PORTA PIA: UNA BRECCIA NELL'UNITA' DEGLI ITALIANI


La presa di Roma, nota anche come breccia di Porta Pia, fu l'episodio del Risorgimento che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia. Avvenuta il 20 settembre 1870, decretò la fine dello Stato Pontificio quale entità storico-politica e fu un momento di profonda rivoluzione nella gestione del potere temporale da parte dei papi. L'anno successivo la capitale d'Italia fu trasferita da Firenze a Roma (legge 3 febbraio 1871, n. 33). L'anniversario del 20 settembre è stato festività nazionale fino al 1930, quando fu abolito a seguito della firma dei Patti Lateranensi.


Quando Napoleone ruppe l'incantesimo

Il 2 dicembre 1804 da Napoleone Bonaparte si incoronò imperatore dei Francesi in Notre Dame a Parigi, presente Pio VII (Gregorio Luigi Barnaba Chiaramonti,1800-1823), giunto da Roma nella convinzione di ripetere il rito carolingio. Già il suo predecessore, Pio VI (Giovanni Braschi, 1774-1799) aveva subito molte umiliazioni. Il 15 febbraio 1798 fu ruvidamente arrestato dal generale Berthier e tradotto prigioniero in Francia. Morì a Valence l'anno seguente. A Roma fu proclamata la Repubblica sotto tutela del Direttorio francese. Durò poco, ma il vulnus sconvolse i cattolici di tutto il mondo: la profanazione provava ai loro occhi che la Rivoluzione e i suoi epigoni erano parto di Satana, il trionfo di gnostici e maniche. Pio VII (Gregorio Barnaba Chiaramonti), fu eletto il 14 marzo 1800 dal conclave radunato in Venezia, dominio di Vienna.

Il 6 agosto 1806, sconfitto il 2 dicembre 1804 ad Austerlitz benché avesse a fianco i russi di Alessandro I, Francesco II d'Asburgo rinunciò formalmente al titolo di Sacro romano imperatore.

Il 17 maggio 1808 Pio VII fu deposto. Il 17 maggio 1809 il generale Miollis proclamò la fine del potere temporale del papa, che venne deportato prigioniero in Francia.

La fine del Sacro Romano Impero costituì una ferita irreparabile per lo Stato pontificio. Certificò la divaricazione il pontefice quale sovrano di uno Stato riconosciuto dagli altri Stati e il Capo della chiesa cattolica apostolica romana, Vicario di Cristo. Da quella distinzione nacque la separazione concettuale e quindi definitiva tra potere temporale e potere spirituale: uno iato nel quale si incuneò la legittimità della sottrazione al papa dei suoi domini, inclusi il Patrimonio di San Pietro e Roma stessa: un atto politico, senza offesa per la sua carismaticità di Vicario di Cristo.

La confutazione dei diritti storici dei papi al possesso di uno Stato, sin dal celebre opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione dell'umanista Lorenzo Valla (1440), non aveva affatto messo in discussione i titoli del pontefice a esercitare il potere sovrano che gli veniva riconosciuto dall'imperatore e dagli Stati sommato a quello supremo, lo spirituale, con precedenza su ogni altro, grazie alla ”unzione davidica” consacrazione dell'imperatore.

Con l'età franco-napoleonica lo scenario murò radicalmente. Malgrado il suo rifiuto  di riconoscere il divorzio di Napoleone da Giuseppina de la Pagérie e di celebrare le nozze dell'imperatore con Maria Luisa d'Asburgo, Pio VII fu infine liberato e rientrò in Roma il 24 maggio 1814,. Ma per l'Europa nata dal Congresso di Vienna il suo era ormai uno Stato come gli altri: utile sino a quando fosse garante di pace e di equilibrio tra le potenze.


La rinascita dell'Impero Romano, con Napoleone ma senza Roma né cardinali

Mente divideva il tempo tra ammodernamento dell'isola e preparazione occulta del ritorno in Francia, Napoleone divenne punto di riferimento di società segrete contrarie alla Restaurazione intesa quale ritorno all'ancien régime. il loro intreccio con la concezione sovranazionale dei principi affermati sin dall'Illuminismo e condensati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino.  

Lo documentano le “Basi fondamentali della futura costituzione del rinascente Impero Romano”, comprendente il territorio di tutto il continente dell'Italia, stilate nella primavera  del 1814. Secondo tale Carta “la nazione italiana chiama al trono Napoleone Bonaparte, e dopo di esso la sua discendenza mascolina, in linea retta, legittima, e alle donne della Casa in caso di estinzione della linea mascolina”.

