino Italiano quale palestra, non tanto di muscoli ma di ardimento e di moralità. È quanto non comprende chi fraintende (come fa un suo biografo) il legame ideale tra la regina della “Capanna Margherita” e l'alpinista Luigi Beck-Peccoz, che ebbe il privilegio di accompagnarne le scalate e morì di schianto dinnanzi ai suoi occhi mentre percorrevano un ghiacciaio. L'ostinazione della regina cozzava con la pochezza della Camera. Nel decennio dopo Adua (1896) le spese ordinarie per l'esercito scesero da 245 milioni a 236, una flessione prolungata al di sotto dei 230. Con un confine indifendibile verso l'Impero d'Austria e diffidente nei confronti della Francia repubblicana, socialista, ugonotta e sprezzante nei confronti di Roma, come mostrarono la strage di terrazzani italiani a Aigues-Mortes e le aggressioni di migranti nostrani a Lione, a quel modo l'Italia non era in condizioni di fare la sua parte in Europa e nel Mediterraneo. Era il cruccio della Regina Madre che il 19 agosto 1900, pochi giorni dopo l'assassinio di Umberto, in una lettera (pubblicata da Aldo di Ricaldone) a Elena Morozzo della Rocca, baronessa Sonnino, scrisse (in francese, che qui traduciamo): «Che triste, triste cosa che io vedo e che sento in me, attorno a me, dopo trentadue anni di unione felice, che lo diveniva ogni di più con l'età che avvicinava i caratteri! E poi il povero re era così buono così leale, così generoso di cuore e d'animo, sempre gentiluomo sino al fondo del suo essere. […] I miei figli [Vittorio Emanuele III e la regina Elena, NdA] sono perfetti per me e io sono così felice che il paese abbia accolto così bene il giovane Re. Suo padre deve vederlo e ne sarà felice perché amava tanto suo figlio. Ma quando penso che ho visto quello che ho visto senza morire, non posso comprenderlo; evidentemente la Provvidenza ha voluto così!, perché io sto bene e anche i miei nervi sono in buono stato.» E così li tenne per un quarto di secolo, durante il quale accompagnò l'Italia nella buona e nella cattiva sorte. Margherita era la regina di un Paese che già era regime democratico parlamentare (rinato, non nato, nel 1946, per decreti legge emanati da Umberto di Savoia) e varò leggi di prim'ordine, come l'abolizione della pena di morte (1889). A conferma che il regime monarchico non è affatto geneticamente inferiore ad altri. Lo dimostrano Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia e altri ancora. Non sono né antidemocratici né selvaggi. Come non lo fu lo Stato d'Italia dalla sua nascita al 1925.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: La Principessa Margherita di Savoia e Vittorio Emanuele Principe di Napoli, in “Regina Margherita”, Catalogo della Mostra (Napoli, Palazzo Reale, 2011), a cura di Elena Fontanella, Ministero dei Beni Culturali-Fondazione Dnart, con un saggio di AAM su “Il margheritismo e il consolidamento della monarchia in Italia”.