DANTE E LA PATRIA: DALLE "NATIONES" ALL' IMPERO


Per gentile concessione dell'Autore, abbiamo l'onore di pubblicare la magnifica Lectio Magistralis che il Prof. Adolfo Morganti ha tenuto per il nostro Circolo, in merito al concetto dantesco di Impero.


DANTE E LA PATRIA: DALLE "NATIONES" ALL' IMPERO

Vi ringrazio prima di tutto per avermi invitato ad affrontare assieme a Voi il tema della memoria dell’Impero, da Dante fino ai giorni nostri. Questo tema ha infatti una sua precisa dimensione di scottante attualità: se pensate a tutte le polemiche contemporanee interne all’Unione Europea, frammentata tra una “cupola” bruxellense che si ispira a valori difficilmente comprensibili sia con la tradizione europea che con quella cristiana, e una serie di organismi nazionali che sono troppo spesso una triste dimostrazione di frammentazione ideologica, capite bene come tra una dimensione sovra-nazionale che non ha più né onore né legge ed una dimensione nazionale che l’onore e la legge li ha già persi da un po’, una sintesi/equilibrio non si riesca più a trovare. Il concetto di Impero rappresenta per l’appunto la sintesi che tradizionalmente l’Europa produsse, secernendolo dal proprio DNA più essenziale.

Seguendo il metodo del maestro del mio maestro, il compianto Attilio Mordini, partiamo dal prendere rapidamente in esame due, tre parole cruciali: Impero, Ordine e Cosmo. L’Impero è un concetto prima di tutto religioso: nasce in ambito romano per reggere, tutelare, proteggere l’ordine del cosmo; non è un mero edificio politico che si basa sulla gestione del potere, semmai esercita l’Autorità. Tutto ciò appare evidente nella storia di alcuni termini. Già il termine ordo (in latino, “ordine”) che nel greco antico si traduce con kosmos, lo rende perfettamente. Per noi è chiaro che “cosmo” è il tutto ordinato, è meno chiaro che ordo lo sia. Invece di questo si tratta: il mondo è un ordine, generato dal divino. Nessuno di noi seriamente può, guardando fuori dalla finestra il susseguirsi delle stagioni, presupporre che questo fatto sia casuale, caotico.

Questa concezione del mondo come un ordine, chiaramente si associa allo sviluppo degli esseri umani e delle loro comunità. Per cui già in Democrito e Platone il termine kosmos viene utilizzato nel senso di “ordinamento sociale”: l’ordinamento sociale si modella su ciò che gli dei hanno impresso nella realtà, imitando nei limiti dell’umano possibile la perfezione dell’ordinamento divino. Vi è quindi una profonda coerenza fra l’organizzazione degli esseri umani e quello che la divinità ha impresso nell’universo. Qui trova fondamento il concetto di homo religiosus, il quale vede rispecchiato nella natura un ordine metafisico, e compie ogni sforzo per modellare la propria esistenza personale e comunitaria sui “modelli esemplari” che la divinità ha impresso nella carne del mondo.

Procedendo rapidamente, nel passaggio dalla Grecia a Roma, questa concezione del mondo come ordo arriva a maturare una concezione imperiale, perché per riuscire a garantire l’universalità della tutela di questo ordine, è necessario uno strumento specifico, che abbia come cuore la tutela universale di questo ordine per mezzo di un corretto esercizio dell’Autorità. Ricordo semplicemente che l’Autorità è qualcosa di ben diverso dal mero potere: autorità deriva da una radice linguistica latina, *aug, che ha a che fare con l’accrescimento, col far crescere le piante, col far germogliare la natura, col far sì che gli animali generino e le comunità siano prospere; l’ordine del cosmo che diventa il fondamento della prosperità e della rettitudine delle comunità umane. Cicerone indica con il termine ordo uno stato ordinato delle cose, in opposizione a confusione, e quando parla delle cose, allude esplicitamente alla cosa politica; e l’ordine della cosa politica è appunto specchio dell’ordine divino nella natura e nel cosmo.

