1911
IL GRANDE ORIENTE SORVEGLIATO
NON SALÌ ALL'ALTARE DELLA PATRIA

Sotto osservazione, il Grande Oriente vorrebbe figurare...

Quasi cinquant'anni dopo la sua rinascita (1859-1862), nel 1905 la Massoneria recuperò a fatica un'organizzazione unitaria: il Grande Oriente d'Italia (GOI). La comunità massonica era l'unica “associazione” presente in quasi tutte le regioni del Paese, nelle Colonie e in molti Stati esteri, anche lontani. Aveva rapporti ufficiali con analoghe Istituzioni di altri Paesi, a cominciare da Francia, Spagna, Germania ed era vista con benevolenza dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra, da molti (ma non dal Grande Oriente di Francia) considerata fonte universale di regolarità e legittimità universale. Il GOI, però, non era un'associazione qualunque, bensì un Ordine Iniziatico. Con il gran maestro Ettore Ferrari nel 1905 si dette una nuova Costituzione con l'obiettivo dichiarato di affermare in Italia ordinamenti democratici e sociali. Comprendeva mazziniani, garibaldini, protosocialisti e libertari, a volte con venature anarchiche, e liberali di varia tendenza. Non escludeva neppure i cattolici osservanti, se fedeli allo Stato. Rivendicava il merito di aver “fatto l'Italia” con patrioti come Giuseppe Garibaldi e un lungo elenco di “profeti” e di “martiri”, dal Settecento alle cospirazioni costituzionali e alle “patrie battaglie” per l'indipendenza e l'unità. Nel 1908 una delle organizzazioni interne del GOI, il Supremo consiglio del Rito scozzese antico e accettato, a sua volta forte di legami internazionali, si scisse su una questione rilevante. In febbraio alla Camera una parte dei deputati massoni non approvò la mozione del socialista riformista Leonida Bissolati (la cui affiliazione massonica non è documentata) volta a proibire l'insegnamento della religione nella scuola dell'obbligo. Quei deputati si schierarono con il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, secondo il quale erano le famiglie a decidere se i figli potessero avere insegnamento di religione (che non vuol dire “indottrinamento”) in ore, sedi e da maestri abilitati a impartirlo. Considerati ribelli alle direttive dell'Ordine, furono sottoposti a processo massonico e radiati. Guidati da Saverio Fera, pastore evangelico, una parte dei componenti del Supremo consiglio scozzesista disconobbe la decisione, e rimase in carica e due anni dopo dette vita alla Serenissima Gran Loggia d'Italia. La Massoneria risultò divisa in due comunità, mai più riconciliate. Secondo illazioni non documentate quella scissione fu pilotata, per il tramite del massone Giovanni Camera, dallo stesso Giolitti, che non accettava interferenze esterne nella vita parlamentare, la cui libertà era garantita dall'articolo 41 dello Statuto Albertino: «I deputati rappresentano la Nazione in generale […]. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori», ricalcato dall'articolo 67 della Costituzione della Repubblica, a tenore del quale «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», neppure di partiti, altre associazioni o Ordini. Il governo vigilava sulle comunicazioni al pubblico (come manifesti, annunci nei periodici, ecc.) per impedire che esse incitassero gli animi contro le Istituzioni. Anche il Grande Oriente d'Italia era sotto occhiuta osservazione. I suoi “proclami” passavano al vaglio della “sicurezza”, in base alla legge sulla stampa. Il 13 settembre 1911, vigilia della celebrazione di Porta Pia da parte del sindaco di Roma Ernesto Nathan, già gran maestro, il capo ufficio del Grande Oriente, Giulio Bacchetti, informò Ettore Ferrari, gran maestro in carica: «Manifesto. La Questura – o meglio il Ministero, perché i manifesti nostri sono sempre mandati al Ministero – ha desiderato la soppressione delle parole “del privilegio” nel manifesto presentato per il visto e del quale accludo copia. Per la verità lo ha fatto più con la forma di preghiera che con quella d’imposizione e, forse, insistendo, l’avrebbero lasciata passare. Ma io mi sono trovato nella condizione che, togliendo la parola, avevo subito il visto e potevo far stampare; invece insistendo avrei perduto un giorno e forse il manifesto non sarebbe giunto in tempo nei luoghi più lontani: occorrono ancora tre giorni per la stampa di 7500 copie e la fattura dei relativi pacchi: ho creduto di far meglio togliendo quella parola, tanto più che il manifesto rimane lo stesso.» Altre e molto più gravi di una censura linguistica erano state le amarezze vissute dal gran maestro nei mesi precedenti. La vera festa del Cinquantenario del regno d'Italia non si svolse il 27 marzo 1911, data a suo tempo decisa dal presidente del Consiglio Luigi Luzzatti, ma coincise con quella dello Statuto, fissata, come di consueto, la prima domenica di giugno. Essa fu celebrata con lo scoprimento della statua di Vittorio Emanuele II al Vittoriano e con l’allocuzione da Giolitti rivolta al re, presenti le supreme autorità militari e civili.  

