
Ci sono momenti della storia in cui un’intera comunità viene messa alla prova oltre ogni limite immaginabile. Momenti in cui ciò che sembrava stabile – la casa, la lingua, la terra, persino il proprio nome – viene improvvisamente messo in discussione. È in quei momenti che si misura la fragilità dell’essere umano ma anche la sua capacità di resistere. Le vicende delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata appartengono a questa dimensione: non solo un trauma storico, ma un trauma umano. Migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia si trovarono a vivere l’assurdo di essere perseguitate da una dittatura comunista non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che erano state. E quando l’identità diventa colpa, tutto il resto vacilla. Eppure, in mezzo a questa frattura, accadde qualcosa di profondamente umano. La sofferenza, che avrebbe potuto isolare, chiudere, spezzare, divenne invece un legame. Nei campi profughi – come il Silos di Trieste, dove intere famiglie vissero per anni in condizioni durissime – nacque una comunità nuova, fatta di sostegno reciproco, di gesti semplici che tenevano viva la dignità. Chi aveva perso tutto trovava conforto nel sapere che altri avevano vissuto lo stesso dolore. Chi non aveva più una casa scopriva che una casa può essere anche una mano tesa, una parola gentile, un volto amico. Erano uomini perseguitati, ma non vinti. Erano famiglie sradicate, ma non disperse. Erano italiani privati della loro terra, ma non della loro umanità. Che cosa tiene unita una persona quando tutto ciò che la definiva viene strappato via? Ad unire, quando tutto crolla, non è la terra sotto i piedi, ma le persone accanto a noi.
È la capacità di riconoscersi negli altri, di condividere la paura e trasformarla in forza comune.
È la comunità che nasce anche nelle condizioni più dure dove chi aveva perso tutto scopre che la solidarietà può diventare una nuova casa. Quando tutto ciò che definiva una persona viene strappato via, ciò che la tiene unita è ciò che non può essere portato via, la sua dignità, la sua memoria, e soprattutto il legame con gli altri. La memoria ci chiede di non voltare lo sguardo. Ci chiede di ascoltare le voci di chi ha sofferto, di chi ha perso tutto, di chi ha trovato nella comunità la forza per ricominciare. Ci chiede di riconoscere che la libertà, la giustizia e la dignità non sono conquiste garantite, ma responsabilità quotidiane. Oggi, ricordare significa riconoscere tutto questo. Significa capire che la memoria non è un esercizio di nostalgia, ma un impegno morale. Perché quando un popolo viene perseguitato per ciò che è, quando viene privato della propria identità e costretto all’esilio, non è solo la sua storia a essere ferita: è la coscienza dell’umanità intera.
Greta BRIGHI
diciannovenne