Questa concezione dal fortissimo impatto simbolico, passa subito nel cristianesimo primitivo. Una citazione di S. Agostino dalla “Città di Dio” (19,13): “…ordine è la disposizione di cose eguali e diseguali che a ciascuna cosa attribuisce il proprio posto”; una cornice complessiva che, da questa apparente molteplicità di cose eguali e diseguali trae un ordine complessivo, giusto. La Giustizia non è dare tutto a tutti, ma dare a ciascuno il suo: questo è uno dei tre principi fondamentali del diritto romano, suum cuique tribuere. Questo è anche il fondamento teoretico della comunità umana nel suo corretto ordinamento: l’Impero è, semplicemente, lo strumento più adatto, nel corso dei secoli, perché questo equilibrio si crei e venga tutelato.

Noi scordiamo spesso che l’Impero romano crollò in occidente agli inizi del V secolo, ma altrove no, in Africa si prolungò fino all’invasione islamica, e ad oriente visse un altro millennio, e riuscì quindi a far camminare molto a lungo nel tempo questo archetipo. Nello stesso tempo anche in un’Europa in cui San Colombano d’Irlanda nel VII secolo pellegrinava vedendo solo macerie e barbarie, invocava dal Papa, forse Gregorio Magno l’unica autorità universale che era rimasta, una nuova ripartenza; parlava di un’autorità sola perché l’Imperatore Romano non c’era più; l’Europa lo riavrà la notte di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno.

Durante tutto il medioevo europeo, il concetto di Impero venne sostanzialmente ripreso dall’esperienza giuridica romana, attraverso un processo di cristianizzazione filosofico e giuridico che attraverso Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, e tutti i grandi Santi pensatori del medioevo occidentale, venne costantemente riproposto, approfondito, aggiornato.

Per dare solo un altro punto di riferimento in questa lunga meditazione cristiana sul concetto di Impero, diremo semplicemente che San Bonaventura, e siamo alla metà del 1200, nel suo Breviloquium sottolinea che Dio è la base dell’ordine morale, dell’ordine sociale, e dell’ordine naturale. E questi tre “ordini” hanno la stessa base, sono diversi aspetti della stessa cosa, come un cubo ha sei facce e sono sei facce dello stesso solido. Questa concezione dell’Impero, come strumento provvidenziale per la tutela della Giustizia e dell’Autorità nel mondo, è talmente importante da impregnare di sé ogni aspetto della vita del medioevo cristiano.

È questo antico concetto di Impero che Dante fa suo, e che difende in un momento di grave crisi epocale. I migliori cantori sono quelli del tramonto e Dante è un grande cantore del tramonto dell’Impero e riesce a tratteggiarlo con un fascino ed una profondità tale propria di chi ne vede tutto il percorso storico ma anche le fragilità umane, i tradimenti e le viltà che nel suo tempo ne hanno minato la consistenza storica.

