LA REPUBBLICA ROMANA E IL CARNARO. COSTITUZIONI BELLE E IMPOSSIBILI.


Il Prof. Aldo Mola ripercorre la storia di due grandi Costituzioni che, come recita il titolo di questo editoriale del Giornale del Piemonte, furono tanto belle quanto impossibili. Eppure, in una società povera di idee come l'attuale, le intuizioni in esse contenute andrebbero riscoperte come linfa capace di rivitalizzare la nostra poco onorevole classe politica.


LA REPUBBLICA ROMANA E IL CARNARO

COSTITUZIONI BELLE E IMPOSSIBILI


di Aldo A. Mola


Tra i molti primati, l'Italia vanta due tra le carte costituzionali più “belle”: quelle della Repubblica Romana (1849) e della Reggenza del Carnaro (1920). Entrambe rimasero inattuate. La prima, dibattuta dal 17 aprile al 3 luglio 1849, fu approvata dall'Assemblea costituente mentre la Repubblica romana agonizzava. È un capolavoro di sintesi e di chiarezza. Tra i suoi capisaldi afferma che la sovranità è per diritto eterno del popolo; il principio democratico ha per regola l'uguaglianza, la libertà, la fraternità” (non la fratellanza); la repubblica considera tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l'italianità. In un'Europa che ancora discriminava i cittadini sulla base delle loro fedi, stabilì che “dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici”.

La Repubblica Romana era nata dalla “rivoluzione”. Dopo l'elezione dell'Assemblea costituente e l'assassinio del suo primo ministro, Pellegrino Rossi, giureconsulto di fama europea, trafitto con pugnalata rituale alla gola, papa Pio IX si era rifugiato a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando II di Borbone. Il 9 febbraio 1849 su proposta di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, promotore dei Congressi degli Scienziati Italiani, l'Assemblea, presieduta da Giuseppe Galletti, proclamò la Repubblica. Di rincalzo intervenne Giuseppe Garibaldi. Poi arrivò Giuseppe Mazzini, che affiancò alla guida della Repubblica Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Roma divenne un laboratorio politico, basato anche sulla libertà politica. Nella costituzione si legge che le persone e le proprietà sono inviolabili, nessuno può essere arrestato se non in flagrante delitto né sottratto ai suoi giudici naturali. Essa abolì la pena di morte e proclamò la libertà di manifestazione del pensiero, dell'insegnamento e di associazione. La Carta era modificabile, a differenza della forma dello Stato: la Repubblica. Per molti aspetti quella Costituzione riprese principi enunciati nella solitamente dimenticata carta del Rinascente Impero Romano (1814) e precorse quela vigenteoggi in Italia.

Dopo mesi di stallo, il corpo di spedizione agli ordini del generale Oudinot, inviato dal presidente della repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte - che mirava a ingraziarsi i cattolici in vista del colpo di stato per restaurare l'Impero - stava scatenando l'assalto finale per ripristinare il potere temporale dei papi. Erano giorni di lotta all'ultimo sangue. Molti eroici difensori accorsi da tutta Italia già erano caduti in combattimento o morirono in quelle convulse giornate: Luciano Manara, Emilio Morosini, Enrico Dandolo. Fra altri, rimase ferito da fuoco amico il ventiduenne Goffredo Mameli. La piaga si infettò. Morì poco dopo l'irruzione dei francesi. Garibaldi raccolse circa duemila uomini. Promise loro “lacrime e sangue” (Winston Churchill non ha inventato nulla) e li guidò verso Venezia, che ancora resisteva agli austriaci, ultimo baluardo della “tempesta magnifica” del 1848-1849. Lo seguivano Ciceruacchio con il figlio quattordicenne e il barnabita Ugo Bassi. Catturati dagli austriaci furono fucilati. Dopo settimane di stenti, morì sua moglie, Anita, incinta di molti mesi. Grazie alla “trafila” dal “capanno” nella pineta di Ravenna raggiunse il Tirreno e la Liguria, ma dovette lasciare il regno di Sardegna, nuovamente esule.

I capisaldi della Costituzione romana riecheggiano il saluto che il primo presidente della Repubblica francese nata nel febbraio 1848 dalla terza rivoluzione di quel Paese, Alfonso Lamartine, rivolse a una delegazione massonica: ai suoi occhi essi erano i vessilliferi di libertà, uguaglianza, fraternità: parole chiave della rivoluzione del 1789 e dei suoi sviluppi.

