3 MARZO 1942


Figlio primogenito di Emanuele Filiberto Duca invitto comandante della terza armata nella prima guerra mondiale. 

Il Duca Amedeo si arruolò all'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale come volontario, a soli sedici anni, come soldato semplice nel Reggimento artiglieria a cavallo "Voloire". Il padre lo presentò al generale Petitti di Roreto dicendo: "Nessun privilegio, sia trattato come gli altri", così fu, e ben presto diede prova di coraggio.

Negli anni venti visitò le colonie, Tripolitania e Cirenaica, e soprattutto la Somalia retta dallo zio Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, dove apprese le moderne e lungimiranti opere di produzione agricola e equa colonizzazione. 

Nel 1937 Amedeo venne chiamato a ricoprire la carica di Viceré dell'Africa orientale italiana, l'Impero appena conquistato, terre in subbuglio e ancora restie contro gli italiani, videro una sua opera di pacificazione e rispetto delle popolazioni etiopiche, ammirate in Patria e riconosciute dagli abissini stessi. 

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Amedeo resse in modo coraggioso e disperato le sorti dell'A.O.I. Quando l'avanzata inglese divenne più ardua, il Viceré si asserragliò sull'Amba Alagi, ingaggiando battaglia e tenendo testa alle forze britanniche, fino all'esaurimento di tutti i viveri e delle munizioni, che portarono alla resa il 17 maggio 1941. 

Al termine di questa splendida e dolorosa resistenza, fu fatto prigioniero di guerra n. 11590. I suoi stessi avversari resero l' "onore delle armi" agli Italiani e prospettarono al Duca il rientro dalla prigionia, rientro che Lui nobilmente rifiutò, volendo rimanere con i Suoi soldati.

Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Comandante superiore delle Forze Armate dell'Africa Orientale Italiana, durante undici mesi di asperrima lotta, isolato dalla Madre Patria, circondato da nemico soverchiante per mezzi e per forze, confermava la già sperimentata capacità di condottiero sagace ed eroico. Aviatore arditissimo, instancabile animatore delle proprie truppe le guidava ovunque, per terra, sul mare e nel cielo, in vittoriose offensive, in tenaci difese, impegnando rilevanti forze avversarie. Assediato nel ristretto ridotto dell'Amba Alagi, alla testa di una schiera di prodi, resisteva oltre i limiti delle umane possibilità, in un titanico sforzo che si imponeva all'ammirazione dello stesso nemico. Fedele continuatore delle tradizioni guerriere della stirpe sabauda e puro simbolo delle romane virtù dell'Italia imperiale e fascista. Africa Orientale  Italiana 10 giugno 1940 - 18 maggio 1941."

Dopo l'Amba Alagi, in mano nemica, scriveva sul Suo diario: "Tramonta il sole, il cielo è del colore del deserto, mentre dall'alto del minareto il muezzin lancia il suo lamento che chiama alla preghiera. Anch'io prego, in quest'ora divina in cui il giorno è passato e la notte non è ancora venuta. Mi sento in pace, in uno stato di euforia spirituale. Ringrazio Iddio clemente e misericordioso per le grazie, le gioie e i dolori che Egli mi ha dato nella Sua Onnipotenza e, nelle lodi, non chiedo favori; pago, solo, di esaltarne la grandezza." 

Nel Suo ultimo giorno di vita, dettò al Maggiore Vernin: "".....Giunga il mio ultimo saluto - riconoscente - ai miei soldati di terra, di mare e di cielo, compagni d'armi di Italia e Libia, ai miei camerati di prigionia, a tutti coloro che mi hanno seguito in questa epopea africana." L'ultimo giorno disse al proprio medico dott. Borra: "Importante non è dove e quando si cade, ma cadere bene... Quante volte ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull'Amba Alagi! Ricorda? Ma adesso capisco; sarebbe stata una vanità e quindi bisogna saper morire anche in una clinica, in un letto, lontano dalla Patria, da tutti ed in mano al nemico" e prima di rendere l'anima a Dio disse: "E' bello morire in pace con Dio e con gli uomini, con se stesso. Questo è quello che conta" .

Il 3 marzo 1942 alle 3:45, Egli lasciava questa terra per raggiungere il cielo azzurro degli Eroi. Lo vogliamo ricordare attraverso le Sue parole. 

Nove anni dopo la sua morte l'imperatore d'Etiopia Ailé Selasiè inviò un messaggio alla vedova ed alle figlie per porre in evidenza la limpidezza del Suo operato quando era Vicerè.

Ricordiamo questa figura adamantina di Principe, di Eroe, di uomo; che niente e nessuno potrà mai scalfire. Onore!


Circolo monarchico "Dante Alighieri - Patto per la Patria"

Si ringraziano Gianluigi Chiaserotti ed Alessio Benassi per la documentazione.