Sul tema è possibile porgere anche qualche esempio che esorbita dall’ambito politico. Chi studi la letteratura medievale, sente parlare delle cosiddette “tre materie”: sono le tre grandi suddivisioni in cui si divide la letteratura medievale: la “materia di Francia”, la “materia d Bretagna” e la “materia di Roma”. Parlando di Impero è facile cogliere come queste tre materie siano tre registri utili per ricantare per secoli questo stesso archetipo. La “materia di Francia” è la leggenda di Carlo Magno e dei suoi Paladini: Carlo Magno che è il primo restauratore cosciente che ha voluto e potuto, anche se qualche altro re longobardo sperava di farcela ma non c’è riuscito, restaurare in Occidente la formula giuridica dell’Impero: e il diritto è fondamentale perché senza la formulazione giuridica esatta non vi è trasmissione di càrisma, come nelle iniziazioni cavalleresche e nelle iniziazioni imperiali; senza trasmissione esatta dal punto di vista giuridico di tutti i suoi componenti, non vi è trasmissione di quel quid metafisico che separa l’imperium da qualsiasi costruzione umana. La “materia di Bretagna” narra la storia curiosa di Re Artù la quale, nella sua concretezza storica - perché Artù è una realtà storica, anche se non si chiamava così, ma questo è un dettaglio -, è la leggenda di questo dux bellorum del tardo antico, figlio, nipote, bisnipote di Gallo-romani, il quale per un periodo di alcuni decenni riesce a restaurare qualcosa di simile al vecchio ordine imperiale, come avevano favoleggiato le generazioni precedenti fino dall’epoca di Onorio, il 401 d.C., l’anno in cui le legioni comitatenses vennero fatte rientrare dalla Bretagna perché c’era più bisogno in patria che là, rimangono le legioni di limitanei, di guerrieri contadini abbarbicate ai Valli che tramandarono nel tempo tutto ciò. Artù è la reincarnazione della figura del Re sacro che libera l’autorità simboleggiata dalla spada nella roccia dell’impotenza e quindi restaura uno spazio ed un tempo in cui è possibile vivere, fare figli, coltivare, creare civiltà e mantenerla: e qui sta la sua grandezza. Non a caso, il nostro Dante Alighieri, nella Cantica dei grandi traditori, la XXXII dell’Inferno, in due battute (61-62: «non a quelli cui fu rotto il petto e l’ombra / con esso un colpo per man d’Artù»), tratteggia benissimo la natura di Artù e della sua parodia diabolica, il figlio incestuoso Mordred che quando infine si affrontano, non è la scaramuccia tra due rix (reguli provinciales) celti di periferia, ma è l’affrontamento fra la luce e l’ombra, e il momento in cui la spada di Artù, Excalibur apre in due il petto di Mordred, questa è una lama di luce che spacca l’ombra. Rammentate sempre che Dante Alighieri conosceva molte più cose di quante noi siamo portati ad affidargli: e da questo punto di vista, posso invitare tutti coloro interessati al tema che oggi affrontiamo a leggere il trattato dantesco sulla Monarchia (ad esempio nella bella edizione a cura di F. Sanguineti con testo latino a fronte, per Garzanti) che è in realtà un trattato sull’Impero, perché la Monarchia universale è l’Impero, al cui interno traggono legittimità le singole monarchie delle nationes, così come le aristocrazie come quella veneziana e le innumerevoli democrazie comunali; ed è forse anche il caso di ricordare che le nazioni medievali non sono le nazioni giacobine moderne… Infine la materia di Roma è la materia di Roma, quindi la storia di Augusto, degli Imperatori, di Alessandro Magno ecc.

In sintesi, tutta la cultura medievale, da quella monastica a quella cavalleresca, fino a quella delle corporazioni di mestiere (ed in tal modo abbiamo sintetizzato tutti i tre ceti che componevano la societas christianorum del Medioevo) si nutre di questi esempi, e tutti questi esempi ruotano attorno ad un’unica concezione della società che fa perno su di un unico principio che l’informa: l’Impero.

L’Impero medievale si realizza storicamente con Carlo Magno, anche se l’impero carolingio conosce una veloce crisi; si restaura all’epoca degli Ottoni, quindi a cavallo dell’anno 1000 abbiamo un momento in cui l’Impero si stabilizza e diventa centrato sulla Nazione germanica; questo fatto sostanzialmente rimarrà intatto nei secoli fino alla fine del Sacro Romano Impero nel 1806, però bisogna sempre ricordarsi che “Nazione germanica” non significava il territorio del Reich guglielmino o della Repubblica federale di Germania, ma la gente che veniva da quell’utero, da quel popolo, che per secoli si è spostata in Europa: ad esempio nella nostra Sicilia così come in Toscana, dall’epoca dei normanni e poi dei due Federico, I e II, a beneficare questi popoli con questa concezione.

Prova ne sia che ancora conosciamo magnifiche leggende che vogliono Re Artù sepolto sotto l’Etna e quando il mondo avrà bisogno di lui uscirà dal vulcano per soccorrerci; altre leggende che narrano che sotto l’Etna dorme invece Federico I Barbarossa, visto come il Re giusto che è morto ancora anziano andando in Crociata, e ritornerà anch’egli quando il mondo avrà bisogno di lui.

