Di Aldo A. Mola 

Si discuterà molto e a lungo sulle radici prossime e remote del conflitto in corso nell'Europa Orientale. Vanno ricordate alcune premesse: 1) l'Impero di Russia (comprendente l'Ucraina) e il Regno di Prussia, che all'epoca si spartivano la Polonia insieme all'Impero d'Austria, nel luglio 1862 furono tra i primi Stati a riconoscere il neonato Regno d'Italia; 2) La Russia è parte integrante dell'Europa; 3) Le dichiarazioni di guerra furono spesso pretestuose (come quella dell'Italia contro la Germania nella Prima Guerra Mondiale).

Non fare agli altri...

Alle 13.30 del 26 agosto 1916 il ministro degli Esteri del governo italiano, barone Sidney Sonnino, inviò al marchese Raniero Paulucci de’ Calboli, ministro plenipotenziario a Berna, il telegramma 1193/30, con l’avvertenza: Riservatissimo per Lei solo. Decifri Ella stesso. Conteneva le motivazioni della guerra dell'Italia all'Impero di Germania con effetto dal 28 seguente.

Sin dall’agosto 1914, con l’approvazione di Vittorio Emanuele III, il suo predecessore marchese di San Giuliano aveva autorizzato l'ambasciatore  Londra Guglielmo Imperiali a continuare le «conversazioni» con il ministro degli Esteri britannico Grey, che sollecitava il governo italiano a cambiare alleanze, informando che la Gran Bretagna si sarebbe battuta sino alla vittoria piena contro l’egemonia degli Junkers tedeschi e mettendo in guardia dall’«impressione disastrosa» che avrebbe suscitato in Inghilterra l’eventuale intervento dell’Italia a fianco delle Potenze centrali in una guerra ormai incardinata su una questione «morale»: la lotta contro il militarismo teutonico.

Anche quando nel marzo 1915 ripresero le «conversazioni» con i rappresentanti dell’Intesa a Londra, Roma eluse l'argomento, benché la guerra contro la Germania fosse implicita nella sua adesione alla Triplice anglo-franco-russa. La complessa trattativa seguente fu condotta con la riserva mentale di disattendere l'applicazione dell’accordo finale. Nella primavera 1915 non vi erano fondati motivi di ostilità contro l’Impero germanico. Il 4 aprile Giacomo Rattazzi scrisse a Giovanni Giolitti: “Ma la Germania? La frase in voga è che noi chiuderemo le nostre guerre d’indipendenza nazionale: potrà darsi. Ma apriremo un conto con il popolo tedesco, il quale non dimentica; e il saldo, se anche si farà aspettare, verrà certamente. Perché non è ammissibile che una razza, la quale numericamente s’avvicina ai cento milioni di individui, una razza colossale per grado di coltura e per capacità d’espansione si lasci precludere stabilmente ogni via verso il sud. Ma l’odio sarà anche più profondo e più travolgente della voce di qualsiasi interesse: i tedeschi – Ella li conosce quanto me e meglio di me – non vivranno che per trarre vendetta del nostro tradimento. E quando questa scenderà – favorita dal risorgere con l’eventuale occupazione di Costantinopoli, dell’antico e permanente antagonismo anglo-russo – sarà feroce, sarà spietata, sarà gigantesca. E se un esercito tedesco entrerà nell’Alta Italia, si può star certi che non vi lascerà in piedi né un opificio, né un molino, né un fattoria”.

Il 26 aprile 1915 il governo sottoscrisse l’arrangement di Londra nell’illusoria previsione che le ostilità sarebbero durate pochi mesi, sicché non vi sarebbe stato motivo di dichiarare guerra alla Germania. Tale certezza non fu intaccata nemmeno dall’ingresso dell’Impero turco-ottomano nel conflitto. Lo scenario mutò drasticamente nel giugno 1916, dopo la cosiddetta “spedizione punitiva” austriaca. Il suo iniziale successo venne attribuito all’aiuto germanico diretto (non documentato). L’avanzata nemica verso Vicenza fece temere il peggio: la frantumazione dell’esercito italiano in due tronconi, l’avvolgimento alle spalle delle sue armate sul fronte orientale e il conseguente crollo del Paese. Essa mise in evidenza l’assenza di coordinamento politico-militare tra gli Stati dell’Intesa, più volte ma invano auspicato dal Comandante Supremo, Luigi Cadorna. Gli Alleati avevano però buon gioco a rispondere che l’Italia doveva onorare l’impegno del 26 aprile 1915. Il 20 giugno 1916 Ferdinando Martini annotò nel Diario che alla Conferenza economica di Parigi il ministro delle Finanze Edoardo Daneo aveva trovato molta cordialità nei delegati francesi, ma profonda diffidenza negli inglesi proprio perché l’Italia non aveva ancora dichiarato guerra alla Germania.