Altrettanto va detto del “Patto sociale e costituzionale della Repubblica di Ausonia” (1815), che includeva tutta la penisola italica e le isole entro 100 chilometri dalla costa, Malta compresa, con due re  (uno del mare, l'altro della terra) eletti per la durata di 21 anni. Il papa era  Patriarca di Ausonia, col compito di ristabilire la purezza la religione cristiana. Il Patto risentiva  di suggestioni della Carboneria, la famosa società segreta nata antagonista della Massoneria e  poi intrecciata con essa.

Malgrado la copiosissima documentazione (catechismi, verbali, diplomi...), manca un progetto carbonaro univoco sull'unificazione italiana e la indicazione di Roma quale sua capitale. Lo ammisero anche i suoi più fervidi storici (e apologeti), come Oreste Dito e Giuseppe Leti. Lo stesso vale per la generalità delle società (o sétte) politiche sorte all'indomani del crollo dell'impero napoleonico e all'inizio dei moti costituzionali nel regno delle Due Sicilie e in Piemonte e per i propositi enunciati dal “Conciliatore” di Federico Confalonieri, Luigi Porro Lambertenghi e Silvio Pellico.

Il “Progetto di costituzione per l'Italia fatta libera e indipendente” (1835) fu invece esplicito: i popoli dell'Italia e delle isole “adiacenti” formavano “a perpetuità una nazione sola e si costituivano.


Gioberti e i neoguelfi: Roma simbolo universale

Dopo tanti moti settari per la costituzione liberale e le cospirazioni di Giuseppe Mazzini, fiatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, furono i neoguelfi, cattolici ma non rivolti al passato remoto, ad affermare la centralità di Roma per l'Italia. Misero tra parentesi la unità politica a vantaggio di confederazione, federazione, lega (non solo doganale) e di altre forme di aggregazione degli Stati esistenti, con la presidenza del papa e quindi l'elevazione di Roma a faro dell'Italia e dei suoi popoli, non solo per sé ma per il mondo intero. Proprio perché discendenti dai Pelasgi, gli italiani erano missionari, secondo le immaginifiche opere di Vincenzo Gioberti (Torino, 1801-Parigi, 1852), in specie Il  Primato morale e civile degli italiani (1843), dedicato a Silvio Pellico, che non gradì. Gioberti è un caso unico nella storia d'Italia: sacerdote, costretto all'esilio per sospetta cospirazione, deputato, ministro, presidente del consiglio, nuovamente esule a Parigi (ove pubblicò Del rinnovamento civile degli italiani, campione del clero militante, ancor più di Antonio Rosmini (Rovereto, 1797- Stresa, 1855), autore di Le cinque piaghe della Santa Chiesa, fautore della federazione italiana con la presidenza del papa e autore di una bozza di costituzione.

Prima e ancor più dopo l'elezione di Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, papa dal 1846 al 1878) i neoguelfi pubblicarono migliaia e migliaia di trattati, libri, opuscoli e diffusero una pletora di riviste, quotidiani e fogli volanti che coniugarono le due parole di passo: Italia e Roma. La Nuova Roma non era solo papale; era nazionale. Ma Pio IX divise le sorti dello Stato pontificio (che era la scorza politica del Papato) da quella d'Italia con la Allocuzione del 29 aprile 1848, in cui dichiarò che il Sacro Soglio non poteva combattere in armi contro uno Stato, per di più cattolico, qual era l'Impero d'Austria.  


La parola alle armi: unire l'Italia per consolidare la pace europea  

Il seguito del Risorgimento fu quale non poteva non essere: un processo politico-militare in rotta di collisione con i capisaldi della Santa Alleanza (tradizione e legittimità) ma nel quadro del Congresso di Vienna: l'equilibrio europeo, il concerto delle grandi potenze. In tale cornice divenne possibile l'eliminazione degli Stati pre-unitari, in risposta ai liberi sentimenti dei loro popoli (concessione al Romanticismo), certificati dalla richiesta di annessione e dai plebisciti, cardini della nascita del regno d'Italia nel 1859-1860. 

