
Il tumultuoso correre delle stagioni spinge lontano la memoria dell'antifascismo militante, pressoché dimenticato. Proprio perciò questi tempi calamitosi, così diversi dagli anni della Liberazione e della Ricostruzione, quando anche in Italia molti volevano che l'Europa fosse Federazione di popoli liberi, conducono a rievocare, o forse a evocare, persone che negli anni delle scelte, soprattutto il 1942-1946, si prodigarono per ripristinare in Italia la democrazia parlamentare e dare corpo alla vita politica con la partecipazione popolare, all'insegna della libertà e della giustizia sociale fondata su leggi trasparenti.
Dalla cospirazione alle “bande”
Tra altri merita particolare memoria Arturo Felici (Farigliano, Cuneo, 12 gennaio 1903-Cuneo, 20 giugno 1968), tipografo, partigiano con il nome di battaglia “Panfilo” ed editore. Una tra le fotografie più evocative del 26 luglio 1943 ritrae Tancredi (Duccio) Galimberti (Cuneo, 30 aprile 1906-3 dicembre 1944) che dal balcone dello studio forense, affacciato sull'allora piazza Vittorio Emanuele II, arringa i cuneesi in attesa di notizie sugli eventi in corso dopo la revoca di Mussolini da capo del governo, la sua sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio e la diffusione del proclama nel quale questi annunciò: «la guerra continua». In quella icona Galimberti ha alla destra Adolfo Ruata, professore, e quarto sulla sinistra Arturo Felici. La maggior parte della dozzina di persone accalcate sul balcone erano militanti del Partito d'azione (PdA), clandestino sino a quel momento, al pari di tutti i movimenti e partiti antifascisti, divenuti illegali a seguito dell’approvazione delle leggi speciali del 1926-1928. Strettamente sorvegliati, i loro militanti spesso incappavano in misure punitive. Migrato dal Cuneese a Trento, nel 1923 il ventenne Felici lavorò nella tipografia che stampava il foglio del Partito popolare italiano. Pio IX aveva destituito suo nonno dalla magistratura pontificia perché aderente alla Repubblica Romana del 1849. Era geneticamente anticlericale. Dopo l'assalto squadrista al giornale (1924), Felici si trasferì a Cuneo ove, in corso Stura, avviò una tipografia, piccola ma subito apprezzata per precisione, eleganza e puntualità. Nel 1942, come attestano i ricordi dei suoi contemporanei, raccolti da Paolo Fossati nella biografia di Galimberti (Cassa di Risparmio di Cuneo,1995), Felici fu tra i fondatori nel nucleo locale del Partito d'azione, che annoverò il magistrato Luigi Di Oreste, Adolfo Ruata, Luigi Pareyson e Leonardo Ferrero, docenti al Liceo classico di Cuneo e futuri professori universitari, ed Edoardo (Dado) Soria. “Dado” era un artigiano, compagno di scalate alpine con Giovanni Mina e Dante Livio Bianco, figlio di massone, avvocato, incardinato nello studio forense torinese di Manlio Brosio, esponente di spicco della tradizione liberale che in Piemonte, dopo la morte di Giovanni Giolitti (17 luglio 1928), si riconosceva in Marcello Soleri, a sua volta avvocato e già ministro delle Finanze con Bonomi e della Guerra nel secondo governo Facta (agosto-ottobre 1922). La destituzione di Mussolini – che Vittorio Emanuele III aveva da tempo programmato e attuò in occasione del colloquio richiestogli dal “duce” per le cinque pomeridiane del 25 luglio 1943 – colse di sorpresa gli antifascisti, a eccezione dell'ex presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, che ne era stato informato da Domenico Maiocco (socialista e massone, già condannato a confino di polizia), su incarico dell'antico quadrumviro Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, che propugnava una improponibile “combinazione” tra monarchici e antifascisti “moderati”. Se di tutto ciò ben poco