Il 7 luglio 1916 Sonnino annotò nel Diario: “Eventualità dichiarazione nostra guerra con la Germania. Suppongasi che Rumenia mettesse per condizione per entrare lei. Si potrebbe anche suggestionarla a ciò”. La Romania era orientata a dichiarare guerra al solo Impero austro-ungarico, mentre la Russia ne chiedeva «come minimum eguale dichiarazione di guerra alla Bulgaria e alla Turchia». In quello scenario il 6 luglio Cadorna, l'unico dotato di una visione strategica del conflitto, aggiunse il timore che l’esercito svizzero si unisse agli austro-germanici: un pericolo «gravissimo». Chiedeva pertanto di essere “costantemente informato sulla situazione politica”. Ma venne ripetutamente tenuto all'oscuro. L’11 seguente Imperiali riferì a Sonnino che gli Alleati avrebbero comunicato i loro progetti generali solo quando l’Italia avesse dichiarato guerra alla Germania.

Il fallimento dell’offensiva russa contro l’Austria-Ungheria, deliberata su richiesta personale di Vittorio Emanuele III a Nicola II, non incoraggiò Roma a compiere il passo ormai difficilmente rinviabile, come Sonnino scrisse a Salandra il 10 agosto: “Già più volte si è tentato di chiarire cogli alleati la questione cui accenni [la posizione dell’Italia nella ventilata spartizione dell’impero turco, N.d.A.], ma si è sempre avuto per sola risposta, sotto forme diverse: Ne parleremo quando si sarà chiarita la vostra posizione con la Germania”.La pressione degli Alleati salì di tono. Di rientro da Londra il generale Alfredo Dallolio lo riferì a Boselli. Anche in banchetti ufficiali era stato assillato da domande e da raccomandazioni ormai simili a intimazioni: «Perché non dichiarate la guerra alla Germania? Sbrigatevi a dichiarare la guerra alla Germania». «Se non dichiarate la guerra alla Germania ve ne pentirete».

A metà luglio la decisione parve matura, ma fu ancora rinviata. Il 6-9 agosto Cadorna mise a segno la vittoriosa avanzata del generale Luigi Capello su Gorizia. Dopo un anno di “spallate” in pochi giorni furono espugnati i Monti Sabotino (successo personale di Pietro Badoglio) e San Michele e venne liberata la città. Preparata con ampia, rapida e accurata manovra, l’offensiva però si esaurì dinnanzi alla tenace resistenza degli austro-ungarici arroccati sui monti sovrastanti Gorizia. La ripresa dell’offensiva da parte dell’Italia avrebbe richiesto mesi per rincalzare truppe e mezzi. Proprio quella vittoria mostrò i limiti della capacità bellica complessiva delle forze armate e, più ancora, del Paese, chiamato a sorreggere e ad alimentare l’opera dell’esercito. Dieci giorni dopo l’ambasciatore a Parigi, Tommaso Tittoni, riferì a Sonnino che, parlandogli non come ministro ma come amico, Aristide Briand gli aveva detto che gli avvenimenti conducevano necessariamente «nell’interesse dell’Italia e non per far piacere ad altri, alla dichiarazione di guerra e che quindi fosse per l’Italia giunto il momento se non di fare tale dichiarazione per lo meno di considerarne eventualità».