L'invasione armata dello Stato pontificio (con l'avallo di Napoleone III che in Chambéry a Enrico Cialdini e a Luigi Carlo Farini raccomandò: “Fate, ma fate in fretta”) e la sottrazione al papa di Umbria e Marche costò a Vittorio Emanuele II la scomunica formalmente fulminata da Pio IX contro di lui, il governo presieduto da Camillo Cavour e tutti i loro “agenti” diplomatici, militari, politici e finanziari ritenuti in combutta con eretici (anzitutto l'anglicana Inghilterra), deisti, atei dichiarati: tutti conniventi in un complotto che il papa imputò alla massoneria, condannata con l'enciclica “Qui pluribus” nel 1846 e in circa settecento dichiarazioni solenni nel corso degli anni seguenti, sempre più acri, sino al Syllabus pubblicato nel 1864 in appendice all'enciclica Quanta cura. Senza smarrirsi nella rassegna degli sconvolgimenti in corso in tutta Europa (inclusa la Repubblica Romana del febbraio-inizio luglio 1849) il papa denunciò il nemico supremo della Chiesa: il liberalismo. Democrazia, socialismo e comunismo erano sue declinazioni, sfaccettature della “Rivoluzione”. Il pontefice replicò lo schema di Barruel: era in corso la lotta mortale tra la Luce e le Tenebre, tra il Bene e i Male. La sua visione apocalittica (manicheismo e gnosticismo a parti invertite), sorretta dal Santo Uffizio e dalla autorevole e diffusa rivista della Compagnia di Gesù, “La Civiltà cattolica”, che contava collaboratori insigni quali Luigi Tapparelli d'Azeglio (fratello di Massimo), mise alle corde i cattolici che auspicavano la conciliazione tra il regno e il Pontefice. Teologi di alto sapere e di pari sentire, quali Guglielmo Audisio, Carlo Maria Curci, Luigi Tosti, abate di Montecassino, e soprattutto Carlo Pazzaglia, già teologo di fiducia di Pio IX, che raccolse le firme di quasi 9.000 sacerdoti a sostegno del riconoscimento del regno d'Italia da parte del papa e che nel 1863 ottenne l'elezione a deputato, vennero demonizzati, reietti, sospesi a divinis, perseguitati e umiliati, come già fra' Giacomo da Poirino, reo di aver amministrato il viatico della buona morte a Camillo Cavour, “birichino” si, ma cattolico “usque ad effusionem animae”. 

Nella primavera del 1867 l'Italia sedette per la prima volta quale Stato sovrano in una conferenza diplomatica europea a Londra, con la presenza dei rappresentanti dell'impero austro-ungarico spogliato non solo del dominio diretto (il Lombardo-Veneto), ma anche di quelli indiretti (il ducato di Modena e il Granducato di Toscana). Le proteste formali dei loro titolari, costretti all'esilio, caddero nel vuoto. Quella di Maria Luigia di Borbone, cacciata da Parma e Piacenza nel 1859, lasciò indifferenti le grandi potenze perché ormai la sua Casa regnava solo in Spagna, pessimamente e traballante. La debellatio di Francesco II di Borbone dal regno delle Due Sicilie suscitò proteste ma nessun aiuto fattivo (Garibaldi mise in evidenza la compagnia di fucilieri inglesi al suo seguito). Il nuovo Stato d'Italia, però, doveva concorrere all'equilibrio generale e tenere a freno le intemperanze di chi chiedeva di chiudere la questione romana con un atto di forza: l'irruzione  armata nella Città Eterna. 

Il governo (sedente a Torino nel 1862 e a Firenze nel 1867, presieduto a distanza di cinque anni dall'agnostico Urbano Rattazzi) non fu l'unico a sventare le improvvide imprese di Garibaldi che rischiavano di mettere il giovane regno al bando della comunità internazionale quale causa di instabilità. La prima volta represse manu militari la spedizione “Roma o Morte”; la seconda abbandonò i garibaldini alla loro sorte, tanto più che a Roma non si registrò alcuna insorgenza popolare (né manipolata da agenti sabaudi, né da organizzazioni segrete, come era accaduto nel 1859-1860) o richiesta di annessione. Il colpo di grazia ai garibaldini a Mentana (abbandonati dai mazziniani) lo dettero i francesi inviati da Napoleone III, armati di fucili di precisione a tiro rapido. Non per amore del papa ma della pace all'interno della Francia. 

I libri, gli opuscoli e i periodici anticlericali nel decennio 1860-1870 circolarono in una cerchia ristretta di “militanti”, usi a raccogliersi in meetings e sorvegliatissimi banchetti politici. I loro veri avversari non erano i “paolotti” ma lo Stato stesso, d'intesa con i governi europei. Le poesie antipapiste di Carducci (Enotrio Romano) come i romanzi anticlericali di Garibaldi erano povera cosa rispetto alla diffusione capillare della “buona stampa” cattolica e di quella propriamente clericale. D'altronde, se è vero che i cattolici aderirono in massa al divieto di votare alle elezioni politiche (“non expedit”), essi erano invece solida maggioranza in moltissimi consigli comunali e provinciali, nelle fitte maglie della “società civile” e concorsero a far sì che lo Stato non crollasse di schianto se fosse stato consigliato loro di boicottarlo. Venne persino sopportata la vasta confisca dei beni ecclesiastici documentata, fra altri, dallo storico Gianpaolo Romanato. In cambio l'articolo primo dello Statuto rimase quale era: la religione cattolica apostolica romana era quella dello Stato, che non perdeva occasione di far celebrare solenni Te Deum


