
Mentre molte nubi si addensano sull'orizzonte, incombe il dibattito su una nuova legge elettorale. Molti ritengono un'anomalia tutta italiana il cambio di leggi elettorali alla vigilia di ogni nuova legislatura. È però una vicenda antica. Alcune leggi elettorali sono durate a lungo, a vantaggio del Paese. Altre, di breve durata, hanno avuto conseguenze catastrofiche. È quanto accadde nel 1919-1923. Per chi lo conosce, il Passato qualcosa insegna.
L'Italia alle urne: i collegi uninominali
Dalla nascita, nel 1861, l'elezione della camera dei deputati del regno d'Italia avvenne con la legge in vigore dal 1848 in quello di Sardegna. Il territorio era suddiviso in collegi uninominali. Ogni cittadino era votabile, anche se non si era candidato. Risultava eletto chi otteneva la maggioranza delle schede valide, se però votavano almeno due terzi degli aventi diritto. Diversamente gli elettori erano chiamati a scegliere tra i due candidati più votati al primo turno. Con piccole varianti la legge rimase immutata sino al 1913, anche a fronte dell'aumento degli elettori (1882 e 1912). Nel 1913 divennero dieci volte quelli del 1861. La percentuale dei votanti risultò pressoché identica. I collegi uninominali propiziarono la formazione di un ceto politico di valore. Gli elettori potevano essere ingannati una volta. Se l'eletto non rispondeva alle attese, perdeva consenso e seggio. Se meritava, veniva rieletto senza limiti. Altrettanto avvenne poi per i sindaci. Il 15 agosto 1919 il governo presieduto dal democratico Francesco Saverio Nitti introdusse la proporzionale e lo scrutinio di lista nelle sedici circoscrizioni elettorali. La riforma segnò il primato dei partiti e delle loro rissose contrapposizioni ideologiche, mentre il Paese aveva bisogno di unità e ricostruzione. La “maledetta proporzionale” (definizione di Giovanni Giolitti, cinque volte presidente del Consiglio) dette risultati catastrofici nel 1919 e nel 1921. Si affermarono un paio di partiti di massa (socialisti e popolari) e un ventaglio di partiti minori e minimi. I liberali si frantumarono in gruppetti. Impossibile la stabilità del governo.
L'acerba legge ultramaggioritaria del 1923
Dal suo avvento (31 ottobre 1922) il governo Mussolini, coalizione comprendente tutti i partiti costituzionali, mirò a sostituire il sistema proporzionale con il maggioritario. Il 4 giugno 1923 il Consiglio dei ministri approvò il disegno di legge approntato da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Per il suo esame il presidente della Camera Enrico De Nicola, futuro presidente della repubblica, nominò una commissione di diciotto deputati, rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, presieduta da Giovanni Giolitti. Ne fecero parte gli ex presidenti del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra e Ivanoe Bonomi e i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, tra i quali Alcide De Gasperi per i popolari, Filippo Turati per i socialisti, Antonio Graziadei per i comunisti ed Eugenio Chiesa per i repubblicani. Il Ddl previde che il partito che ottenesse il 25% dei consensi avrebbe avuto due terzi dei 535 seggi in palio nel collegio unico nazionale. L'altro terzo sarebbe stato suddiviso in misura proporzionale tra i partiti presenti in almeno tre delle 16 circoscrizioni elettorali. Se nessuno avesse raggiunto il 25%, tutti i seggi sarebbero stati assegnati in proporzione ai voti ottenuti. La Commissione respinse le proposte di alzare il quorum dal 25% al 40% e di ridurre i seggi da attribuire al vincitore dai 2/3 al 60% e varò il Ddl con 10 voti contro 8. Il 21 luglio la Camera lo approvò con 223 voti contro 123 e un centinaio di assenti non giustificati. La legge non venne imposta né dal Re né da Mussolini. Fu approvata da nazionalfascisti e liberali. I popolari in parte votarono a favore, in parte si astennero, come Bonomi e Giovanni Amendola. Il 40% dei deputati in carica decise le sorti dell'Italia. A occhi bendati fu varato un “maggioritario” senza precedenti. Secondo il rimpianto storico Giovanni Sabbatucci quel voto fu il “suicidio” del Parlamento. Esso pose le premesse del regime di partito unico durato sino al 25 luglio 1943. A sua volta il Senato, di nomina regia e vitalizio, a metà novembre approvò la “legge Acerbo” con 165 sì e 41 no su circa 400 “patres”. Vittorio Emanuele III, re costituzionale, la emanò.
