L'ILLUSIONE DELL'IMPERO UNIVERSALE. CARLO V E L'ITALIA


Impero universale ieri e oggi.

Il mondo contemporaneo invita a riflettere su quello di mezzo millennio addietro e a interrogarsi sulle prospettive venture. L'attuale è imperniato su una potenza neo-europea, gli Stati Uniti d'America, in contrapposizione a una asiatica, la Cina. Gli USA hanno nell'Unione Europea un alleato politicamente sfrangiato, non sempre affidabile, e militarmente piatto. Alcuni suoi membri trattano direttamente coi cinesi accordi economici, quasi che questi non ne implichino altri, politici e militari, connessi alle diverse e spesso distanti concezioni dell'uomo e dei suoi diritti. Gli USA si confrontano con un altro avversario, la Federazione Russa, che, di radici e cultura indiscutibilmente europea, si pone militarmente come potenza “terza”, anche se la sua effettiva forza economica e bellica in prospettiva di lungo periodo appare declinante.


“Plus ultra”: dal tallero al dollaro

Cinquecento anni or sono la Storia ebbe un guizzo e dette un saggio di meta-storia. La concezione patrimonialistica della sovranità, in forza della quale il sovrano disponeva di pieno dominio sulle terre avite e sui suoi “mobili”, inclusi gli abitanti, si intrecciò con quella dell'Impero, sacro perché ripeteva la sua identità dalla investitura del pontefice, Vicario di Cristo. L'Impero era davidico. Il 24 febbraio 1500 nacque a Gand, nelle Fiandre, Carlo d'Asburgo, figlio di Filippo il Bello, a sua volta erede di Massimiliano I, imperatore, e di Giovanna “la Pazza”, figlia del re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, e di Isabella di Castiglia. I loro grandi ammiragli proprio in quegli anni stavano scoprendo le Indie Nuove e annettevano le Americhe, spartite tra Madrid e Lisbona dalla “raya” tracciata dal lungimirante papa Alessandro VI Borgia. Per una serie di legami dinastici ingarbugliati e di lutti imprevedibili quel neonato si trovò a essere per mezzo secolo il perno della storia d'Europa proprio nell'età dei grandi esploratori e conquistatori, oggi deplorati da chi guarda la storia come un ventaglio chiuso.

“Plus Ultra”, l'insegna poi assunta da Carlo d'Asburgo e tuttora distintiva del regno di Spagna, indica la volontà di andare non solo “oltre le colonne d'Ercole” che per millenni avevano delimitato lo spazio verso Occidente, ma anche al di là della  visione particolaristica comune agli Stati sorti in Occidente dopo la catastrofe dell'Impero romano. Il suo obiettivo ultimo fu la “Renovatio imperii”, che è universale o non è. Altrettanto enuncia il dollaro, sintesi del programma imperiale degli USA. Come noto, il suo simbolo ($) è la stilizzazione dell'emblema personale di Carlo V e tuttora del regno di Spagna (le due colonne d'Ercole intrecciate dal Serpente). D'altra parte il dollaro statunitense nacque da quello ispano-messicano a sua volta  derivante dal tallero europeo. Non si svela nulla di arcano ricordando la congerie di segni, cifre e motti che affollano il dollaro ed evocano l'ideario dell'impero: la piramide sormontata dal triangolo, la stella di Davide racchiusa tra le ali dell'Aquila bicipite, la lettera G fiammeggiante e le divise “in god we trust”, “e  pluribus unum”, “Novus Ordo seclorum” (anziché “secolorum”, con voluto errore affinché stia in 17 anziché 18 lettere) e “annuit coetpis”, comune al Rito scozzese antico e accettato.


Carlo d'Asburgo dalla Borgogna alla Corona imperiale

La Grande Visitatrice  in pochi anni portò con sé i genitori del piccolo Carlo d'Asburgo, che già titolare dei Paesi Bassi e della Borgogna, regione strategica nell'Europa centrale, divenne  erede del regno di Spagna, quale nipote maggiore di Ferdinando il Cattolico. La Falce (che mieté i più dei suoi sei figli legittimi, tranne Filippo II, re di Spagna, e molti dei cinque illegittimi riconosciuti), risparmiò suo fratello minore, Ferdinando. Ripercorrere il repertorio cronologico dei titoli via via acquisiti da Carlo sin da bambino richiederebbe un qui impossibile “trattato” della  storia europea. Merita invece individuarne la profonda contraddittorietà intrinseca. Più aumentavano potere e responsabilità, più le basi stesse della sacralità imperiale venivano intaccate e corrose.

