COLLASSO DELLA SCUOLA, VORAGINE DEL DEBITO PUBBLICO. COME MORÌ IL LIBERALISMO IN ITALIA (1919-1920)


La Scuola tra difficoltà storiche e velleità politiche. Oggi peggio di ieri. L'editoriale del Giornale del Piemonte a cura del Prof. Mola.


COLLASSO DELLA SCUOLA, VORAGINE DEL DEBITO PUBBLICO

COME MORÌ IL LIBERALISMO IN ITALIA (1919-1920)


Il fratricidio

“Ho sempre considerato Mussolini come un avversario e Giolitti come un nemico”. Lo scrisse Francesco Saverio Nitti (1868-1953) nelle Meditazioni dell'esilio, vergate durante l'“internamento” da parte dei tedeschi a Hirschegg, in Austria, e pubblicate nel 1947, dopo vent'anni di vita all'estero. Da alcuni venerato come capofila dell'“antifascismo democratico”, con quelle parole Nitti mise a nudo le radici profonde del fallimento politico suo, del microcosmo che lo sorresse al governo nel 1919-1920 e della tabe che ormai aveva corroso dall'interno il “liberalismo all'italiana”: un nido di serpenti, pronti ad allearsi con chiunque, anche l'avventuriero più antidemocratico qual era Mussolini, pur di annientare il “nemico interno”. Ai danni di Giovanni Giolitti lo aveva già fatto Antonio Salandra nel 1915.

Roma nacque dall’assassinio di Remo da parte di Romolo. Da lì il fratricidio discese per li rami… e colpisce ancora.


Socrate non usò la teledidattica 

Prima dello Stato vi è l'uomo. Prima della “disciplina” vi è la libertà. Dopo mesi di ponzamenti, il ministero della Pubblica istruzione emana ordinanze sugli esami finali della scuola secondaria inferiore (“terza media”) e di quella superiore (“maturità”). Un'unica certezza: insufficienti o meno, gli studenti “passeranno la nottata”: tutti promossi. Saranno esaminati in diretta o “da remoto”. Di sicuro alla debita distanza. La “prova” durerà poco. I ragazzini si faranno precedere da una tesina entro fine maggio (all'opera, genitori!). Gli altri siederanno un'oretta davanti al sinedrio dei loro docenti.

L'articolo 34, comma 2, della Costituzione recita: “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Già. Ma con gli esami alla maniera della ministra Azzolina e dei suoi esperti chi stabilisce quali siano gli allievi capaci e meritevoli e, soprattutto, chi li rintraccia nella pletora di ragazzi che non hanno il personal computer né un tablet o se li hanno non vengono raggiunti dalla “banda” perché la telecomunicazione è stata abbandonata dallo Stato a interessi voraci che vanno dove li porta il profitto e se ne infischiano delle genti periferiche, reiette ai confini dell'impero di internet? E' lo stesso Stato che finge di avere ferrovie, poste e persino una compagnia aerea che ha dissanguato anche chi non ha mai volato. Una furbata, come quella delle banche che stanno chiudendo filiali e sportelli e lasciano interi comuni senza neppure un bancomat.

Va male, va malissimo. Ma andrà peggio quando, sull'onda di una “moda” estemporanea propiziata da Sua Emergenza Conte Giuseppe e dai suoi accoliti, si decidesse che la teledidattica dovesse primeggiare sulla scuola vera: quella “in carne e ossa”, tra quei banchi che, come fossero una antica compagnia di ventura o una trincea della Grande Guerra, per secoli hanno cementato amicizie durate una vita.

Ai turibolanti dell'insegnamento “a distanza” ricordiamo che la filosofia “occidentale” ha per cardine l'ateniese Socrate (369/70-399 a.Cr.). Cultore dei sofisti (come Protagora e Gorgia), Socrate non “insegnò”, non dettò mai formulette: sapeva di non sapere, ascoltava, dialogava, confutava, ricercava. La conoscenza per lui non era predica, catechismo, imbonimento, ma indagine. Perciò dava fastidio. Venne condannato a morte dai suoi ottusi concittadini, primo martire della libertà di pensiero e di coscienza. Ne furono interpreti il sommo Platone, che da Atene si allontanò guardingo per non subire analoga sorte, e Aristotele. Tra esoterismo ed essoterismo ammise l'esistenza di un Dio, ma come motore immobile: di modo che gli uomini non potessero imputargli la colpa delle loro bestialità, tante nei millenni e tuttora innumerevoli, perché dai guai sopraggiunti o commessi nel passato, cioè dalla Storia, gli uomini poco o nulla apprendono. Perciò essa non è magistra vitae se non per chi la frequenta. A conferma, Conte, i “suoi” ministri e i cosiddetti governatori  hanno nominato una fungaia di “esperti” comprendenti di tutto tranne che storici, filosofi, pedagogisti. Vivesse oggi, di sicuro Socrate ne sarebbe escluso; forse, invece, verrebbe insediata sua moglie Santippe, anche per appagare Lilli Gruber.