Quella Carta rimase punto di riferimento dei repubblicani e della sinistra democratica dopo la proclamazione del regno d'Italia. Anche molti mazziniani e garibaldini ormai conciliati con la monarchia, incarnata da Vittorio Emanuele II di Savoia, che teneva l'Italia al riparo dalla clerocrazia, continuavano ad averla per Stella Polare, baluginante ma sempre fissa. Parecchi costituenti del 1946-1947 arrivavano dal suo culto. Fu il caso di Bartolomeo (Meuccio) Ruini, antico iniziato della loggia “Rienzi” di Roma, presidente della Commissione dei 75 che redasse la bozza della Carta oggi vigente.


L'altra celebre Costituzione è la Carta del Carnaro. Conta cento anni. Venne proclamata da Gabriele d'Annunzio a Fiume l'8 settembre 1920. Come quella della Repubblica Romana neppure essa fu applicata. La Reggenza durò pochi mesi. Il Trattato italo-jugoslavo sottoscritto a Rapallo l'11 novembre definì i confini tra Italia e Jugoslavia. Fiume venne riconosciuta Città libera. Al governo di Roma, presieduto da Giolitti, toccò allontanarne d'Annunzio e i suoi legionari: un compito amaro ma ineludibile. La Carta entusiasmò uomini politici e studiosi di tutto il mondo. Era una profezia. Su proposta del Comandante, la sua “bozza” fu approntata da Alceste De Ambris (1874-1934), anarco-sindacalista, che vi lavorò intensamente per setttimane e gliela consegnò il 18 marzo.

A sua volta d'Annunzio le dedicò “tutto il tempo libero concesso da proclami, bollettini, ordini, incontri, visite ai legionari, esercitazioni e l'indispensabile attività sessuale”, come scrive Giordano Bruno Guerri in Disobbedisco. Fiume 1919-1920. Cinquecento giorni di rivoluzione (Mondadori). I suoi articoli crebbero da 47 (un numero poco beneaugurante: d'Annunzio era scaramantico) a 65, ripartiti in venti capitoli per un totale di 113 grandi fogli manoscritti a matita con correzioni a inchiostro. Il Vate ne fece varie copie. Mandò la prima (a sua detta) a Domizio Torrigiani, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, e poi via via ai fedelissimi. Tra i destinatari vi fu Giacomo Treves, “anima” della loggia “Guglielmo Oberdan” di Trieste. D'Annunzio non si limitò affatto ad aggiungere al testo di De Ambris bellurie stilistiche pescando nella terminologia istituzionale arcaica. Rivendicò in premessa la potestà di Fiume di dedizione alla Madrepatria Italia, triplice e impenetrabile come l'armatura romana: per diritto storico, terrestre e umano. In linea con De Ambris pose a fondamento della Reggenza “la potenza del lavoro produttivo” (vaticinio della Repubblica italiana, “fondata sul lavoro”). Affermò l'uguaglianza giuridica dei sessi, le libertà di pensiero, stampa, riunione, associazione e culto. Aggiunse il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere e affermò principi che solo a una lettura superficiale potrebbero parere mera poesia: “la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l'uomo rifatto intiero alla libertà”, uomo che sa “ogni giorno inventare la sua propria virtù”. E ancora: “Il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza ed orna il mondo”.

Passati in rassegna diritti e doveri dei cittadini, ordinamento dei comuni, poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, il Vate delineò la figura del “Comandante”, al quale la Reggenza doveva affidare la “potestà suprema senza appellazione” in caso di pericolo estremo: l'aggressione nemica (non un’epidemia...). Durante il mandato, il Comandante sommava “tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi”. Allo scadere del termine poteva essere sostituito, deposto o anche bandito.

Particolare attenzione, da antico e sedulo allievo del Collegio Cicognini di Prato, d'Annunzio dedicò all'istruzione pubblica. Non era questione di metri quadrati per allievo, di banchi, di ingressi in orari scaglionati e di altre cantilene che oggi affliggono e mortificano il buon senso comune. “Per ogni gente di nobile origine – recita l'articolo L della Carta del Carnaro – la coltura è la più luminosa delle armi lunghe”. Nella scuola si forma l'“uomo libero”. È il “regno dello spirito”. Previde in Fiume un’Università libera, scuole di Arti belle, di Arti decorative e di Musica. Nelle medie era obbligatorio l'insegnamento anche negli idiomi delle minoranze linguistiche, nonché l'insegnamento del canto corale e dell'ornato. “Alle chiare pareti delle scuole aerate – aggiunse d'Annunzio– non convengono emblemi di religione né figure di parte politica. Le scuole pubbliche accolgono i seguaci di tutte le confessioni religiose, i credenti di tutte le fedi e quelli che possono vivere senza altare e senza dio. Perfettamente rispettata è la libertà di coscienza. E ciascuno può fare la sua preghiera tacita”.