Nel 1516, con la morte del nonno materno, Ferdinando il Cattolico, Carlo assunse la corona di Spagna, dall'ormai vastissimo impero extraeuropeo. Visitò subito il regno. Cresciuto tra Malines e Bruxelles con “governatori” e consiglieri di vaglia scelti dalla zia Margherita d'Austria, perfettamente padrone del fiammingo, del francese e del latino, Carlos Primero vi ebbe accoglienze fredde. Al trapasso del nonno paterno, Massimiliano I (1519), Carlo affidò la Spagna al saggio e austero Adriano di Utrecht (poi papa Adriano VI nel 1522-1523) e tornò nelle Fiandre per seguire da vicino l'elezione del successore alla corona imperiale, che veniva assegnata da sette principi, tre dei quali ecclesiastici. Se le Cortes dei singoli “regni” spagnoli accampavano antichi privilegi e nel 1520 i Comuneros scatenarono una rivolta generale repressa con spietata durezza, la “Germania” era incendiata dal verbo di un teologo, Martin Lutero, al quale inizialmente papi come Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico, 1513-1521; e Clemente VII, altro de' Medici, 1523-1534) non prestarono particolare attenzione. Grazie a giganteschi “doni” e a concessioni varie ai principi elettori il 18 giugno 1519 Carlo ottenne lo scettro imperiale come Carlo V . L'impero di Carlo Magno aveva compreso Francia, Italia centro-settentrionale (il Mezzogiorno era in parte dominato dai bizantini e in parte bersaglio degli islamici) e lembi della Germania. Quello di Carlo V spaziò dall'Europa centrale alle Americhe e agli arcipelaghi nell'Estremo Oriente, sino alle Filippine e alle Marianne. Che su di esso il sole non tramontasse mai non fu un suo modo di dire ma realtà. A sorreggerne le sorti cominciarono a giungergli oro e argento dalle Americhe e i proventi dalla vendita delle indulgenze ai peccatori in cerca di perdono per sé e per gli antenati, abilmente orchestrate dai banchieri Fuegger ai quali ne era stato concesso il monopolio, con enorme scandalo di chi predicava contro il Papato. Roma era marchiata come Nuova Babilonia, sentina del peccato e dei più turpi commerci a tutto vantaggio della edificazione di San Pietro, non già cattedrale della Chiesa cattolica apostolica romana ma ricettacolo di “idoli” e pretesto per sperperi che finivano nei mille rivoli della perdizione di una città che contava almeno ventimila prostitute.

Il 23 ottobre 1520 Carlo d'Asburgo fu incoronato imperatore in Aquisgrana, sacro alla memoria di Carlo Magno e all' “idea di Europa”. Però il suo antagonista nella gara alla corona imperiale, Francesco I di Francia, re “cristianissimo”, non rinunciò affatto a contendergli lo scettro. La posta in gioco fu anzitutto il ducato di Milano, per il quale entrambi vantavano titoli. Francesco, che già nel 1515 aveva valicato le Alpi e additato al suo esercito la pianura  padana quale la terra più propizia per guerreggiare, ricca qual era di biade, di armenti e di abitanti da soggiogare alle sue turpi voglie, invase nuovamente l'Italia. Il 24 febbraio 1525 Carlo V festeggiò il proprio 25° compleanno con la vittoria di Pavia, ove l'esercito francese venne disfatto. Francesco I cadde prigioniero e fu deportato a Madrid. Ne dette egli stesso notizia col messaggio famoso: “tutto è perduto fuorché l'onore e la vita che è salva”. La “pace delle dame” non risolse il différend tra l'imperatore e il rivale, che riprese a intrigare. Da “cristianissimo” non si alleò con i riformatori luterani né con i seguaci di Giovanni Calvino, attestato a Ginevra, però si spinse a segrete intese con gli islamici. Nel 1526 i turchi sottomisero l'Ungheria, giunsero ad assediare Vienna e imposero agli Asburgo una pace molto onerosa. Francesco di Francia agì come se oggi l'Unione Europea odierna rivendicasse un proprio primato contro gli Stati Uniti alleandosi con la Cina, accampando il pretesto di vantaggi commerciali e magari cedendole anche porti e controllo delle comunicazioni sensibili...