È dalla grande guerra che l'Italia affoga nei debiti


Nel 1926 il governo Mussolini concluse l'accordo per restituire agli Stati Uniti d'America il prestito ottenuto per fronteggiare la Grande Guerra. Il debito era enorme; ma nulla rispetto a quello che Roma doveva ad altri “alleati”, generosi nel concedere, esosi nel sollecitare il saldo. L''Italia s'impegnò a versare il dovuto con rate semestrali per i successivi 60 anni, sino al 1987. Nel 1941, sempre al potere, Mussolini dichiarò guerra agli USA. Forse fu una decisione imprudente.

Lasciamo al lettore curioso accertare quanto ne derivò per il debito pubblico contratto dall'Italia nella seconda guerra mondiale, a parte le rovine materiali di un Paese che per cinque anni subì bombardamenti e per due fu teatro di una guerra guerreggiata dalla Sicilia alle Alpi come non se ne vedevano da quella tra bizantini e ostrogoti, che la desertificarono. Chi oggi vocifera di Piano De Gasperi anziché di Piano Marshall dovrebbe ricordare l'imbarazzo di De Gasperi quando venne fotografato in America con in mano l'assegno per la Ricostruzione (in cambio di quanto sappiamo: ne ha scritto Nico Perrone in saggi documentati).  


Nitti l'economista: un cattedratico al governo...

L'ascesa di Nitti a presidente del Consiglio il 23 giugno 1919 nacque dalle sue personali qualità di studioso di economia e finanza, dalle buone prove date da ministro con Giolitti (1911-14) e con Vittorio Emanuele Orlando (1917-gennaio 1919) e soprattutto dal disastro del governo precedente, presieduto da Orlando con Sidney Sonnino agli Esteri. Al congresso della pace di Parigi, malgrado il supporto di Salvatore Barzilai e di un modesto seguito di consiglieri, irrilevante rispetto alle centinaia di tecnici messi in campo dagli altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti d'America, la delegazione italiana si condusse con manifesta incapacità. Dinnanzi al rifiuto della richiesta di Fiume in aggiunta ai compensi previsti dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915, essa abbandonò i lavori. Il presidente degli USA, Wilson, rispose esortando direttamente gli italiani a darsi una regolata. La replica di Roma cadde nel vuoto. Al governo non rimase che riprendere la via francigena. Come ha scritto efficacemente Valerio Perna, acuto studioso di storia della diplomazia, Orlando e Sonnino ignorarono i profondi cambiamenti introdotti dalla Rivoluzione russa, dall'intervento degli USA, dal crollo di quattro imperi e dalla costituzione della Lega delle Nazioni. Pensavano di usare ancora la moneta vecchia nei tempi nuovi. Rientrata a Roma, la delegazione ebbe la sconfessione più bruciante. Il governo venne sfiduciato dalla Camera dei deputati. Da presidente, Nitti tenne per sé l'Interno. Come narra il suo biografo, Francesco Barbagallo, si valse del fedelissimo segretario, Giuseppe Magno. Gli Esteri andarono al giolittiano Tommaso Tittoni, presto sostituito da Vittorio Scialoja. Paradossalmente, il 28 giugno 1919 Orlando e Sonnino rappresentarono l'Italia alla firma del Trattato di Versailles benché non fossero più al governo. In tal modo ebbero sulle spalle il passivo del trattato: la delusione per la mancata assegnazione di Fiume.