filtrava a Roma, a maggior ragione nulla se ne sapeva in una provincia periferica come il Cuneese. Galimberti quel giorno era a Torino, ove pernottò. Verso le nove di mattina del 26 luglio, a Cuneo, «una grande moltitudine» si adunò in piazza Vittorio sotto il balcone dell'abitazione di Soleri, invocandone un’allocuzione. Come scrisse «a braccio» nelle “Memorie”, egli esortò il «popolo […] a comprendere e praticare i doveri della libertà e a mostrarsene degno, anche astenendosi da atti di violenza e di rappresaglia, e a dare così esempio di educazione e di dignità politica agli avversari, che avevano fondato il loro malgoverno sulla violenza e sulla soppressione di tutti i diritti politici dei cittadini». Qualche mobile e qualche carta furono gettati dalla sede del Fascio, forse per opera dei fascisti stessi «per fare scomparire elenchi, documenti, incartamenti compromettenti». Per secondo parlò Galimberti. Al suo arrivo Ruata e Felici gli porsero il volantino approntato nella loro veste di membri dell'esecutivo provinciale del Partito d'azione e stampato nella notte. Vi si affermava che sarebbero stati a fianco di Badoglio, se schierato con gli Alleati, ma contro di lui, se avesse continuato la guerra. Galimberti lo ritenne «troppo impegnativo» e ne fece approntare un secondo «più breve e più generico, ma soprattutto meno impegnativo», come attestò Ruata in “Duccio cospiratore”. Però, presa la parola, Galimberti fece suo quanto gli era stato suggerito: «la guerra continua sino alla cacciata dell'ultimo tedesco, sino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista…». Entrò nella Storia. Il 27 luglio il governo Badoglio sciolse il Partito nazionale fascista e ne smantellò organi, istituti ed enti. Autorizzato dal re, a inizio agosto avviò in forma giustamente segretissima la ricerca di contatto con il comando supremo alleato a Lisbona per stipulare un armistizio. Ignorava che le Nazioni Unite avevano deliberato di imporre ai vinti la “resa senza condizioni” comportante clausole duramente punitive e la riduzione della sovranità a mera apparenza. Nel terzo e ultimo articolo pubblicato in “La Stampa” il 6 settembre, tre giorni dopo la firma della resa a Cassibile, di cui nulla sapeva, Soleri convenne che Badoglio, «non sordo al sentimento nazionale ha ereditato la guerra come una realtà incombente e non opinabile, e ne ha adempiuti tutti i doveri». Condivideva. Dal pomeriggio del 26 luglio il Partito d'azione, al pari degli altri componenti di un “comitato” ancora informale, deliberò a Roma di non collaborare con il governo: opposizione che si inasprì nella seconda metà d'agosto ed ebbe in risposta l'assoluta impenetrabilità delle decisioni via via assunte dalla Corona. In sintesi, “obtorto collo” Vittorio Emanuele III accettò la resa, dispose il trasferimento della nuora Maria José e dei nipoti (Vittorio Emanuele principe di Napoli e le sorelle) da Sarre (Aosta) in Svizzera e, a fronte del mancato sbarco anglo-americano a nord della Capitale, si accinse a lasciare Roma, comprendente la Città del Vaticano, per non farne teatro di una battaglia devastante e priva di retrovie. Il governo, non al completo per le circostanze eccezionali, si trasferì in Puglia, con il re e Umberto di Piemonte, principe ereditario, che non aveva altra scelta. Gli antifascisti delle regioni centrosettentrionali si trovarono in territorio occupato da forze germaniche per molti motivi soverchianti, affiancate dalla macchina amministrativa passata sotto controllo dello Stato repubblicano d'Italia, poi Repubblica sociale italiana, capeggiata da Mussolini, prelevato dai tedeschi a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, ov’era in stato di fermo (non “di arresto”) con flebile