L'Italia di Carlo V

Il groviglio di contese e di guerre in Italia culminò con il saccheggio di Roma (1527) da parte di un esercito mercenario (i lanzichenecchi) capitanato dal connestabile di Borbone e dal luterano Frundsberg e con la rassegnata capitolazione del papa, Clemente VII. In una fastosissima cerimonia a Bologna il 22 febbraio 1530 il pontefice incoronò Carlo Re d'Italia (con tanto di Corona ferrea) e il 24 imperatore. Fu l'ultimo successore di Carlo Magno a essere direttamente consacrato dal pontefice. Dopo di lui il titolo di Re d'Italia fu assunto da Napoleone I (che si auto-incoronò a Milano il 26 maggio 1805) e da Vittorio Emanuele II (14/17 marzo 1861) per sé e i successori, sino a Umberto II. Quale suggello della pace con la Santa Sede Carlo V fece abbattere in Firenze la repubblica (invano difesa da Michelangelo e da Francesco Ferrucci) e ripristinare il ducato, affidato ai de' Medici, poi con rango di granduchi. Nel 1529 Genova, piazza di transito dei metalli preziosi dalle Americhe (via Spagna) verso Piacenza e Milano, era passata con Andrea Doria a fianco  dell'imperatore. Ne beneficiò per quasi due secoli. Il suo declino iniziò quando a Madrid gli Asburgo furono sostituiti dai Borbone, che a quelli della Superba anteposero gli interessi dei porti franco-spagnoli. 

A garanzia dell'esclusione della Francia dall'Italia Carlo V impose agli stati ancora indipendenti (Venezia e Roma) una lega, che era pallida ombra di quella un tempo proposta da Lorenzo il Magnifico in funzione anti-turca o da papa Giulio II col motto “fuori i barbari”. Ormai l'Italia era quasi del tutto direttamente o indirettamente sottomessa all'imperatore. Quel baluardo, tuttavia, era necessario per arginare Francesco I di Francia, che riprese la guerra contro Carlo V, dapprima in combutta con Kair-ad Din “Barbarossa” (il “pirata” che si impadronì di Tunisi e minacciò la Sicilia) poi in sfacciata alleanza con la Sublime Porta, dopo la sconfitta di Andrea Doria a Prevesa (27 settembre 1538).

A subire le conseguenze del conflitto fu soprattutto il Ducato di Savoia. Nel 1543 Nizza venne assediata e devastata dai turchi. Il Piemonte fu ripetutamente invaso e saccheggiato dai francesi.  Carlo III il Buono (1486-1553) morì mentre lo  Stato era preda del nemico. Dal 1548 i francesi si erano impadroniti del Saluzzese, il cui ultimo marchese, Gabriele, già vescovo, fu condotto prigioniero a Pinerolo e avvelenato. Non era scritto in alcun libro del destino che un giorno lo Stato sabaudo sarebbe tornato indipendente e protagonista della storia.