...ma lo Stato lo escluse

Ancor più di quanto era avvenuto per i funerali di Umberto I nell’agosto 1900, la gran maestranza fece il possibile per intervenire da protagonista nelle celebrazioni del Cinquantenario, onde ostentare il ruolo svolto dalla Famiglia nell’avvento e nell’ascesa della Terza Italia. Però, poiché l’“area sacra” fu riservata alle Istituzioni militari e civili, il Grande Oriente ne venne escluso. Il 26 maggio, a ridosso della solenne cerimonia, Ferrari avvertì i Fratelli: «Siamo ora ufficialmente informati che alla inaugurazione del monumento […] per la ristrettezza del luogo in relazione al grandissimo numero di rappresentanti dello Stato, delle Provincie, dei Comuni e dei Corpi Militari, che dovranno parteciparvi, il Ministero dell’Interno [cioè Giolitti, N.d.A.] ha disposto che non possano ammettersi le Associazioni civili di qualsiasi natura. Perciò si rende impossibile l’intervento dell’Ordine e quindi le Loggie sono dispensate dall’inviare Rappresentanze e Bandiere.» Per Ferrari fu una doppia sconfitta, sia per il declassamento dell’Ordine (che dai tempi di Adriano Lemmi si proponeva “milizia templare della democrazia”) a semplice “associazione non riconosciuta”, sia perché, se avesse avuto una posizione d’onore al Vittoriano, avrebbe oscurato la Gran Loggia d’Italia. Questa non si mise in lizza e quindi non subì alcun contraccolpo. D’altronde lo Stato non aveva motivo di decidere, con un invito formale a una cerimonia di tale importanza, quale delle due Comunità massoniche italiane fosse legittima e sovrana. Il governo escludeva di avere competenze su questioni iniziatiche: era quindi impensabile rivolgersi al magistrato ordinario per dirimere conflitti tra Comunità  liberomuratòrie. Il gran maestro forse dimenticava l’allarme da lui improvvidamente gettato con la circolare del 5 novembre 1910, quando si profilava il cambio alla presidenza del Consiglio. Vi spiegò quali dovessero essere fisionomia e funzioni dei partiti politici, l’opera del governo, il ruolo della “granitica compagine dell’Ordine” e incautamente ammonì: «Una triste ora incombe sulla democrazia italiana. Quando il paese si volgeva ad essa con più intensa fiducia, con più viva speranza, la vede di un tratto agitata e turbata da discordie e da diffidenze, che indeboliscono le sue forze, diminuiscono il suo prestigio, ridestano e ravvivano le aspirazioni degli avversari.» Contrariamente a quanto asserito da Ferrari, la democrazia parlamentare non correva alcun pericolo. Semplicemente, d’intesa con il re, Giolitti sarebbe tornato alla presidenza in successione a Luzzatti, come infatti avvenne, senza alcun trauma, a parte la drastica riduzione dell’influenza di alcuni ambienti e della rappresentatività di Nathan: sindaco di Roma ma non portavoce del governo e dell'“idea di Italia”. Il nuovo governo non risultò molto difforme dal precedente. Quello presieduto da Luzzatti era stato imperniato su ministri che avevano chiesto il benestare di Giolitti. Fu il caso del massone Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, agli Esteri, di Luigi Facta alle Finanze, di Francesco Tedesco al Tesoro, di Ettore Sacchi ai Lavori Pubblici e di Luigi Credaro alla Pubblica istruzione. Giolitti infine aveva voluto il fido albese Teobaldo Calissano sottosegretario all'Interno, a ridosso di Luzzatti, per conoscerne anche i più segreti pensieri. Nel quarto governo lo Statista confermò tutti i ministri già in carica e chiamò il massone Camillo Finocchiaro Aprile alla Giustizia. Calissano fu nominato ministro di Poste e telegrafi.   