In cerca del pretesto

Dopo la pausa ferragostana il dado fu tratto. La guerra alla Germania venne deliberata nel corso dell’ottava seduta del governo Boselli, il 24 agosto 1916. Il suo verbale (inedito) recita: «Si approva un ordine del giorno – che rimane presso la Presidenza – per far entrare nel patrimonio dello Stato il palazzo di Venezia. Su proposta del Presidente del Consiglio si delibera di assecondare le proposte del gen. Cadorna per aumentare di quattro divisioni formazioni dell’esercito […]. Il Consiglio, udita la relazione del Ministro degli Esteri, delibera in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, e autorizza il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dare seguito alla deliberazione presa». Il governo andò al centro della questione: la «conformità degli impegni assunti con gli alleati» aveva poco da vedere con le motivazioni addotte nel telegramma di Sonnino a Paulucci de’ Calboli, nella quale invano si cercherebbe un «fatto» circostanziato: la prova inoppugnabile che la Germania era “andata in aiuto” dell’Austria-Ungheria con uomini e mezzi tali da creare il casus belli e da giustificare la guerra. Gli «atti di ostilità» tedeschi lamentati da Roma (come la consegna agli austriaci dei prigionieri di guerra italiani evasi dai campi di concentramento asburgici e rifugiatisi in Germania) rientravano nel novero delle questioni da rimettersi ad arbitrati, al pari del contenzioso sulle pensioni dovute ai lavoratori italiani e a quello su questioni bancarie e finanziarie: vertenze che non giustificavano certo una guerra. Destituita di fondamento era infine l’imputazione principale: il sostegno tedesco al «vaste effort» austro-ungarico nel maggio-giugno precedente. Preparata per mesi, la “spedizione punitiva” aveva mirato a far crollare l'Italia prima che, non ancora entrata a pieno titolo nella guerra europea, essa ricevesse adeguato concorso militare e finanziario da parte dei suoi avari e sospettosi alleati e divenisse quindi più pericolosa.

Alle 13.40 del 27 agosto Sonnino telegrafò agli ambasciatori d’Italia a Londra, Parigi, San Pietroburgo e a Bucarest: «In seguito agli atti sistematicamente ostili succedentisi con crescente frequenza ed esplicantisi con effettiva partecipazione bellica e con provvedimenti economici d’ogni forma a danno dell’Italia da parte della Germania, il R. Governo non ritenendo tollerabile uno stato di cose che aggrava lo stridente contrasto tra situazione di fatto e di diritto già risultante dalla alleanza dell’Italia e della Germania con due gruppi di Stati in guerra tra loro, ha notificato al Governo germanico, a mezzo del governo svizzero che, a datare al giorno 28 corrente, l’Italia si considera in stato di guerra con la Germania». La dichiarazione del 25 agosto non fece dunque che dare atto di quanto già deliberato sedici mesi prima.

Lo stesso 28 agosto la Romania entrò in guerra a fianco dell’Intesa, con quindici mesi di ritardo rispetto alla decisione lasciata intravvedere nella primavera 1915. Il suo intervento all’epoca forse sarebbe stato risolutivo. Nel 1916, invece, si tradusse in vantaggio per la Germania, che non tardò a vincerla, a soggiogarla e a utilizzarne le risorse.

Il 28 agosto 1916 Salandra sollecitò Sonnino: «Adesso che la guerra alla Germania è dichiarata e che quindi non ci si può opporre i soliti fin de non recevoir io insisto [...] che ci occorre conoscere i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell’Impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l’Asia minore. […] Scusami se insisto, non per ragioni subiettive di amor proprio e di responsabilità, ma perché mi pare che le accennate questioni siano di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci è altra guerra da dichiarare».

Sonnino rispose vari giorni dopo, molto elusivamente. Il 17 settembre affidò la sua amarezza al Diario. Dopo la dichiarazione di guerra all'impero turco-ottomano (19 agosto 1915) aveva chiesto di essere messo a parte degli accordi tra le potenze dell'Intesa sugli Stretti e sull'Asia Minore, ma per un mese venne “rimandato da Erode a Pilato” con pretesti e la promessa di comunicazione di un loro sunto: «Ora a tutto questo io mi ribello [...] Noi volevamo essere alleati, volevano essere leali e cordiali amici dei nostri compagni d’arme; ma l’Italia non si sarebbe mai rassegnata a fare la parte di cliente, o di protetta di questa o di quella potenza o gruppo di potenze. Mille volte meglio restare soli ed isolati. [...] Io non posso accettare per conto del mio paese la parte che ci si vorrebbe far rappresentare d’inferiorità e di pupillaggio. Me ne vado piuttosto dal posto che occupo dicendo ai miei concittadini che condannino pure me perché ho mancato di prudenza e di accorgimento fidandomi nella lealtà, nella buona fede, nel senso di equità, e anche nella chiarezza e larghezza di vedute dei governi alleati». In realtà i suoi obiettivi (sostituire la declinante Austria-Ungheria nell’egemonia sull’Adriatico e tenerne lontana la Serbia con l'occupazione della costa dalmatica e di Valona) erano del tutto contrastanti con quelli degli jugoslavi e dell'impero russo, loro potente alleato e tutore.