sorveglianza, e promotore del Partito fascista repubblicano, deciso ad annientare quanti avevano assunto ruoli pubblici dopo la revoca del duce. In quel contesto, reso ancor più drammatico dallo sbandamento delle Forze armate, i pochi autentici antifascisti cuneesi, palesatisi in agosto, a fronte del rifiuto di ufficiali in servizio permanente effettivo di armare civili e di assumere il comando di formazioni miste, non ebbero alternativa al passaggio alla clandestinità in armi. È quanto avvenne con la nascita della “banda” di una dozzina di antifascisti, in prevalenza del Partito d'azione, che poi assunse nome di “Italia libera” ed ebbe per guida Galimberti, senza nomina formale. Felici, inizialmente “in montagna”, tornò in città e intessé una fitta rete di collegamenti tra le valli e Torino. Il 30 novembre accompagnò “in valle” il geometra Ettore Rosa, ricercato dall'ufficio politico investigativo nell'ambito della repressione di ogni sia pure larvata opposizione al nuovo e più rigido regime, che non esitò ad arrestare, torturare ed eliminare gli antifascisti, classificati “banditi”. Come Bianco scrisse nel 1945, a Cuneo «vi era una organizzazione alla quale si appoggiavano le formazioni partigiane per i rifornimenti, per le informazioni, per il reclutamento. Ed a proposito di quest'ultimo va ricordata una certa tipografia appartenente ad uno dei dirigenti del partito d'azione […] nonostante fosse uomo di parte, bisogna riconoscere che egli svolse l'opera sua con imparzialità […] e quando un compagno di partito gli rimproverò di non appoggiare maggiormente le formazioni politiche, egli per tutta risposta adottò un nome di battaglia che era tutto un programma: Panfilo!» Le formazioni promosse da nuclei del PdA «rappresentarono il punto di incontro e di superiore mediazione fra l'esigenza politico-rivoluzionaria e l'esigenza tecnico-militare: attraverso due processi opposti ma complementari, per cui i politici si militarizzavano, e i militari si politicizzavano».
Partigiano combattente...
Con le necessarie cautele, Felici fece la spola tra la tipografia e le valli, accompagnato da persone di diverso orientamento politico, come il liberale Guido Verzone, a fine guerra nominato prefetto di Cuneo. Arrestato il 13 marzo 1944, ma rilasciato per mancanza di prove a carico, continuò la sua peculiare vita di partigiano. Il 7-8 agosto partecipò all'incontro delle formazioni “Giustizia e Libertà” (G.L.) con due divisioni alpine autonome (una monarchica, comandata da Enrico Martini, “Mauri”; l'altra prevalentemente repubblicana, agli ordini di Piero Cosa, con Dino Giacosa commissario politico). Anche Felici condivise il Memorandum il cui quarto punto dichiarò: «Intendiamo impegnare tutte le nostre forze contro l'instaurazione e la conservazione di qualsiasi regime totalitario dittatoriale, di qualsiasi tipo e colore. Siamo perciò contro la dittatura della reazione (grosso capitale, alta finanza, agrari, militaristi, ecc..) non meno che contro quella del proletariato e di qualsiasi altro gruppo o classe.» La clausola era improponibile al Comitato di liberazione nazionale del Piemonte, comprendente i comunisti, per i quali la “rivoluzione” doveva condurre invece proprio alla “dittatura del proletariato”. Per loro Stalin era “il sol dell’avvenire”. Il 15 agosto 1944 lo sbarco franco-americano in Provenza spazzò l'illusione della fine imminente della guerra nell'Italia nord-occidentale. I tedeschi si arroccarono sui valichi transalpini, prima irrilevanti, e vi rimasero sino a fine aprile dell'anno seguente. Felici si spostò nelle Langhe, “ispettore” delle “G.L.”, in fitto dialogo con Galimberti, Giorgio Agosti, Franco Venturi, e i fratelli Alessandro e Carlo Galante