Il GOI tra Congresso internazionale e impresa di Libia

Il 15 gennaio 1911 il Consiglio dell’Ordine fu chiamato a deliberare su temi, programma e regolamento del Congresso massonico internazionale, indetto per il Venti Settembre, nel quadro delle feste per il cinquantenario del regno. Esso era stato previsto per il 1908, ma la sua realizzazione era stata rinviata per la già ricordata crisi del Supremo Consiglio e la divisione della Comunità in due tronconi. Il settembre del 1911 non fu molto più felice. Le circolari e le istruzioni per la sua realizzazione si susseguirono con ritmo spasmodico. Il 9 marzo il gran segretario Carlo Berlenda deplorò che «in questi ultimi tempi spesseggiavano troppo le domande di sussidio da parte di sedicenti Massoni esteri» in vista dell’imminente celebrazione, e inviò minute disposizioni per il buon governo delle logge e i loro rapporti con il GOI. Il 21 aprile Ferrari diramò il programma del Congresso, chiedendo conferma di partecipazione entro il 31 luglio. Tra i cinque temi primeggiò «Quale azione debba esercitare la Massoneria per impedire che qualsiasi potere ecclesiastico eserciti influenza sullo Stato laico, ed ostacoli il libero svolgimento del progresso sociale». Il 10 agosto, quasi rivendicate a merito dell’Ordine le Esposizioni di Roma e di Torino, Ferrari tornò sul tasto dolente: «l’Ordine, nella sua collettività, ufficialmente, non intervenne a nessuna manifestazione: i suoi labari non ascesero all’Arce capitolina quando le Rappresentanze dello Stato e dei Municipi inaugurarono il Monumento che consacra ed infutura nella città Eterna l’Unità della Patria”. In vista di quel Venti Settembre, egli annunciò: «i Delegati della Massoneria Universale e tutti i fratelli delle Loggie italiane […] all’ondeggiare delle nostre verdi bandiere, porteranno, pellegrini devoti alla libertà e alla scienza, alle sacre mura in cui la Breccia si aperse, la espressione sincera e gagliarda dell’anima del popolo, e rinnoveranno il proposito irremovibile che la grande conquista non sia vana per la rivendicazione di tutti i diritti, per l’adempimento di tutti i doveri, per la soppressione di tutti i privilegi, per il regno auspicato della giustizia, della fraternità e della pace.» Apposita commissione avrebbe distribuito le tessere prepagate per la partecipazione al banchetto finale, dieci lire a coperto, e provveduto «per gli alloggi e per tutto quanto possa occorrere» ai pellegrini. Alla Questura la “soppressione di tutti i privilegi”, tanto più contrapposta al “regno della giustizia” suonò nuovamente assai male. Il GOI metteva in discussione la Monarchia costituzionale, il cui titolare non mancava di “privilegi”? Come di consueto, ne nacque una concitata trattativa. Bacchetti ne riferì a Ferrari: «Per avere il via libera alla pubblicazione del manifesto la Giunta aveva stabilito di far parlare il F∴ (Giovanni) Camera o il F∴ (Salvatore) Barzilai con l’on. (Sandrino) Fortis (giolittiano, già presidente del governo e massone di lungo