La pesca a strascico della Lista Nazionale (fascista)
Per il PNF il difficile venne dopo, perché nel 1923 esso contava appena 50 deputati su 535. Bisognava approntare la Lista Nazionale. Allo scopo si misero al lavoro Michele Bianchi, “quadrumviro” della (mai avvenuta) “marcia su Roma”, repubblicano, Aldo Finzi, Cesare Rossi e Francesco Giunta, tutti massoni della Serenissima Gran Loggia d'Italia, come Giacomo Acerbo, che fu il regista della “pesca a strascico” indispensabile per vincere. La Lista fu aperta a liberali, democratici, riformisti, popolari, “indipendenti” e persino ad antifascisti notori. Ai candidati non fu chiesto di abiurare il passato politico, né di prendere la tessera del PNF. La “conquista della maggioranza” (ne scrisse Alessandro Visani nel 2004 in un ottimo saggio) ebbe esito trionfale. Il cosiddetto “Listone” ottenne 4.305.936 voti, pari al 60,09%, cui si aggiunsero 347.552 suffragi per liste parafasciste. Conquistò 355 seggi, ma i deputati iscritti al PNF risultarono appena 227 su 535: una minoranza. Con un “ribaltone” era possibile varare in Aula una maggioranza di socialisti moderati, liberali, popolari e deputati eletti nel Listone ma nient’affatto fascisti (Orlando, Salandra, De Nicola...).
L'“Aventino”: il regalo dell'Aula a Mussolini...
Prendendo motivo dal rapimento e dalla morte di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), socialisti, popolari, repubblicani e seguaci del democratico Giovanni Amendola abbandonarono l'Aula e si arroccarono in un mitico “Aventino”: sommarono un “errore di storia” (l'antico patriziato romano aveva bisogno della plebe, mentre nel 1924 il popolo italiano non aveva bisogno di partiti e di deputati ma di lavoro e salari) e uno di strategia politica. In Aula rimasero pochi liberali capitanati da Giolitti e, dopo un ripensamento, i comunisti. Il Re attese che un segnale dal Parlamento lo autorizzasse a intervenire. Non se ne registrarono. Con l'approvazione della legge elettorale suicida, l'“Aventino” fu il secondo regalo dell'“opposizione” a Mussolini, che poté scrollarsi di dosso chi ne aveva aiutato l'ascesa al governo ma non ne condivideva la visione egolatrica del potere.