Da Sedan, Porta Pia

Solferino, Sadowa, Sedan.... E' l'ironica litania delle vittorie che portarono all'avvento e all'ingrandimento del regno d'Italia, grazie alla vittoria di Napoleone III su Francesco Giuseppe d'Asburgo nel 1859, della Prussia di Bismarck sull'Austria nel 1866 e su Napoleone III il 1° settembre 1870. Quest'ultima, esauriti i tentativi di soluzione diplomatica (per la secodna volta a distanza di trent'anni il governo mandò in missione a Roma il conte Gustavo Ponza di San Martino), obbligò il governo italiano a ordinare la grossa e breve spedizione su Roma capitanata da Raffaele Cadorna, senza attendere improbabili insorgenze popolari, anzi quale “bonifica preventiva”, perché, mentre Napoleone III aveva richiamato tutte le sue truppe e Parigi era nel caos, repubblicani, socialisti e anarchici potevano accorrere nella Città Eterna da ogni angolo della terra e farne il laboratorio della rivoluzione universale. In quelle settimane le sue sorti furono al centro dell'attenzione mondiale.    

All'inizio della guerra franco-prussiana (o franco-germanica) il Concilio ecumenico vaticano, inaugurato l'8 dicembre 1869 dopo lunga gestazione (ne scrisse Cosimo Ceccuti mezzo secolo fa in un saggio tuttora valido), era stato sospeso anche per consentire ai Padri conciliari di rientrare nelle loro sedi. Subito prima era stato approvato il dogma delle pronunce dottrinali del papa ex cathedra, con il voto contrario degli “antichi cattolici” germanici, fonte di un piccolo scisma. Ma un altro spettro aleggiava in Europa: la spessa minacciosa nube dell'Anticoncilio organizzato a Napoli in risposta polemica contro quello voluto da Pio IX. Esso fu ideato e organizzato da Giuseppe Ricciardi, campione dell'anticlericalismo, disordinato ma una volta tanto efficiente. Ottenne la partecipazione o almeno l'adesione di filosofi, storici, scienziati, artisti, scrittori e politici rinomati, nonché di logge massoniche. L'assise fu inaugurata a Napoli, la città più popolosa e turbolenta d'Italia, il 9 dicembre, all'indomani di quello Vaticano. Al secondo giorno i suoi lavori vennero interrotti da un commissario di polizia balzato sul palco quando un delegato si mise a inneggiare alla repubblica. L'internazionale anticlericale rimase qual era: una babele di lingue e di simboli, senza alcun progetto filosofico, politico, culturale unitario. Una somma di umori e di risentimenti, spesso di ex seminaristi e spretati, come il garibaldino fra' Giovanni Pantaleo.     

Nel quinto numero della “Rivista della Massoneria Italiana” (27 agosto 1870)  il gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Lodovico Frapolli (Milano, 1815- suicida in clinica psichiatrica a Torino, 1878), ripubblicò il “no” a suo tempo da lui opposto all'invito ad aderire all'Anticoncilio: i singoli massoni avevano motivo di intervenirvi per conferirgli nerbo, ma la massoneria “come corporazione, superiore alle vertenze religiose, fallirebbe completamente alla propria missione e si farebbe partigiana, se venisse a preoccuparsi di ciò che un Capo-setta qualsiasi (ovvero Pio IX, NdA) dispone co' suoi fedeli”. Semmai doveva riunirsi “a casa propria”.     

Tra gli interrogativi che accompagnarono e ancora alimentano le interpretazioni della fase agonica dello Stato Pontificio uno riguarda proprio il ruolo della massoneria italiana. L'impulso all'impresa coronata il Venti Settembre 1870 dall'irruzione del 40° di Fanteria a passo di carica, seguito da sei battaglioni di bersaglieri attraverso Porta Pia (come narrò Edmondo De Amicis, testimone oculare), fu preparata di lunga mano, pilotata e condotta in porto dal Grande Oriente d'Italia (GOI)? 