Un Principe sabaudo restauratore del Ducato 

Occorreva un Principe. Lo ebbe in Emanuele Filiberto (“Testa di Ferro”), figlio di Carlo III. Comandante dell'esercito spagnolo, il giovane Savoia (1528-1580 )sbaragliò i francesi nella battaglia di San Quintino (1557) aprendo ai “tercios” la via di Parigi e si meritò la gratitudine del re di Spagna, Filippo II. Con la pace di Cateau Cambrésis (aprile 1559) gli Asburgo e il re di Francia, Enrico II (succeduto nel 1547 a Francesco I) riconobbero a Emanuele Filiberto il ducato di Savoia come bene dotale della consorte, Margherita di Valois, sorella di Enrico II. Per precauzione i francesi continuarono a occupare  Torino, Chieri, Chivasso e altre piazze strategiche mentre gli spagnoli tennero Asti e Vercelli.  Era dura risalire la china. La riconquista vera e propria del ducato da parte di “Testa di Ferro” richiese molti anni e la capacità di conciliare il governo assoluto con la mediazione. Ne dette esempio con l'accordo di Cavour (1561) che concesse ai valdesi libertà di culto in luoghi deputati: un caso pressoché unico nell'Europa dell'epoca, contrassegnata da intolleranza e guerre di religione improntate al fanatismo più cieco. La riorganizzazione del Ducato fu impresa titanica.


Guerre di religione e frantumazione dell'Impero

Proprio le guerre di religione avevano corroso il sogno universalistico di Carlo V. Dopo anni di lotta contro la lega di Smalcanda formata dai principi luterani (sconfitti nel 1547 a Muelbergh) con la pace di Augusta (1555) l'imperatore ratificò il principio “cuius regio ejus et religio”: i sudditi dovevano professare la confessione cristiana del loro sovrano o andarsene. A taluni parve un'alba di tolleranza. In realtà era la tregua tra settarismi. Comportò comunque la morte del Sacro Romano Impero. Il papa, infatti,  cessò di rappresentare l'unità del cristianesimo in Occidente, mentre perdurava la divisione tra questo e la Chiesa d'Oriente.

Carlo V ne trasse la conclusione. Nel 1556 abdicò. Cedette la corona imperiale al fratello Ferdinando, deputato a fermare l'avanzata dei turchi da Oriente. La Spagna con il vastissimo impero coloniale e i domini in Italia andarono al figlio Filippo II, che gli eresse per mausoleo il Monastero di San Lorenzo dell'Escorial. Dal ritiro a Cuacos de Yuste Carlo V visse in spartana semplicità. Seguì con crescente distacco le vicende del suo tempo sino alla morte (21 settembre 1558). Durante il suo sessantennio di vita si susseguirono dieci papi, metà dei quali posero mano al Concilio più volte suggerito dall'imperatore, ansioso di trovare una via d'uscita alla crisi della cristianità in Occidente, aggravata dall'ex “Defensor fidei” Enrico VIII d'Inghilterra che istituì la chiesa anglicana. Carlo V non riuscì a pacificare l'Impero, né a metterlo al sicuro dal massimo nemico esterno, l'impero ottomano, né a indurre la Francia alla coesistenza. Questa venne raggiunta solo nel 1598 con la “pace dei Pirenei”, che si risolse in breve tregua tra molti e lunghi altri conflitti.


Impero universale: un sogno svanito?

Quale sorte attende il mondo contemporaneo? Gli Stati Uniti vantano successi economici (crescita del prodotto interno e occupazione in termini inconfrontabili con quelli europei e specialmente dell'Italia), ma vivono con la psicosi dello stato d'assedio, fra rivendicazione del primato dei loro abitanti, elevazione di barriere fisiche verso immigrazione irregolare e diffusa paura di “invasioni”. Al tempo stesso, mentre la questione di Cuba rimane aperta, mostrano incapacità crescente a risolvere conflitti in spazi remoti, con preoccupante inclinazione a lasciare che la storia faccia il suo corso. Ne sono esempio i casi, recenti e per molti aspetti sconcertanti, della Libia e del Venezuela. L' “impero” è sogno impossibile? Lo aveva già spiegato Daniele a Nabucodonosor nella visione profetica dei quattro regni, le “quattro bestie”, destinati a crollare uno dopo l'altro, dopo aver causato rovine, sofferenze e lutti infiniti. L'Impero sopravvisse a Carlo V, ma ormai dimezzato e ridotto a potenza meramente continentale, in lotta perenne su tutti i fronti. Il conflitto con quello turco si risolse solo quando la Grande Guerra, quando, paradossalmente, Vienna e la Sublime Porta combatterono affiancati ed entrambi vennero sconfitti: un paradosso della storia. 


Aldo A. Mola