...di un Paese nel caos

Guazzabuglio di correnti, clan regionali e clientele personali, la Camera si era spesso mostrata cinica e spietata, soprattutto quando tirava vento di elezioni. Quella in carica nel giugno 1919 era stata eletta nel remoto 29 ottobre 1913. Risultò la  più durevole e meschina della storia d'Italia. Approvò tutto quello che non voleva (a cominciare dall'intervento in guerra e dal conferimento al governo di poteri legislativi “in caso di guerra”), salvo vendicarsi alla prima occasione. Nel giugno 1916 sfiduciò Salandra e così fece col suo successore, Paolo Boselli, il 25 ottobre 1917, quando a Roma i deputati ancora nulla sapevano della sconfitta di Caporetto e del forzato ripiegamento dell'Esercito. Prima di essere sciolta, la Camera sguazzò nelle roventi polemiche suscitate dalla malvagia “Inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917)” (nota come “Inchiesta su Caporetto”), usata quale atto d'accusa nei confronti dei vertici militari (Luigi Cadorna,comandante Supremo; Carlo Porro, suo vice; Luigi Capello, comandante della II Armata...). A metà agosto approvò la masochistica legge elettorale che introdusse il riparto dei seggi in proporzione al numero dei voti ottenuti dai partiti nelle 54 circoscrizioni del regno. Eletta per la prima volta a suffragio quasi universale maschile, ma con lo scudo dei collegi uninominali, quella Camera  mostrò nei fatti quanto sia fatuo il diritto di voto se non esprime una dirigenza all'altezza del compito che le viene affidato dai cittadini.

Il 10 settembre a Saint-Germain l'Austria, sorta dalla dissoluzione dell'impero asburgico, sottoscrisse il trattato di pace con le potenze vincitrici, Italia inclusa. Fiume rimase qual era. Il 12 vi irruppe Gabriele d'Annunzio che ne rivendicò l'annessione all'Italia chiesta sin dal 29-30 ottobre 1918 dal consiglio comunale fiumano eretto in Consiglio nazionale. Il governo di Roma sconfessò l'“impresa”, preparata da una cordata di militari e da una rete di massoni delle due comunità, il Grande Oriente e la Gran Loggia d'Italia, decisamente osteggiate dalle massonerie dei paesi alleati.

Il settantottenne Giolitti, già quattro volte presidente del Consiglio, tramite il conterraneo Facta aveva invano esortato  Orlando a indire le elezioni nella primavera del 1919, nel clima della vittoria da poco conseguita e prima che ne emergesse l'onerosissimo costo. Caddero nel vuoto analoghi suggerimenti fatti pervenire a Nitti. Le elezioni ebbero luogo il 16 novembre in un clima avvelenato, dominato dalla contrapposizione tra socialisti, dilaniati in correnti ormai incompatibili (estremisti decisi a “fare come in Russia” e “moderati” come Filippo Turati e Claudio Treves), cattolici del neonato Partito popolare italiano, allestito da don Luigi Sturzo, liberali “costituzionali” e fautori accesi della repubblica. Anche il gran maestro del Grande Oriente, Domizio Torrigiani, si pronunciò per la costituente (fatalmente repubblicana) e caldeggiò un partito del lavoro per mediare tra il bolscevismo e la borghesia, a suo giudizio ormai avvizzita.


La fantasia al potere...

Al disordine delle idee si accompagnò quello della vita pubblica e sociale, fra scioperi a getto continuo, occupazione di terre e un rimpasto ministeriale senza crisi vera e propria (14-22 marzo 1920). Economista di vaglia e autore di saggi apprezzati anche all'estero, Nitti tentò di spostare il confronto politico dall'interno allo scenario internazionale, la cui dinamica, però, non era alla portata dell'Italia. Lo si era constatato nelle conferenze diplomatiche di Londra e di Sanremo che nei primi mesi del 1920 segnarono la spartizione dell'impero ottomano e dei domini coloniali germanici tra Francia e Gran Bretagna, con l'Italia spettatrice.

La guerra, con 15 milioni di morti per cause belliche dirette, e l'epidemia detta “spagnola” (il cui bilancio continua a oscillare tra i 20 e i 50 milioni di vittime) insegnarono poco o nulla. I governi rimasero egoisti e arroccati nella strenua difesa dei propri interessi. Il Congresso degli USA rifiutò di ratificare la pace di Versailles. Wilson fu condannato al repentino tramonto. La lega delle Nazioni, in vigore dal 10 gennaio, ridotta a espressione degli appetiti preminenti di Londra e di Parigi, perse rapidamente di credito.

Nitti resse sino a quando gli riuscì di nascondere la verità: lo spaventoso debito pubblico contratto dall'Italia per fronteggiare la guerra. Dopo due militari di valore (il contr'ammiraglio Giovanni Sechi alla Marina e Alberico Albricci alla Guerra) dal 14 marzo titolare della Guerra fu l'ex socialriformista e poi “democratico” Ivanoe Bonomi, ritenuto massone anche dalla Santa Sede, ma senza prove documentarie. Sicuramente affiliati al Grande Oriente erano invece vari sottosegretari di Stato, quali Andrea Finoccchiaro Aprile, Alberto La Pegna, Bortolo Belotti, Bartolomeo (Meuccio) Ruini e altri, disseminati in ministeri chiave (Guerra, Giustizia, Tesoro, Industria e commercio), un “partito” all'interno della macchina statuale. I nazionalisti e Mussolini prendevano nota.