corso). Il Questore, confidenzialmente e riservatamente, ha detto al F∴ (Giuseppe) Leti che in quanto riguarda la Massoneria la Questura figura ma non conta niente e che, in sostanza, non fa che eseguire gli ordini che gli vengono direttamente dal Ministero degli Interni. Io dubito che, per ragioni burocratiche, avendo l’Autorità già risposto [negativamente, N.d.A.], non sarà facile ottenere il permesso della pubblicazione integrale del manifesto; ma la informazione ci sarà utile un’altra volta, perché facendo subito e contemporaneamente dei passi al Ministro, questi darà subito una risposta definitiva senza doversi contraddire.» Quel settembre 1911, però, vide addensarsi ben altre nubi sul Grande Oriente: l’ultimatum del governo italiano alla Sublime Porta e la dichiarazione di guerra all’impero turco-ottomano, seguita dallo sbarco a Tripoli. Tempi e modi furono decisi dal re in un incontro con Giolitti (17 settembre), che due giorni dopo scrisse alla moglie di essere andato in gran segreto al Castello Reale di Racconigi anziché a Bardonecchia, come, per depistare ogni indizio sulla sua “missione in Piemonte”, le aveva detto alla vigilia della partenza da Roma. Anche il Grande Oriente fu colto di sorpresa. Solo il 29 settembre Ferrari scrisse: »I colori della Patria veleggiano verso Tripoli» e ammonì: «Qualunque possa essere il pensiero individuale, rispettabile sempre, di ciascun fratello sull’opera dei reggitori, il dovere della Massoneria […] è quello di attendere gli eventi con animo sereno e con salda coscienza, augurando che il nostro tricolore, impegnato in una contesa di predominio civile e di progresso umano, sia baciato dal sole della vittoria.» Ferrari prese atto delle divisioni dell’Ordine sugli “eventi”, raccomandò attesa e “augurò” la vittoria: un messaggio acido per il palato del governo. Il GOI faticò a scrollarsi di dosso la taccia d’indulgenza nei confronti del “governo dei Giovani Turchi”, notoriamente influenzati dalla massoneria e una cui folta delegazione era stata ricevuta a Palazzo Giustiniani, sede del GOI. Insinuazioni a parte, dall’inizio dell’impresa l’Ordine fu scavalcato da giolittiani, radicali, socialriformisti, frazioni del partito repubblicano e, ciò che più contò, dai nazionalisti e dai cattolici, inneggianti alla “seconda Lepanto”. Mentre anche il premio Nobel per la Pace, Teodoro Moneta, si schierava a sostegno della dichiarazione di sovranità dell’Italia su Tripolitania e Cirenaica e delle operazioni militari e diplomatiche conseguenti, Palazzo Giustiniani stentò a darsi immediatamente una linea netta. Perciò si espose all’attacco dei nazionalisti. Il 4 novembre 1911, quando il governo dichiarò la sovranità dell’Italia sulla Libia, Ferrari datò la circolare numero 80: «Dai lontani lidi dell’Africa, giunge, con l’eco delle vittorie, il grido dei Forti che cadono gloriosamente per la nuova affermazione della civiltà italica. Quel grido commette alla Patria la sorte degli orfani, delle spose e delle madri dei caduti.»   