...e Giacomo Acerbo, argine alla “tendenza repubblicana” di Mussolini
Nato a Loreto Apruntino (Teramo) il 25 luglio 1888, laureato in scienze agrarie nel 1912, interventista, volontario nella Grande Guerra, ferito, due croci al merito e tre medaglie d'argento (suo fratello Tito, capitano della leggendaria Brigata Sassari, meritò due medaglie d'argento e quella d'oro alla memoria), nel dopoguerra Acerbo accompagnò la cattedra di economia politica nell'Università di Roma alla guida dell'Associazione combattenti delle province di Teramo e Chieti. Candidato alla Camera nel 1919, eletto deputato il 15 maggio 1921 da un “blocco nazionale” (combattenti, fascisti, liberali) si affermò come uomo della mediazione. Con il nazionalista Giovanni Giuriati promosse il “patto di pacificazione” del 3 agosto 1921 tra fascisti e socialisti, rappresentati da Tito Zaniboni e Giuseppe Ellero: unire gli italiani e bloccare la deriva repubblicana. Nel 1921 Mussolini continuava a fare l'occhiolino alla “tendenza repubblicana”. A conclusione del congresso di fondazione del PNF, il 9 novembre 1921 disse: «Il romano non è né fascista, né antifascista. È un uomo che non vuole essere scocciato o disturbato, ma se è scocciato, il popolo e il popolino sono pugnacissimi». Aggiunse: «Non provochiamo, ma difendiamoci se attaccati. Se un romano porta un fazzoletto rosso, non c'è ragione di fare una spedizione punitiva…». Mentre il duce e altri gerarchi rinviavano il chiarimento dell'identità dei “fasci”, in sintonia con Cesare Maria De Vecchi ed Emilio De Bono il trentenne Acerbo ribadì nettamente l'opzione monarchica. Mussolini stentava a liberarsi dal “fascismo delle origini”, qual era sorto, senza un preciso programma, il 23 marzo 1919 a Milano, nella sede messa a disposizione da Cesare Goldmann, alto dignitario massonico. Alle elezioni del 16 novembre 1919 il “movimento” fallì miseramente. La lista capitanata da Mussolini nel capoluogo lombardo raccolse circa 5.000 voti, benché tra i candidati vantasse Arturo Toscanini, già celebre direttore d'orchestra, l'anticlericale d'assalto Ugo Podrecca e Filippo Tommaso Marinetti, capofila del futurismo. Mussolini raccattò 2.500 preferenze personali. I socialisti, dal cui partito era clamorosamente uscito nell'agosto 1914, ne celebrarono irridenti il “funerale politico”. Non capirono... La media e piccola borghesia, avversaria dei socialisti (che dichiaravano di voler “fare come in Russia”: non solo un’esosa tassa sul patrimonio ma espropriazione ed eliminazione fisica dei proprietari) non aveva motivo di puntare sull'ex socialmassimalista, già ateo professo, “credente” a giorni alterni e (si insinua) a noleggio dei servizi segreti militari britannici. Avevano a portata di mano l'ampio ventaglio di “liberali” e i “moderati” del Partito popolare. Fondato il 18 gennaio 1919 su iniziativa di don Luigi Sturzo (“prete intrigante” secondo Giolitti), questo andava da clericali fanatici, nemici del Risorgimento e del Regno d'Italia, bollato come frutto di un complotto massonico, a “costituzionali” eletti deputati sin dal 1904 o sulla base del “Patto Gentiloni” (1913) che vide alleati cattolici e liberali contro gli opposti estremismi: nazionalisti a destra, socialisti rivoluzionari e repubblicani intransigenti a sinistra. Come documentano Renzo De Felice e Roberto Vivarelli, a fare la fortuna del fascismo non furono né le sue “idee” né il il suo programma (a fisarmonica), ma la spinta sovversiva della sinistra estrema, la scioperomania e l'incertezza dei governi, più interessati alla propria sopravvivenza che alle sorti dello Stato. Nelle elezioni amministrative dell'autunno 1920 “blocchi” di liberali, democratici, ex combattenti e “agrari” conquistarono comuni e province con il concorso di fascisti. Nelle elezioni politiche del maggio 1921 gli stessi blocchi elessero 35 deputati fascisti, compresi Mussolini, nel collegio di Milano, e il facinoroso Roberto Farinacci, massone ubiquo, candidato con l'ex socialista riformista Bonomi in quello di Mantova-Cremona. Nei collegi elettorali i “blocchi” presentarono emblemi diversissimi. Gli unici a usare ovunque un identico contrassegno furono i fascisti, che esibirono il “fascio dei littori”. A quel modo risultarono visibili da un capo all'altro d'Italia, a differenza dei loro alleati che si valsero di spighe di grano, stelle, animali e altro ancora. Lo Stato, ovvero la Corona, non aveva alcun bisogno di una minoranza rumorosa e ondivaga qual era il movimento fascista. Uscito vittorioso dalla Grande Guerra, agognava il ritorno all'ordine, preluso dalla Festa delle Bandiere ideata da Giolitti (4 novembre 1920) e dalla Tumulazione del Milite Ignoto nel Sacello dell'Altare della Patria (4 novembre 1921): consacrazione dell'unità tra monarchia e popoli d'Italia, un assenza degli invidi fascisti. L'8-9 novembre 1921, mentre il movimento fascista si trasformava in Partito, i nazionalisti, monarchici ma nemici di Giolitti, si radunarono in Roma. Il convegno, presieduto da Luigi Federzoni, deliberò l'organizzazione dei “Sempre pronti”, squadre armate, per fronteggiare, all'occorrenza, anche quelle fasciste.