...e il ritorno all'Ordine

L'11 maggio 1920 il governo Nitti venne sfiduciato alla Camera da socialisti, popolari, destra liberale: “per lo sfacelo dello Stato e di ogni disciplina morale” commentò Filippo Turati, dimentico che si pecca per pensieri, atti e omissioni. Nitti aveva sempre omesso di appoggiare con franchezza il liberale Giolitti, l'unico statista capace di resuscitare l'Italia dalle rovine. Dopo frenetiche quanto vane consultazioni (tanti sono pronti ad abbattere, pochi disposti ai sacrifici della ricostruzione), Vittorio Emanuele III, consultati invano il cattolico Filippo Meda e Bonomi, incaricò nuovamente Nitti, che formò un governo snello comprendente democratici, popolari (come Giulio di Rodinò alla Guerra) e massoni, subito messi sotto processo dal Grande Oriente, contrario alla collaborazione con i cattolici.

Però, a differenza di quanto era accaduto nel 1908 questi ultimi non vennero condannati né “bruciati tra le colonne”, ma solo perché poche settimane dopo Nitti venne nuovamente sfiduciato. A quel punto il Re incaricò Giolitti che il 16 giugno “prese le consegne” del potere in una sobria cerimonia al Quirinale.

Da anni lo statista aveva pronto il programma. Lo aveva enunciato dall'agosto 1917, ripetuto il 12 ottobre 1919, ribadito altre volte: abolire il prezzo politico del pane, risanare il debito pubblico (quasi 90 miliardi contro i 13 dell'anteguerra: una voragine), eliminare gli sprechi, ripristinare l'ordine dei servizi e il senso dello Stato. Giolitti non ebbe mai alcuna cattedra universitaria. Non si atteggiò ad economista. Per capire gli bastavano le peregrinazioni nel suo vecchio Piemonte, misto di orgoglio e di onesta povertà, e le sgambate per Roma, bastone in mano e senza scorta. Vedeva, capiva. Andava in ufficio alle 9, ne usciva alle 12 per una refezione; vi tornava alle 15 e ne usciva alle 19 o 20. Cenava e alla moglie, Rosa Sobrero (“Gina”), scriveva “di salute sto bene”: appetito e sonno regolari. Nitti, invece, vi andava all'alba e ne usciva a notte avanzata. All'Istruzione Giolitti chiamò Benedetto Croce, quintessenza del liberalismo italiano di statura europea. Il filosofo (apprezzato dallo statista che lo trovò “di buon senso”) impostò la rinascita dell'Italia sulla serietà della Scuola, anzitutto sull'istruzione scientifica e tecnica.  Sui banchi si formano i cittadini e la loro classe dirigente. Il napoletano Croce, uso a passare le vacanze in Piemonte, di tanti apprendisti a docenze universitarie e di aspiranti politici soleva dire “hai fatto, hai fatto e non hai fatto niente”. Il V governo Giolitti, che merita apposita memoria, fece quanto possibile per risanare il Paese gravato dalla morte di 680.000 maschi adulti per cause di guerra, di circa 600.000 vittime della “ febbre spagnola” e da un debito pubblico che un secolo fa lo privò di vera indipendenza e dal quale non si risollevò alzando fasci littori e vantando otto milioni di baionette.

I fatti sono ostinati. Quelli di un secolo fa dovrebbero aprire gli occhi sull'Italia di oggi e di domani, nella cauta previsione di due anni di convivenza con la pandemia. Che fare dunque? Anzitutto rivendicare la libertà di circolazione inter-regionale, l'abitazione delle case di proprietà, quante esse siano e ovunque siano, e di rialzare la prora verso la vita perché, dopotutto, questo morbo non è nulla rispetto a quanto abbiamo saputo fare nel secolo delle guerre mondiali, dei campi di sterminio, del lancio delle atomiche (non solo sul Giappone ma nella miriade di esperimenti a cielo aperto) e di centrali nucleari un po' difettose. Il peggio potrebbe ancora venire.      


Aldo A. MOLA


DIDASCALIA:

Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842- Cavour, 1928), anziano, per le vie di Roma. Cinque volte presidente del Consiglio e ministro dell'Interno passeggiava svelto e senza scorta. Amava la libertà per gli italiani; e anche la sua.