Le figure di questi monarchi sono figure di autorità e di giustizia. Di Speranza. Il processo elettivo dell’Impero, dove la filiazione dinastica si mescola ad un processo elettivo (si tratta dei famosi “Grandi Elettori” dell’esperienza imperiale europea), mette in equilibrio i due aspetti che sono frutto dell’esperienza romana: appunto quella dinastica, dell’elezione diretta, e poi quella del consenso, della selezione per mezzo di un consenso di ottimati, che nel medioevo erano sia ecclesiastici che laici. Fino a che abbiamo avuto la formale conservazione giuridica del Sacro Romano Impero, quindi fino al 1806, questo è il processo con cui veniva selezionata la figura dell’Imperatore.

Dante è il cantore del grande dramma che crea la prima frattura all’interno di questo edificio, che ripeto è in radice romano (i greci avevano intuito molte cose ma l’universalità imperiale non l’avevano neanche intuita per ipotesi; conoscevano un’universalità dell’antropologia e della metafisica ma certamente non dell’autorità, altrimenti le guerre persiane le avrebbero risolte molto prima): all’epoca di Dante la frattura si pone nel conflitto intestino fra il Papato e l’Impero, fra i due Soli; Dante, non a caso, è il profeta dell’equilibrio dei due Soli; tenete conto di questo concetto dell’equilibrio, perché la virtù centrale dell’Impero è appunto l’equilibrio; equilibrio fra l’alto ed il basso, fra le varie componenti, e ricordate la nostra definizione di Sant’Agostino, “la disposizione di cose eguali e diseguali cha a ciascuna cosa attribuisce il proprio posto”, in un disegno che è ovviamente provvidenziale, da Dio proviene ed a Dio ritorna. Questa antica tensione all’Unità comincia a frammentarsi per mezzo di un processo che tende a creare il mostro con cui ancor oggi abbiamo a che fare, cioè la concezione dell’autorità “laica”, cioè profana, strappata, distaccata, “libera”, priva di ogni ordinamento e giustificazione metafisica. All’epoca in cui Dante scrive, lamentandosi del comportamento del Papato, ci sono i primi Re, soprattutto i Re di quella Francia che è stata in questo un grande battistrada, che cominciano a dichiarare con le proprie scuole giuridiche, che loro sono imperatori nel proprio territorio e quindi, nel proprio territorio, non riconoscono alcuna legge superiore alla propria. Il non riconoscere una legge superiore sopra di sé è l’apostasia più grossa che si possa affermare rispetto alla Legge cristiana, perché il cristiano sa benissimo che qualsiasi autorità mondana ne ha una al di sopra, ed esattamente in virtù di questa filiazione “feudale” fra il Cielo e la Terra questa autorità mondana è lì a reggere ed a giustificare ogni cosa che ne discende; senza di che tutto diventa semplicemente caos o, appunto, forza, arbitrio, mero potere nel senso tolkieniano del termine: l’anello che corrompe, che abbrutisce; il Mordred della leggenda di Re Artù è seguito da miriadi di guerrieri, tutti uguali, brutti e neri, che non hanno neanche più volto né nome; i “popoli dell’Anticristo”, Gog e Magog dell’apocalittica cristiana medievale e moderna.

Questa è la grande frattura che Dante individua fin dagli inizi, quando nella vita concreta dell’Europa del tempo ben pochi si occupavano di queste beghe politiche tra tizio e caio, tra il Papa e l’Imperatore, in termini non mondani e di semplice convenienza, ma di principio. Quest’anno si celebra il nono centenario della costituzione dell’Ordine templare in Gerusalemme, e gli ordini cavallereschi sovrannazionali finirono direttamente dentro a questo tritacarne e furono le vittime più illustri di questo processo di distacco dell’autorità nazionali dall’autorità imperiale. Prova ne sia che gli ordini sovranazionali che riuscirono a sopravvivere lo fecero uscendo definitivamente dai territori di queste prime monarchie nazionali che pretendevano di controllare tutto al proprio interno secondo un’ottica che all’epoca era ingenua, quasi volontaristica, ma che tutto sommato costituiva il primo sassolino che portava valanga dopo valanga a Robespierre e poi ad ogni totalitarismo che ne è seguito; su questo, Dante, che non conosceva naturalmente Robespierre, aveva ben chiaro come partendo dalla frattura dell’equilibrio dei due Soli si sarebbe generato semplicemente il caos. Il Tempio non volle farlo, e ne fu distrutto.