Nell’anno seguente il governo di Roma poté ritenersi ancor più libero per il crollo dello zar e per il successivo collasso istituzionale, politico, militare e sociale della Russia; ma tra l’ottobre e il novembre del 1917 dovette fare i conti con il peso dell’intervento germanico sul fronte italiano anche con i Cacciatori Alpini, un corpo scelto, tra i cui ufficiali si segnalò il giovane Erwin Rommel. Per quanto paradossale, Sonnino rimase sino all’ultimo fautore della sopravvivenza dell’impero austro-ungarico. Come tanti “politici” europei non capì la svolta segnata dai Quattordici punti del presidente degli Stati Uniti d’America, Wilson, niente affatto collimanti con i propositi dell’Intesa né con quelli dell’Italia.

Il 30 agosto 1916, commentando nel Diario l’«inevitabile avvenuto», Ferdinando Martini ricordò che da presidente del Consiglio Salandra era sempre stato prudentemente avverso a rompere con l’Impero tedesco, trattenuto “dal pensiero che il paese questa dichiarazione di guerra alla Germania non la voleva”.

Il ritorno della “questione romana”

I pochi ministri informati del testo del Memorandum del 26 aprile 1915 non potevano nascondersi le possibili ripercussioni della dichiarazione di guerra all’Impero germanico sotto un profilo tanto delicato quanto eluso dai quotidiani e in Parlamento: il sostegno che il regno di Baviera (che faceva parte dell’Impero germanico) avrebbe recato alla Santa Sede, affiancando gli altri Stati che, prevalentemente cattolici o meno, avevano propri ambasciatori presso il papa o si accingevano ad accreditarvi rappresentanti diplomatici: non solo la Spagna, dunque, ma anche la Gran Bretagna, che non poteva certo ignorare né sottovalutare il peso dei cattolici nel proprio seno, mentre la questione irlandese viveva pagine tragiche. Non per caso proprio nel gennaio 1917 la «Rivista Massonica», mensile ufficioso del Grande Oriente d’Italia inopinatamente denunciò le “mene temporalistiche del Vaticano” e sollevò irosamente la questione della partecipazione del Papa al futuro congresso di pace, così mostrandosi ignara dell’art. XV dell’accordo di Londra, che la escludeva.

Il governo Boselli-Sonnino si guardò dal chiarire che secondo l'accordo di Londra la “questione” era al sicuro. Non lo fece sino a quando i bolscevichi rinvennero il documento nel Palazzo d'Inverno e lo pubblicarono, suscitando enorme imbarazzo al governo di Roma, che per fronteggiare l'impero austro-ungarico, bastione della Santa Sede, aveva bisogno di non urtare i cattolici italiani. La polemica esplose su impulso di Ernesto Nathan, rieletto Gran maestro dopo le dimissioni di Ettore Ferrari, travolto dalle polemiche sulla condotta della delegazione italiana al Congresso di Parigi delle massonerie dei Paesi dell’Intesa o neutrali (28-30 giugno 1917). A quel punto neutralisti e pacifisti vennero additati quali nemici da schiacciare come serpi. Il fanatismo contro la Germania, alimentato dal governo e da chi lo sorreggeva, raggiunse toni esasperati destinati a invelenire gli animi e a pesare nel tempo. Per l'eterogenesi dei fini vent'anni, dopo l'Italia strinse il patto di acciaio con la Germania di Hitler. Sappiamo come finì.

E il Re? Come noto, il «Diario» di Vittorio Emanuele III (posto che sia esistito) non ci è pervenuto. Il suo Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896 comprende poche asciutte righe: «1915 [...]. Maggio 24. Guerra all’Austria. Agosto 19. Guerra alla Turchia. Ottobre 19. Guerra alla Bulgaria. Ottobre 21. Attacco fallito al Sabotino. Viva sempre l’Italia!!» e «1916. Agosto 8. Presa di Gorizia. 28. Guerra alla Germania […]. Ora più che mai Viva l’Italia!!».

Aldo A. Mola