L'offensiva antimassonica dei nazionalisti

L'anno seguente passarono dai giornali alle aule parlamentari le polemiche sul rischio che l'appartenenza alla massoneria potesse sovvertire la disciplina nell'esercito se un graduato ricoprisse in loggia un grado superiore a quello di chi gli impartiva ordini secondo la gerarchia militare: tema ghiotto per i massonofobi e subito fatto proprio da “L’Idea Nazionale”. Il settimanale dei nazionalisti organizzò l'inchiesta sulla «compatibilità di una associazione segreta, qual è la Massoneria, […] con le condizioni della vita pubblica moderna», sulla rispondenza della Libera Muratoria alle tendenze del pensiero contemporaneo del «razionalismo materialistico e dell'ideologia umanitaria e internazionalistica» cui la Massoneria si ispirava, e se «l’azione palese e occulta della Massoneria nella vita italiana, e particolarmente negli istituti militari, nella magistratura, nella scuola, nelle pubbliche amministrazioni, si risolva in un beneficio o in un danno per il Paese». Le risposte, soprattutto di ufficiali superiori, docenti universitari e opinionisti prestigiosi, si risolsero in una raffica di “no”, che mise il GOI in grave imbarazzo e gli suggerì di dotarsi di un periodico, “L'Idea democratica” per replicare. Era però difficile rimediare al danno generato da talune affermazioni fatte da massoni nell'esercizio di cariche pubbliche. Continuò a rimbombare l'eco del discorso pronunciato da Nathan il 20 settembre 1910. A fronte della Città da lui egregiamente amministrata con la moltiplicazione di asili e di scuole elementari, con un piano urbanistico preveggente e con la realizzazione di opere pubbliche destinate a farlo ricordare per sempre quale sindaco lungimirante ma attento alla parità del bilancio comunale, Nathan si spinse ad additare all'esecrazione «un’altra Roma, prototipo del passato, [che] si rinchiude in un perimetro più ristretto delle mura di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri dell'antico Egitto, il contatto con l'aria libera abbia a risolverla in polvere. Da lì, dal fortilizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il regno dell'ignoranza […] la proscrizione contro gli uomini e le associazioni desiderosi di conciliare le pratiche e i dettati della loro fede con gli insegnamenti dell'intelletto, della vita vissuta, delle aspirazioni morali e sociali della civiltà. Come nella materia cosmica in dissoluzione, quella città, alle falde del Gianicolo, è il frammento di un sole spento, lanciato nell'orbita del mondo contemporaneo…». Quel discorso fu imbarazzante anche per chi, non osservante, non poteva ignorare che la chiesa di Pio X non era affatto “un sole spento”. Il pontefice aveva fatto genuflettere la maggior parte dei modernisti, incluso Antonio Fogazzaro, che ci rimise il conferimento del premio Nobel per la letteratura, pertanto assegnato al massone Carducci. Non solo. A prescindere dall'articolo 1 dello Statuto, era chiara la funzione “super partes” della pubblica amministrazione, i cui titolari erano (come sono) tenuti ad adempiere le loro funzioni «con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi previsti dalla legge». La bussola del pensiero liberale era stata indicata da Giolitti: Stato e Chiesa sono due parallele, tenute a evitare reciproche interferenze, fermo restando che spetta allo Stato garantire libertà di culto e di pratiche confessionali non contrastanti con le leggi: caposaldo originario proprio della Libera Muratoria. 

Aldo A. Mola

 DIDASCALIA: Il “Giordano Bruno” in Campo dei Fiori a Roma, l'opera più famosa di Ettore Ferrari (Roma, 1845-1929), scoperto il 9 giugno 1889 mentre, assente il governo,  garrivano centinaia di labari massonici. Sul filosofo arso vivo in Rona il 17 febbraio 1600 v. Ito Ruscigni, Processo a Giordano Bruno e a Galileo Galilei, ed. Giuseppe Laterza, 2026.   Repubblicano intransigente, membro del segretissimo Circolo dei diritti dell'uomo, (Roma, vivaio di grandi maestri), deputato del Collegio di Spoleto dal 1882 al 1892, gran segretario e poi gran maestro del Grande Oriente d'Italia dal 1904 al 1917, sovrano gran commendatore del Rito scozzese antico e accettato, antifascista e perseguitato (la sua abitazione venne saccheggiata), Ferrari fu scultore di fama mondiale. Gli si deve, fra altro, il monumento di Giuseppe Mazzini all'Aventino (1949).