Garrone. Nei mesi successivi allo sbarco il comitato di liberazione provinciale cuneese prospettò l'assegnazione delle cariche pubbliche apicali quando fosse giunta l'ora. Convenne che quella di sindaco di Cuneo spettasse al Partito d’azione, in considerazione del tributo di sangue versato nella guerra partigiana, specialmente con Galimberti, catturato a Torino, prelevato da uomini dell'Ufficio politico investigativo cuneese e assassinato nella notte del 3 dicembre 1944. Alla carica fu designato Felice Bertolino, eletto deputato nel 1919 per il cattolico Partito popolare italiano, poi attivo in movimenti antifascisti come “Italia Libera” e infine aderente al PdA. Bianco, rientrato dalla Francia con Ettore Rosa e succeduto a Galimberti quale comandante delle “G.L.” del Piemonte e vicecomandante del Comitato militare del CLN piemontese, propugnò invece la designazione di Rosa, comandante della prima divisione “G.L.”: scelta condivisa, a Torino, da Franco Venturi, poi massimo storico dell'Illuminismo, e, a Milano, da Leo Valiani, un gigante politico). Bianco incitò Felici ad adoperarsi al riguardo, tanto più che il comitato provinciale cuneese del PdA lo indicava sindaco se Bertolino non si fosse impegnato formalmente ad accettare la disciplina del partito. «Noi – scrisse Bianco a Felici il 15 aprile 1945 – dobbiamo puntare su uomini nuovi, rompere nella provincia e nella città più grettamente tradizionalistica, con le vecchie tradizioni, che poi sono tradizioni di mafia subalpino-giolittiana, inaugurare una politica di aria, luce, pulizia. E la via maestra c'è: è quella della Resistenza […] Può darsi (sono ben alieno dall'escluderlo!) che ci rompiamo la testa, può darsi che tutto finisca in un insuccesso, che alle prossime elezioni siamo battuti: e va bene. Ma basta questa possibilità, questo può darsi per imporci di seguire le vecchie vie?»
...militante politico ed editore
Il 29 aprile 1945 Felici scrisse il manifesto dei partigiani agli “Italiani liberi”: «I morti, tutti i nostri cari compagni caduti, fucilati, impiccati sono davanti alle nostre colonne e ci additano la via che ci resta da percorrere per assicurare la giustizia e la libertà al Paese. Non vi può essere sosta in questa battaglia: per questa generazione non vi è congedo.» L'8 maggio fu in prima fila per costringere “manu militari” il maggiore “Mauri”, comandante degli “Autonomi”, nominato comandante provinciale dei partigiani, a lasciare Cuneo come “persona non gradita”. Al suo posto, anche per sua iniziativa, venne nominato il tenente colonnello Enzo Marchesi: partigiano dal settembre 1943, aveva avuto Mauri alle sue dipendenze e diverrà capo di stato maggiore della Difesa. Felici continuò la “battaglia senza congedo” con la rievocazione di Galimberti il 3 giugno 1945: un discorso che ne attesta le doti di scrittore e oratore efficace. Seguì la traslazione della salma di Duccio dalla tomba provvisoria a quella nella Cappella degli Angeli, presente Ferruccio Parri, già comandante delle “G.L.” e presidente del Consiglio dei ministri. Nel 1946 si candidò nelle file del PdA alle elezioni del consiglio comunale di Cuneo svolte il 31 marzo. Nel primo congresso nazionale, a metà febbraio, il partito era deflagrato. Parri e Ugo La Malfa ne uscirono e dettero vita alla Concentrazione democratica repubblicana. Felici rimase invece nelle sue file. Le urne confermarono le pessimistiche previsioni di Bianco. A Cuneo la democrazia cristiana conquistò 17 seggi su 40 e ottenne il sindaco, Antonio Toselli, nel 1948 eletto senatore; i socialisti ne ebbero 8; i liberali 7; i comunisti 5. Con appena 1.748 voti, il PdA ne racimolò tre: Felice Bertolino (che di lì a poco pubblicò “Italia Libera. Appunti di ricostruzione