I tre ultimi articoli proiettano la Carta del Carnaro al di sopra della Storia, in prospettiva magica, a cominciare dall'istituzione del collegio degli Edili, formato “con discernimento fra gli uomini di gusto puro, di squisita perizia e di educazione novissima”: altra cosa dagli “uffici tecnici” odierni, affogati nell'oceano di norme ottuse ottusamente applicate da burocrati malefici. Esso doveva curare il decoro cittadino e impedirne il “deturpamento” con “fabbriche sconce o mal collocate” (l'opposto di quanto avvenne nei decenni della Ricostruzione), allestire “feste civiche di terra e di mare con sobria eleganza”, ridare al popolo l'amore della linea bella e del bel colore nelle cose che servono alla vita d'ogni giorno”. Nella Reggenza la Musica era “istituzione religiosa e sociale” perché “un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo dio”. Infine prospettò l'“edificazione di una Rotonda capace di almeno diecimila uditori, fornita di gradinate comode per il popolo e d'una vasta fossa per l'orchestra e per il coro”, in vista di “grandi celebrazioni corali ed orchestrali totalmente gratuite come dai Padri della Chiesa è detto delle Grazie di Dio” e ha ripetuto papa Francesco a proposito dell'amministrazione dei sacramenti. Era l'anticipazione del Parlaggio il cui completamento è stato fortemente voluto da Guerri.

Appena letta la bozza della Carta monsignor Celso Costantini nominato da papa Benedetto XV amministratore apostolico a Fiume (il podestà Antonio Vio, massone, aveva sollecitato l'assegnazione di un Nunzio) scrisse allarmatissimo al Vate deplorando che lo Stato legiferasse in materia religiosa “con uno spirito non solo acristiano, ma con tendenza alla rinascita di un culto pagano, in cui l'edonismo e l'estetica si sovrappongono all'etica ed Orfeo a Cristo”. Ma il Vate non cambiò una virgola. Aveva per insegna l'uroburo e il motto “Quis contra nos?” scritto nella bandiera della Reggenza del Carnaro. Va sottolineato che la Carta non prolamò Fiume “Repubblica”, come speravano molti suoi seguaci.  

A lungo si è discusso sull'influsso della massoneria nella Carta dannunziana. Ne hanno scritto Carlo Ricotti, alto dignitario del Grande Oriente d'Italia, nel succoso volumetto La Carta del Carnaro. Dannunziana, massonica, autonomista (ed. Fefé, 2015) e altri, già decenni addietro, talvolta concedendo al mito. In realtà De Ambris fu iniziato massone, ma a Parigi, il 23 febbraio 1925, nella loggia “Italia”, incardinata nella Gran Loggia di Francia (n. 450). Non esistono iniziazioni con valore retroattivo, né “di desiderio”. O lo sono o non lo sono. Quella di De Ambris fu di valenza propriamente politica: servì a Luigi Campolonghi, segretario della Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo, per “spostare a sinistra” gli equilibri interni alla loggia, in antitesi con Ubaldo Triaca, ritenuto antifascista “moderato”, mentre ormai, dopo il discorso mussoliniano del 3 gennaio, bisognava passare ai “fatti”.

Escluso dunque che la massoneria possa aver influito su De Ambris, meno ancora lo fece sullo spirito di d'Annunzio, che viveva di sé e da sé: poeta, condottiero, Grande Taciturno poi “prigioniero” del Duce nell'esilio dorato del Vittoriale, a Gardone Riviera. Nel 1927 la Carta del Lavoro, scritta da Carlo Costamagna e da Alfredo Rocco, imbalsamò i sindacati: l'opposto di quanto propugnato dal Vate e dal suo sodale anarchicheggiante. Introdusse i contratti nazionali, concesse ferie, riconobbe indennità ma vietò gli scioperi in una concezione corporativa dello Stato.

Come quella della Repubblica Romana, la Carta del Carnaro rimane un faro di luce sul “secolo della libertà”, sempre più atteso e sempre più improbabile. Ma, direbbe d'Annunzio, “spes ultima Dea...”.


Aldo A. Mola