Il programma del nuovo partito?
Negli stessi giorni nel congresso fondativo del PNF Mussolini abbozzò un “programma”. Escluse che la Carta del Carnaro di Alceste De Ambris e Gabriele d'Annunzio costituisse un modello valido. Avvertì: «Finirà lo spettacolo del fascista liberale, nazionalista, democratico e magari popolare: ci saranno solo dei fascisti. Il Fascismo è destinato a rappresentare nella storia politica italiana una sintesi tra le tesi indistruttibili dell'economia liberale e le nuove forze del mondo operaio. È questa sintesi che può avviare l'Italia alla sua fortuna.» Alla presidenza del congresso del nascente PNF sedettero Giacomo Acerbo, Cesare Maria De Vecchi, Roberto Farinacci, Giuseppe Bottai (affiliato alla Gran Loggia), Dino Grandi, Giovanni Giuriati, Alberto De Stefani (massonofago), Costanzo Ciano e altri futuri gerarchi. Mussolini passò in rassegna le forze antagoniste, a cominciare dai comunisti che, proprio come i fascisti, ricorrevano alla dittatura e agli stati d'assedio, e dal partito socialista ufficiale (di Filippo Turati e Giacomo Matteotti), schernito come “pus”. I repubblicani erano il passato remoto. I popolari invece avevano alle spalle trentamila parrocchie, contavano “molti elementi della più fetida neutralità” e gareggiavano “col bolscevismo vero e proprio”. Però avevano alle spalle la Chiesa: millenaria. Elogiò Francesco Crispi e ammonì: «il fascismo si preoccupa del problema della razza, con la quale si fa la storia. Noi partiamo dal concetto di Nazione, che è per noi un fatto né cancellabile, né superabile. Siamo quindi in antitesi contro tutti gli internazionalismi». Il nemico erano la massoneria, i Rotary Club e le altre organizzazioni internazionali o sovranazionali. Mussolini sapeva di essere circondato da massoni. Ne aveva bisogno, ma non voleva rimanere prigioniero di un “partito massonico” annidato nel PNF. Sui rapporti tra l'Italia e il Vaticano fu guardingo: «l’Italia è Stato sovrano in ogni campo dell'attività nazionale. La diplomazia vaticana è più abile di quella della Consulta [cioè del Ministero degli Esteri, NdA].Il cattolicismo può esser utilizzato per l'espansione nazionale…». Anche dopo le elezioni del 1921 Mussolini dichiarò che il fascismo era “tendenzialmente” repubblicano. «Così dicendo – precisò – non intendevo precipitare il paese in un moto rivoluzionario. Io intendevo soltanto aprire un varco verso il futuro. Chi può dire che le attuali istituzioni siano in grado di difendere sempre gli interessi, soprattutto ideali, del popolo italiano? Nessuno. Oggi un movimento repubblicano sarebbe destinato a un insuccesso. Sulla questione del regime [monarchico, NdA] il fascismo deve essere agnostico, che significa vigilanza e controllo.» Il partito doveva impadronirsi dello Stato. Conseguito lo scopo avrebbe deciso che cosa fare del Re e della sua Casa. Il 21 novembre 1921 il Direttorio del partito dichiarò: «Saremo con lo Stato e per lo Stato tutte le volte che esso si addimostrerà geloso custode e difensore e propagatore della tradizione nazionale. Ci sostituiremo allo Stato tutte le volte che esso si manifesterà incapace di fronteggiare e di combattere, senza indulgenza funesta, le cause e gli elementi di disgregazione interiore dei principii della solidarietà nazionale. Ci schiereremo contro lo Stato qualora esso dovesse cadere nelle mani di coloro che minacciano e attentano alla vita del paese». L'ordine del giorno non prospettava dunque la diarchia (Re/Duce), bensì la conquista dello Stato e la