La risposta è nelle pagine della citata “Rivista della Massoneria italiana”, il settimanale di sedici facciate a numero, che iniziò le pubblicazioni il 30 luglio 1870 sulla scia del “Bollettino del Grande Oriente d'Italia” ideato e diretto da Frapolli. Iniziato massone nella loggia torinese “Dante Alighieri” e balzato in un mese al 33° grado del Rito scozzese antico e accettato, poi venerabile della loggia, promotore dell'unione di vari corpi massonici, facente funzione di gran maestro, eletto deputato nei collegi di Casalpusterlengo, Gavirate e Altamura, di rado partecipe alle sedute parlamentari, nel 1867 Frapolli costituì a Firenze la loggia “Universo” formata da esponenti della Sinistra, usi a radunarsi attorno al “tappeto verde” cioè in forma non rituale, per discutere i disegni di legge e i travagli che angustiavano il Paese. Nell'autunno del 1867 negò il sostegno del GOI all'impresa di Garibaldi. Tra fine agosto e inizio settembre del 1870 sollecitò la spedizione su Roma. In un colloquio Quintino Sella gli assicurò l'intenzione del governo di agire; egli raccomandò quindi alle logge di eccitare gli animi e di accendere fuochi sui colli, ma con esiti molto deludenti. Non solo. Il 7 settembre d'improvviso partì da Firenze per la Francia, a sostegno della neonata Repubblica e rassegnò le dimissioni dalla carica proprio quando più il GOI aveva bisogno di una  guida razionale. Fu sostituito provvisoriamente da Giuseppe Mazzoni, deputato a sua volta, antico triumviro toscano, eletto gran maestro effettivo il 1° giugno 1871 dall'Assemblea radunata nel tempio della loggia “Concordia” a Firenze. 

Ma quante erano le Officine che Pio IX riteneva fossero il covo della Rivoluzione? Meno di cento tra Italia e propaggini estere, ubicate quasi solo nelle grandi città. In molte regioni non ve n'era neppure una. Al GOI si aggiungevano corpi massonici nell'Italia meridionale. Uno, incardinato a Palermo e in sfacelo, offrì la gran maestranza a Mazzini, che la dirottò su Quirico Filopanti; un altro era capitanato dall'arciprete Domenico Angherà. Tutti sommati i massoni attivi e quotizzanti erano non più di tremila. Dall'estero Frapolli raccomandò al GOI di trasferirsi subito a Roma; ma Mazzoni se ne guardò bene, perché, come la Rivista ammise il 20 maggio 1871, essi erano disorganizzati e deboli.


Il Mito di Porta Pia  

Il trionfo del Venti Settembre si affermò quindici anni dopo, con l'ascesa di Adriano Lemmi a Gran Maestro (1885-1896). Nel Canto dell'amore (1877-1878) Carducci tese la mano all'altra riva del Tevere: “Io maledissi al papa or son dieci anni,/ oggi co 'l papa mi concilierei.//(...) Aprite il Vaticano: io piglio a braccio/ quel di se stesso antico prigionier./ Vieni: alla libertà brindisi io faccio/ Cittadino Mastai, bevi un bicchier”. In tanti batterono il sentieri stretto della conciliazione: Agostino Depretis, Francesco Crispi, Ferdinando Martini, anticlericali e massoni, convinti dell'urgenza del fronte comune contro la “nera setta” che minacciava l'unità nazionale, gli anarchici e i socialisti rivoluzionari. Vennero frenati da chi temeva l'avvento perpetuo dei “moderati”, che costituivano la maggioranza dell'opinione nazionale. Il 3 maggio 1889 Adriano Lemmi affermò la superiorità del 5 maggio d Garibaldi all'Ottantanove francese. Questo aveva dato inizio alla Libertà nella Francia, già unita; quello “creava l'unità dell'Italia e condannava a morte il dominio dei Papi”. Parlò nel clima dell'imminente scoprimento del bronzo di Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma, “là ove il rogo arse”. Voleva essere il trionfo dell'anticlericalismo. Esasperò la divisione del Paese e alimentò gli attacchi concentrici contro la Massoneria proprio da quando, il 20 settembre 1895, Porta Pia venne proclamata “festa nazionale”: una data che in realtà aveva diviso gli italiani, come sempre accade quando la soluzione diplomatica (sarebbe bastata la concessione di una pur ristretta sovranità territoriale, anziché la legge delle guarentigie, che riconobbe la forma ma non la sostanza) lascia il campo a quella militare. A Pio IX non rimase che ripetere: “Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo” come l'indomito Pio VII aveva detto a Napoleone. Da allora la Libera Muratoria fu denunciata quale complotto ebraico-socialista agli ordini della Rivoluzione, con quel che ne seguì. 

A 150 anni dall'evento, il Mito va rivisitato, nel rispetto dei suoi protagonisti, costretti ad agire con l'incubo della guerra generale europea.                                            


Aldo A. MOLA