Dalla fine del Medioevo in poi, queste figure di Re di giustizia, di Re che incarnano un destino provvidenziale del proprio popolo sopravvivono, magari in territori periferici, ma resistono a lungo. L’Impero storicamente si rinserra sempre di più, dopo il ‘500-‘600, nell’Europa centrale; chi di voi ha potuto vedere un bellissimo film, “Il destino di un guerriero”, che narra della figura letteraria del Capitano Alatriste, “inventato” dallo spagnolo Arturo Perez Reverte, si è divertito a vedere una bellissima epopea di fanterie spagnole che vanno a caccia di protestanti nelle Fiandre; ma a quel tempo, l’Impero è già quello centro-europeo, circondato da una serie crescente di spinte centrifughe che ne minano costantemente l’equilibrio. E fino a che esiste l’Imperatore, cioè fino al Beato Carlo I d’Austria-Ungheria, l’arte che da esso viene praticata opportune ac importune è quella dell’equilibrio: come tenere in equilibrio le spinte nazionalistiche degli ungheresi con quelle degli slavi e qualcuno per questo è pure morto, come l’Arciduca Francesco Ferdinando che aveva “esagerato” nel proporre il “trialismo”, cioè una paritaria valorizzazione dei popoli slavi nel contesto dell’armonia dell’Impero, sviluppo che apriva necessariamente le porte ad una consimile evoluzione anche per i popoli italofoni, con ciò tagliando le gambe a tutte le sette nazionalistico-massoniche del continente.

Ci sono numerosi popoli che ancora oggi conservano una propria identità collegata a queste figure reali: pensate agli scozzesi; se andate a Roma al Collegio scozzese, trovate un quadro che conserva una pergamena antica in latino: è l’editto di tolleranza del buon Principe Charlie, Carlo II Stuart, l’ultimo Re che, giovane diciottenne, si lanciò alla riconquista della Scozia, il Bonnie Prince Charlie delle canzoni popolari ancora oggi tramandate nelle Highlands che appena sale al potere stila questo editto di tolleranza che è vergato in stile romano, una tolleranza che non esiste in alcun governo protestante che abbia conosciuto, i governi protestanti inglesi essendo l’inizio di quella progressiva strumentalizzazione della religione a fini politici che poi è andata a finire dove ben sappiamo, all’invenzione delle pseudo-religioni e poi all’oppressione diretta di ogni religione in quanto domina un dio solo, lo Stato. È questo in fondo il motivo per cui Carlo Marx nel suo Manifesto del Partito Comunista, scritto non a caso in Inghilterra, avendo di fronte a sé il “bellissimo” spettacolo delle città industriali dove ragazzini di otto anni lavoravano sedici ore in miniera per quattro spiccioli, magnificava questa nuova civiltà che si andava costruendo perché, non solo a suo dire avrebbe innescato la rivoluzione proletaria - cosa affatto vera -, ma perché, cosa che invece ha poi fatto, liberava a suo dire la persona dai “variopinti legami feudali” (citazione letterale) consegnandolo nudo all’onnipotenza dello Stato. E questa è la storia della modernità: non esistono corpi intermedi, non esistono autonomie, non esistono libertà, non esiste equilibrio; esiste un dio mondano, lo Stato ed esiste una massa, i sudditi. E questa è la storia delle ideologie tra ‘800 e ‘900, nessuna esclusa.

Nelle sue costruzioni politiche concrete, l’Impero, fin dall’epoca di Carlo Magno e prima ancora degli antichi romani, non era il Paradiso terrestre e quindi non coincideva con la restaurazione del mondo prima della Caduta. Come avveniva in ambito monastico, in cui le regole dovevano garantire ad un ristretto numero di persone un ritmo ed un’organizzazione di vita (la Regola) che fosse il più possibile simile alla Gerusalemme celeste, anche l’organizzazione imperiale aveva elevatissimi fini mentre la qualità umana era quella che era, quindi piuttosto variegata nel tempo. Vero è che rispetto ai giganti che abbiamo incontrato lungo la strada che abbiamo percorso insieme, i nani di oggi scompaiono; ma anche quei giganti erano esseri umani, scontavano anche loro il peccato originale. Erano grandi peccatori e non meschini peccatori: i cattivi di Dante sono infatti grandi, esemplari peccatori, non meschini peccatori; oggi siamo pieni di meschini peccatori e comprensibilmente non vi sarebbe nessuno che Dante nel suo Inferno riterrebbe degno di menzione.