nazionale” (ed. Bertello, Borgo San Dalmazzo), Bernardino Fresia (reduce da un capo di concentramento nazista) e Benvenuto (Nuto) Revelli. La legge stabilì che il votante potesse esprimere preferenze e cancellare i nomi dei candidati non graditi. I partiti maggiori registrarono poche cancellazioni. Quasi nessuna ne contò il Partito comunista, ferreamente disciplinato. Il democristiano Toselli ne ebbe 129 contro 3401 preferenze. Gli elettori del PdA sfogarono nell'urna i loro umori. Il classicista Leonardo Ferrero ebbe 23 voti e 19 cancellazioni. Marco Rossi ottenne 11 preferenze e 17 cancellazioni. Aurelio Verra, umanista e scrittore egregio, ebbe 94 preferenze e 25 “no”. Anche Felici ottenne 94 voti, ma le cancellazioni furono 49.Molti aderenti al PdA non lo amavano, anche perché era un “mai iscritto al Partito fascista”. Panfilo sapeva. Pochi mesi dopo, il 2-3 giugno Dante Livio Bianco, già consultore nazionale per il PdA, registrò una cocente sconfitta nelle elezioni alla Costituente. La “rivoluzione democratica” (un ircocervo a giudizio di Benedetto Croce) svanì. Rimase la rivendicazione storiografica della “guerra partigiana”. Anche su questo fronte Panfilo svolse un ruolo fondamentale. Da tipografo divenne editore e nel volgere di pochi mesi pubblicò opere destinate a lunga fama, come “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese” di Dante L. Bianco, “Mai tardi” di Nuto Revelli, “Evviva il Capomastro” di Carlo Galante Garrone: libri che incontrarono il favore di Piero Calamandrei, Vittorio Gorresio e furono chiesti e apprezzati anche dall'estero. Nella primavera del 1953 Felici si iscrisse a Unità Popolare (UP), nella quale confluirono il Movimento di autonomia socialista e i seguaci di Parri, che lasciò il Partito repubblicano, già approdo della Concentrazione. Alle elezioni del 7 giugno UP concorse con 170.000 voti a far fallire il largo premio di seggi previsto per il partito o coalizione che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti validi: la cosiddetta “legge truffa”, che aveva diviso nettamente il Paese. Nel 1957 i socialisti di UP confluirono nel Partito socialista; Parri e altri privilegiarono l'unità della “memoria partigiana”. Altrettanto fece Panfilo, sempre più solitario dopo la morte di Bianco, morto durante una delle escursioni in montagna, organizzate con Soria e Mina per ritemprarsi e contrapporsi alla “palude”. A Panfilo rimase la “protesta”. La difficoltà di parola dei suoi ultimi tempi forse fu rifugio. Non era uomo da “chiacchiere”. Gli restò il conforto dei libri e della “conversazione” attraverso gli occhi, vivacissimi sempre, con le espressioni argute del volto e qualche imprecazione rattenuta e accompagnata dal volteggiare del bastone al quale si reggeva, tra l'una e l'altra sosta. Arrancando sul viale degli Angeli, dai larghi marciapiedi di Cuneo o da piazza Martiri della Libertà cercava il profilo delle Montagne. Come Socrate viveva di Parole. E confidava nei discepoli.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Arturo Felici, Commissario politico del I Gruppo divisioni “G.L.”, equiparato a tenente colonnello; Patriota (certificato firmato dal Maresciallo Harold Alexander), Partigiano (brevetto firmato da Parri, Enrico Mattei, Luigi Longo...), cittadino onorario di Cuneo (1947), Croce al Merito di Guerra, componente del consiglio direttivo dell'Anpi. Nel dopoguerra suoi referenti furono “Il Ponte”, fondato da Piero Calamandrei, “Il Mondo” e “L'Astrolabio”. Molte sue lettere sono in “Giellisti” (Cassa di Risparmio di Cuneo, vol. 3°, 1997) e in “Pensiero ed azione di Dante Livio Bianco” (Milano, Centro Puecher, 1967). Altre, parte ancora inedite, vennero affidate a uno storico “a futura memoria”.