14 APRILE 1928


Nei giorni 14-15 aprile 1928 aveva luogo la Celebrazione Nazionale della festa del pane. Per ricordare queste giornate e per gentile concessione dell'Autore, pubblichiamo una preziosa ed interessante nota storica contenente la "Preghiera del pane", composizione autografa di S.E. il Duce d'Italia Benito Mussolini (datata al 10 gennaio 1928).


PILLOLE DI STORIA: PANE E FASCISMO NEL 1928

Recentemente ho avuto l
’occasione di visitare a Milano la Biblioteca del Pane e dell’Alimentazione (corso Porta Venezia, 58) che conserva il Fondo Luraschi, proveniente dalla biblioteca Sormani, dedicato alla panificazione e, più in generale, all’alimentazione e il Fondo Marinoni, donato dall’attuale presidente dell’Associazione Panificatori Milanesi, che conserva oltre 3.000 titoli tra monografie, riviste e opuscoli sul tema dell’alimentazione. 

Mi ha incuriosito, tra i tanti libri interessanti, un piccolo libricino del 1928, dal titolo: “Il Pane – temi premiati nel concorso nazionale per la celebrazione del pane”. In piena epoca fascista, lanciata da tre anni la “battaglia del grano”, gli alunni delle scuole medie superiori furono chiamati a comporre un tema per celebrare il principale degli alimenti.

Questo libretto, che raccoglie i temi premiati nella gara per la Celebrazione del pane del 1928, dovrebbe trovar fortuna nelle campagne – si legge nella prefazione-. Altrove, per esempio sui selciati cittadini, è un peccato buttarcelo; dove lo prenderebbero per mera letteratura. I bucolici della città fanno leggermente ridere, in questo poderoso ritorno alla terra. Lavorare la terra è poetico, appunto come la poesia: una fatica, uno stento serio, fatto di metodo di pazienza di intelligenza; a cui s’aggiunga, per la poesia della parola l’estro, e per la poesia della terra, l’amore e il cuore per tanta nutrice”.

Alla gara per la celebrazione del pane parteciparono 100 licei ginnasi, 25 licei scientifici, 42 istituti tecnici, 37 istituti magistrali, 1 liceo femminile: in tutto 205 istituti.

Riporto per intero e fedelmente (ho aggiunto soltanto i bold) il tema vincitore, scritto da Franco Tadini, alunno del Regio Istituto Magistrale di Brescia[1].

Dare sempre maggiore incremento all’Agricoltura: ecco il gran “verbo” per l’Italia nostra! L’importanza dell’Agricoltura fu compresa da tutti i popoli. Omero, nell’Iliade, quando descrive lo scudo che il “divino artefice” esaudendo la calda preghiera di Teti, sta fabbricando per il Pelide Achille, tratteggia, tra l’altro, un magnifico quadro di vita campestre. Narra egli dei mietitori che tornano, la gioia dipinta sul viso, carichi delle bionde spighe, mentre fra loro sta in silenzio il re, sopra un solco, impugnando lo scettro, e gioisce nel cuore… Sotto una quercia due araldi preparano la mensa, e spandono sulle vivande bianca farina… È la sovrana bellezza, l’eterna poesia della natura che si riversa in quella dell’arte.

E Virgilio pensa a quello che era l’Italia un tempo, ricca e feconda; quella che è nei suoi tempi, devastata e povera; quello che dovrà indubbiamente ridiventare: “magna parens frugum”. 

“Magna parens frugum”, ridiventerà la terra d’Italia, dice l’Altissimo poeta; e la sua commossa aspirazione, che fu l’aspirazione di tutti coloro che amarono la nostra patria e la vollero grande e possente, che fu la nobile aspirazione di Camillo Benso di Cavour, è oggi consacrata. Il Governo Fascista, nella visione chiara di quello che l’Italia è, e di quello che potrà, che dovrà essere, ha indetto in un primo tempo la battaglia del grano, in un secondo la celebrazione del pane” La chiave della ricchezza è, torno a dire, nell’Agricoltura.

Giovanni Faldella, giustamente riconoscendo che l’Italia è un paese eminentemente agricolo, scriveva che la più utile delle arti per l’Italia è l’Agricoltura; e Riccardo Cobden, grand’uomo inglese, vero benefattore del suo popolo che gli deve la riforma economica, venuto in Italia, discorreva con Massimo d’Azeglio. Il nostro pittore, statista, romanziere, gli parlava di progetti industriali, di fabbriche, di macchine… E Cobden gli disse additandogli il sole: “Ecco la vostra macchina a vapore! Così l’avessimo noi! Ricordatevi che ogni popolo deve produrre ciò che può ottenere con minor spesa! Agricoltura per l’Italia! Agricoltura!” 

Le guerre del Risorgimento, le guerre coloniali, l’ultima guerra, la grande e giusta guerra da cui, auspicata la volontà di Mazzini e di Cavour, voluta dall’azione di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, consacrata da Menotti, da Tito Speri, da Oberdan, da Battisti, da tutti i grandi e da tutti gli umili, purificata dal divino lavacro di sangue dei nostri cinquecentomila morti, doveva balzare la quarta Italia, hanno sottratto ai campi innumerevoli braccia ed hanno contribuito alla “decadenza” dell’Agricoltura. Ora una nuova era di pace, di lavoro e di prosperità, si è schiusa a noi!

