BALKAN: FAKE NEWS O MITO FONDANTE ?


Per gentile concessione del Presidente della Lega Nazionale di Trieste Avv.Paolo Sardos Albertini. pubblichiamo l' "Editoriale" che appare sul periodico n.60 del giugno 2020 del Sodalizio.


BALKAN: FAKE NEWS O MITO FONDANTE ? 


Parliamo di quel edificio che, a Trieste, in via Fabio Filzi n.14, ospita attualmente la facoltà di lingue dell'Università tergestina. Molti, di una certa età, lo ricordano come «Hotel Regina», per la sua precedente destinazione alberghiera. Ma, sulle pagine dei giornale e nell'agone della politica, è ormai ridiventato il «Balkan».
Ridiventato perchè tale era ai tempi asburgici e tale era rimasto fino al 1920. Ospitava al suo interno un ristorante, un albergo, un paio di locali occupati da associazioni slovene ed altri locali occupati da associazioni jugoslaviste (vale a dire serbe).


Luglio 1920: a Spalato manifestanti serbi pro Jugoslavia assassinano due marinai italiani, il comandante Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi. Nella manifestazione di protesta che ha luogo a Trieste, il 13 luglio, viene pugnalato, in piazza Unità, il giovane italiano Giovanni Nini, sempre ad opera di terroristi jugoslavisti i quali scappano in direzione del Balkan.
La folla li insegue e trova l'edificio presidiato da forze dell'ordine (in particolare Guardia di Finanza) che impediscono l'accesso allo stabile.
Dall'interno del Balkan vengono sparati diversi colpi. Nel Balkan scoppia un incendio: non dal piano terra (come logico, se provocato dall'esterno), ma dal terzo piano. E ci sono le foto, a testimoniarlo.
Le fiamme distruggono lo stabile del Balkan. Ci sono delle vittime: un ufficiale italiano (ten. Luigi Casciana) verosimilmente ucciso da colpi provenienti dal Balkan ed un farmacista sloveno (dr. Hugo Roblek, di Bled) che si trovava ospite, con la moglie, dell'albergo. Allo scoppiare dell'incendio il dr. Roblek è saltato dalla finestra ed è deceduto, la moglie è saltata anch'essa, ma dopo l'arrivo dei pompieri e si è così salvata.

Questi i fatti. Più e più volte proposti dall'amico Renzo de Vidovich, con idoneo corredo fotografico; da ultimo in iniziative pubbliche di cui più avanti vi diamo relazione. Come in passato vi avevamo già proposto l’accurata analisi storica della vicenda Balkan ad opera dello storico Carlo Cesare Montani, pubblicata sull'autorevole «Rivista della cooperazione Giuridica Internazionale» diretta dal prof. Augusto Sinagra.
In conclusione: un (deprecabile) episodio di violenza la cui responsabilità va almeno in parte attribuita a estremisti jugoslavisti (serbi), una violenza sugli immobili da inserire in altri (deprecabili) precedenti, come gli assalti con successivo incendio delle sedi della Lega Nazionale, della Ginnastica Triestina e del giornale Il Piccolo, tutti realizzati il 23 maggio 1915 da teppaglia carsolina, assistita dalla Gendarmeria austriaca.