sua fascistizzazione. A sbarrare la strada al PNF furono uomini come Giacomo Acerbo, che nell'ottobre 1922 tentò di far nominare ministri i socialisti Gino Baldesi e Bruno Buozzi. Quando il 31 ottobre i fascisti sfilarono per Roma, dopo che Mussolini era stato incaricato dal re di formare il governo, Acerbo impedì che gli squadristi irrompessero a Montecitorio. All'indomani del successo della Lista Nazionale, il 10 aprile 1924 Vittorio Emanuele III lo creò barone dell'Aterno. Il Re non dimenticava che alle 7:30 del 28 ottobre 1922 Ernesto Civelli, massone della Gran Loggia e sovrintendente della “marcia”, d'intesa con Acerbo gli assicurò il sostegno dei “militi”. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dal 31 ottobre 1922 al 29 gennaio 1926, alla carica di deputato e di ministro dell'Agricoltura dal 1929 al 1935 con Arrigo Serpieri per sottosegretario, Acerbo unì la carriera accademica: preside della Facoltà di economia della “Sapienza” dal 1935 al 1943; presidente dell'Istituto internazionale dell'Agricoltura, voluto nel 1908 da Vittorio Emanuele III; membro del Consiglio nazionale delle ricerche. Il 6 febbraio 1943 fu nominato ministro delle Finanze. Fautore dell'ordine del giorno Grandi-Bottai-Federzoni con il quale il Gran consiglio del fascismo il 25 luglio 1943 “pregò Sua Maestà” di esercitare i poteri statutari, dopo l'8 settembre Acerbo fece perdere le tracce. Condannato a morte in contumacia dal Tribunale di Verona il 10 gennaio 1944, su delazione venne catturato dai partigiani e processato per sovversione del regime costituzionale ante-fascista. Scampato al plotone di esecuzione, fu condannato a 48 anni di carcere e recluso a Procida. La condanna fu annullata dalla Corte di Cassazione a sezioni unite (27 luglio 1947). Riabilitato, tornò all'insegnamento universitario. Candidato al Senato della Repubblica per il Partito nazionale monarchico (1953) e per il Monarchico popolare (1958), membro della Consulta del Regno, morì a Roma il 9 gennaio 1969.
DIDASCALIA Il deputato fascista Giacomo Acerbo, massone (1888-1969), e il socialista Tito Zaniboni, siglano il Patto di pacificazione (agosto 1921) per chiudere la guerra civile strisciante in Italia. Poteva fermare il precipizio verso il regime, ma fu rifiutato dagli opposti estremisti. Il fascismo fu “autobiografia degli italiani” come scrisse Piero Gobetti? Di alcuni sì; di altri niente affatto. Quando indossare la camicia nera divenne un obbligo smise di costituire un “credo”: risultò un'abitudine, dal colore un po' lugubre per un popolo superstizioso. Nelle elezioni del 1919 e del 1921 alle urne andò un modesto 56-58% degli elettori. Il 6 aprile 1924 votò il 63%: la quota più alta di sempre, fino ad allora. Mussolini si proclamò “missus” della Nazione e fu a lungo sorretto dai voti di popolari, liberali, democratici e riformisti. Poi si scrollò di dosso i fiancheggiatori e si mise in proprio. Alle prime elezioni da lui orchestrate, il 24 marzo 1929, votò l'89,86% degli aventi diritto. Il governo ottenne il consenso del 98,34 % dei votanti. Il suffragio universale e i partiti non sono garanzia di democrazia. Giovano anche ai regimi liberticidi. L'unico antidoto alla deriva verso regimi totalitari è il proporzionale puro, senza soglia di sbarramento, adottato nell'elezione dell'Assemblea costituente, e da applicare in collegi uninominali. La storia insegna che il maggioritario assicura provvisoriamente stabilità ma induce il governo, fuori controllo, ad avventure catastrofiche.
Aldo A. Mola