Con la caduta dell’Impero d’Austria e simultaneamente dell’Impero russo, nel 1918, termina la vicenda storica delle costruzioni che ereditano quanto ancora possibile, dati i tempi, di questa antica tradizione imperiale. Nel momento in cui questo avviene, si scatena un fenomeno letterario molto interessante, che è la famosa letteratura della finis Austriae: ora, proprio perché in terra il Paradiso celeste non esiste, Joseph Roth nel suo celeberrimo romanzo La marcia di Radetzsky aveva probabilmente ragione a scrivere che sotto l’Impero d’Austria “l’ultimo ciabattino ebreo della Galizia poteva contare sulla pronta giustizia dell’Imperatore”; anche se in quel contesto esistevano magari altri problemi, ad esempio gli ungheresi che erano veramente ingestibili e c’è voluta tutta la pluridecennale pazienza dell’Imperatore Francesco Giuseppe per riuscire a tenere insieme il loro nazionalismo sempre più scatenato in un contesto sovranazionale ordinato. Tuttavia questo è stato fatto, e non ricordiamo mai a sufficienza e con la dovuta gratitudine la figura solitaria e grandiosa di questo vecchio Imperatore che non fece altro per decenni che cercare di mantenere l’equilibrio tra queste spinte dissolutrici da tutte le parti del suo Impero e che passò gran parte della sua vita, dalle cinque del mattino a notte avanzata, a fare ciò ottenendo certamente in cambio un pezzo di Paradiso; ma è l’ultimo Imperatore che ebbe perfettamente chiaro quello che stava accadendo, avendo avuto una notevole esperienza di combattente sul campo e sapendo perfettamente che la propria missione era cercare di lottare per rallentare ancora un po’ l’arrivo di Gog e Magog, cioè la distruzione di questo antico mondo: quello che fece è, ad esempio, evitare di trasformare la sua guerra in quel macello modernissimo e totale come per esempio si affrontavano la Germania e la Francia fra 1914 e 1918; sapete che se ancora possiamo visitare Venezia è perché l’Imperatore Carlo I si rifiutò di dare l’ordine di bombardarla dal mare; e nelle pagine dei verbali del Suo processo di beatificazione emerge la sua lotta costante contro le costanti pressioni di una genìa di ufficiali formati alle scuole tedesche, i.e. nelle logge massoniche tedesche, alla mentalità protestante tedesca, la quale voleva solo scatenare la distruzione di massa nei confronti di tutti quelli che avevano di fronte, militari e civili (come beninteso facevano gli avversari).

La memoria dell’Impero nel ‘900 è una memoria di contenimento del caos: forse questo è il dato che passa, anche a livello letterario, in maniera più chiara. Rimane un archetipo, rimane un esempio. Ma che cos’è l’Impero oggi? Solo questo? Vi ho letto la definizione di Sant’Agostino, permettete che vi legga anche la definizione del concetto di Impero nella storia d’Europa data recentemente in una nostra Università Estiva dal nipote del Beato Carlo I, l’Arciduca Carlo II, attuale capo della Casa di Asburgo: ora, in italiano “concetto di Impero” è già una traduzione parziale del tedesco Reichsidee che significa certamente anche “concetto” ma idee in tedesco ha anche il significato di “idea-forza”, cioè un’idea che ha le proprie gambe e vi cammina sopra; non è un concetto astratto come può essere il concetto di “umanità” nella dottrina del diritto internazionale; su ciò l’Arciduca Carlo II scrive:

«Per comprendere il concetto di Impero, è importante differenziarlo dalla imperial idea britannica, il collegamento alle “gloriose” imprese in India e negli altri paesi, così come è necessario distinguerlo dall’idea imperiale francese, che si riconduce invece alla megalomania napoleonica. Il concetto di Impero nel senso che noi intendiamo è l’espressione di diritti, leggi e valori sovra-nazionali così come spesso è stato parzialmente rappresentato dall’Impero austro-ungarico e prima di esso dai Re burgundi… un sistema di regole, atte a governare un territorio costituito da diverse parti, tutte poste nello stesso Continente, ma non unite da confini comuni, un insieme di leggi che permettessero a tutti i differenti gruppi etnici e alle minoranze non solo di vivere in buone condizioni ma di mantenere nel miglior modo possibile, la propria cultura ed individualità».

Questa è una buona tradizione contemporanea del concetto agostiniano che abbiamo visto prima. Questo è il motivo vero per cui l’Impero rappresenta, appunto, un’idea- forza che non esiste più se non probabilmente nell’Estremo Oriente, ma che malgrado tutto rimane prepotentemente presente nella memoria dei popoli d’Europa.

All’interno dell’Impero d’Austria si utilizzava diffusamente un motto molto interessante: in necessariis unitas, in diversis libertas, et in omnibus caritas (“nelle cose necessarie unità, in tutto il resto libertà e in ogni cosa carità”). Il concetto di carità è tipicamente cristiano: i nostri amici dell’Impero romano con tutto il loro stoicismo non lo conoscevano e contraddistingue tutto l’Impero cristiano nella lunga tradizione che da Carlo Magno e ancor prima da tutti i santi che hanno iniziato a pensarlo - San Colombano è stato il primo -: la tensione a recuperare un ordine perduto rispetto al quale c’era solo caos e distruzione, l’ordine perduto del precedente Impero romano ma ora cristianizzato. Questo è stato fatto, nel bene e nel male, con un lascito di civiltà che ancor oggi non manca di interrogare tutti gli europei.

Questa ricetta del mettere insieme alcune pochissime cose che devono essere comuni assieme alla massima libertà su tutto il resto è probabilmente ancora oggi l’unico modo per far si che i popoli europei convivano tra di loro senza scannarsi, come è avvenuto nei Balcani pochissimi anni fa, e senza affogare sotto le “amorevoli cure” di lobbies finanziarie e massoniche come ora sta accadendo. In origine, infatti il progetto di unificazione dell’Europa nasce dopo il 1918 nel tentativo di recuperare laicamente l’antico modus vivendi imperiale. Ovviamente il tentativo ha conosciuto molte difficoltà e sostanzialmente dopo gli anni ’70 un fallimento crescente, per cui il mio Maestro Franco Cardini oggi sostiene tranquillamente che l’Unione Europea per come noi la conosciamo non è stata nulla di simile a quello che doveva ed in origine voleva essere, ma ha rappresentato una falsa partenza, rispetto alla quale, come avviene in atletica, bisogna tornare indietro e rimettersi al punto di partenza e poi ripartire, e non continuare la corsa, che è truccata.

In conclusione vi prego di leggere Dante, il suo discorso sull’Impero, le sue invettive con il clero corrotto, le sue invettive sugli italiani che sono avidi e meschini allora come adesso, come testimonianza di un Ordine possibile, di un Ordine necessario: che sia o non sia realizzato compiutamente nella storia, questo conta meno. Come tante cose nella storia, il fatto che vi siano state e siano state possibili segnano già un punto di arrivo; alcuni uomini l’hanno concepito, alcuni uomini l’hanno creato, alcuni uomini l’hanno vissuto, difeso e testimoniato. Il motivo per cui noi oggi non abbiamo i mussulmani nel centro Europa è perché questo era: se leggete la storia della difesa di Vienna e di chi andò a difendere quella città dai quattro angoli dell’Europa nel 1683, senza bisogno che nessuno mandasse loro una cartolina-precetto a casa, avrete un’altra magnifica applicazione concreta di questa memoria profonda.

Noi ne siamo tutti orfani ed al tempo stesso bisognosi che questa idea di ordine, di Europa, di Impero non ci abbandoni definitivamente.

6 - II - 2018


Adolfo Morganti


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