Il «caso Balkan» non appartiene però alla realtà dei fatti, ma a quella ben diversa dei miti e vediamo il perchè.
Partiamo da un dato, anzi da una data: 12 novembre 1866, quando « Sua Maestà (Francesco Giuseppe) ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l'influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e si operi ... in Dalmazia e nel Litorale (Trieste e l'Istria) per la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno».
Questa la politica perseguita da Vienna per oltre mezzo secolo (fino cioè al 1918). Di fatto una politica largamente velleitaria perchè, se nella più isolata Dalmazia ha conseguito concreti risultati, non così a Trieste e nella confinante Istria, ove la municipalità tergestina - potenza politica ed economica di primo livello - ha eretto un argine contro i propositi genocidi di Francesco Giuseppe (ed è vanto della Lega Nazionale esser stato strumento essenziale per la sopravvivenza dell'italianità nella Venezia Giulia). Al di là di ciò è peraltro innegabile che proprio questa politica asburgica ha fatto nascere ed ha alimentato una sorta di mito, di sogno tra gli Sloveni, quello cioè che il decreto del 12 novembre 1866 di Francesco Giuseppe diventasse realtà e che si realizzasse così lo «slavizzare» Trieste e l'Istria, come era nella volontà di Sua Maestà.
Un sogno, un mito che peraltro si è inserito in un momento del tutto particolare degli Sloveni, un momento storico nel quale la loro identità nazionale era in piena fase di formazione, la aspirazione a non essere più, solamente, i «servitori più fedeli dell'Imperatore», bensì un vero e proprio soggetto nazionale, una collettività che auspicava il diventare Nazione, per poi realizzare uno stato nazionale (è quanto avverrà solo nel luglio del 1991, quando gli Sloveni si libereranno finalmente - e con una guerra - dall'asservimento alla Jugoslavia).
In qualche modo il »Balkan» era così diventata, per loro, la figura simbolo del realizzarsi di questo sogno, l'illusione generata del (fallito) progetto asburgico: Trieste città slovena, riferimento della nascente slovenità.
La realtà certamente era ed è stata diversa: gli Asburgo, il loro Impero, la loro casata erano stati cancellati dalla storia. La politica genocida di Francesco Giuseppe a danno degli Italiani, già sconfitta dalla resistenza triestina, era stata travolta dalla catastrofe, per gli Asburgo, del '18.
Ma i miti, si sa, resistono tenacemente alla realtà. Ed è appunto in forza del mito che quelle fiamme che hanno avvolto il Balkan il 13 luglio 1920 dovevano essere, per loro, «figura», simbolo di quelle forze del male, il Fascismo appunto, che si accaniva per cercar vanamente di tarpare la nascita della Nazione Slovenia.
All'epoca in realtà al Governo di Roma non c'era il fascista Benito Mussolini, ma il liberale Giovanni Giolitti? Sono particolari di cui un mito non può, ovviamente, tener conto.


Se le cose stanno così c'è ben poco da aggiungere. Ciascuno si sceglie i miti fondativi che preferisce. I nostri antenati Romani avevano la lupa che allattava i gemelli, Romolo e Remo, se altri si scelgono il mito del Balkan in fiamme non lo contestiamo. Anzi lo rispettiamo.
Rispettiamo però molto, molto meno che questa scelta mitica la si voglia banalmente quantificare in una prosaica richiesta risarcitoria.
Le alate parole di Boris Pahor che di quell'incendio ha fatto un fulcro della sua poetica ci stanno anche bene, non ci sta invece bene che per quel incendio già nel 1964 lo Stato italiano abbia pagato, erogando alla comunità slovena il Teatro Stabile Sloveno «a risarcimento del Balkan - Narodni Dom» (così sul sito del teatro stesso), e siamo poi veramente nel grottesco quando oggi si avanzano ulteriori pretese sullo stabile di via Fabio Filzi.
Concittadini di cultura e lingua slovena di Trieste, coltivate pure il vostro mito fondante, continuate a credere che le cose siano andate come ve le racconta poeticamente Boris Pahor (testimone, all'epoca, di anni 6!), ma lasciate in pace le povere e dissestate finanze italiche.
Roma, oltretutto, ha già dato!


P.S.
Forse, per analogia, dovremmo a nostra volta rivolgerci al Governo di Vienna, per farci risarcire la sede bruciata, ai tempi dell'Austria, il 23 maggio 1915? E magari associare nella richiesta risarcitoria gli amici della gloriosa Società Ginnastica Triestina?


Lega Nazionale



Foto di copertina: il "Balkan-Narodni dom" in fiamme, da wikipedia.