Benito Mussolini, l’uomo che la guerra ci ha donato, sedate con ferrea mano le discordie interne che minacciavano di ricondurre l’Italia in uno stato di avvilimento e di schiavitù qual mai s’era visto, si è gettato ardentemente nella battaglia economica. La grande guerra ci ha dato l’indipendenza politica; la nuova grande battaglia, testè intrapresa, ci darà l’indipendenza economica. Non bisogna dimenticare che l’Italia deve ogni anno importare dall’estero un quantitativo di 20-25 milioni di quintali di grano, per una spesa complessiva che varia da quattro a cinque miliardi. È una vera schiavitù da cui l’Italia deve assolutamente sottrarsi! 

A questo scopo, nel 1925 veniva dal Governo indetta la “battaglia del grano” che ha già dato risultati soddisfacentissimi. Augusto Turati, in un suo discorso, dice che se per mille cause il programma di Camillo Benso di Cavour non potè essere attuato e rimase “pia aspirazione”, esso verrà attuato dal Governo Fascista. Noi non dobbiamo più camminare, fissi gli occhi al nostro bel cielo, ma dobbiamo scrutare la terra che pure contiene carbone, ferro, petrolio, dobbiamo seguire il nobile esempio di Cincinnato e di Garibaldi che, finita la guerra, tornavano, ricusando onori ed agiatezze, a dissodare col ferro guerriero trasformato in lucido istrumento di pace, il loro poderetto; dobbiamo liberarci della schiavitù economica: e vinceremo, vinceremo perchè noi siamo un popolo eternamente giovane, vinceremo perchè abbiamo un passato glorioso che si deve mantenere e si deve rinnovare nel futuro, vinceremo perchè siamo un popolo forgiato nel dolore, assetato di speranze!

In primavera, quando le saettanti rondini del cielo riempiono l’aria dei lor garruli stridi, quando le piante si rivestono di verde e di gemme, quando maggiore è l’ansia per il raccolto imminente, volle il Capo del Governo che fosse celebrata la giornata del pane, che ha per iscopo indiretto di aiutare “l’Opera Italiana Pro Oriente” diretta da Don Galloni. L’Italia per la sua posizione privilegiata è una potenza eminentemente mediterranea. Essa deve rivolgersi specialmente verso l’Oriente. E ciò fu compreso dagli Italiani in ogni secolo. Roma portò nell’Oriente, con le sue legioni, la civiltà ed il diritto, i mari d’Oriente furono solcati dalle snelle galere della Repubblica Veneta, dalle navi di Genova e Pisa che vi portavano lo spirito ed il commercio d’Italia. Provate a viaggiare nell’Egeo e sulle coste dell’Asia Minore; sentirete nell’idioma parole dolci, musicali: sono parole italiane, testimonianza della nostra grandezza. L’Italia ha dunque in Oriente due grandi interessi: interesse storico ed interesse economico-sociale e se non pensa più ora a riconquistare con le armi l’Oriente, essa deve svolgervi un’opera di penetrazione culturale ed economica. A ciò è sorta, per opera infaticabile di Don Galloni, l’Opera Italiana Pro Oriente.

Ma una concorrenza pericolosissima ci è fatta dalla Francia e dalla Germania che, molto più ricche di noi, possono esplicare un metodo efficacissimo di propaganda. In Bulgaria, ad esempio, (la prima tappa della Pro Oriente) esse hanno fiorentissime scuole, ricche biblioteche… esplicano insomma una fortunatissima politica di penetrazione spirituale. L’Italia si vede a poco a poco spodestata: laddove si usava la lingua italiana si sente parlare il “barbaro idioma”: s’incontrano persone dal risonante nome italiano che non usano della nostra lingua che alcune frasi, d’occasione; e ciò fa male al cuore, ciò non si deve permettere! L’Opera Italiana Pro Oriente ha coraggiosamente intrapresa la “battaglia”: floride scuole sono sorte in Bulgaria, ma non hanno locali adatti; si vorrebbero istituire borse di studio affinchè studenti bulgari vengano a terminare i loro studi in Italia: conoscendola, non potranno non amarla, ma manca il denaro.

Perchè la celebrazione del pane, che fonde nel suo spirito la vita della terra, la santità del lavoro e il divino significato di provvidenza che il pane esprime, si concreti in un gesto di grandezza e forza, il Governo Fascista volle che il ricavato della “giornata del pane” venisse devoluto a beneficio della Pro Oriente, che aprirà l’anno venturo a Sofia un grande istituto dove, tra l’altro, vi saranno: una scuola di pre-ginnasio, una scuola media, scuole serali di cultura per adulti, una biblioteca italiana; ed intende anche istituire borse di studio per studenti universitari bulgari. E non a torto Benito Mussolini ha scelto la giornata del pane per venire in aiuto dell’Opera Pro Oriente, perchè egli vuole l’Italia florida all’interno e lanciata sulle vie millenarie percorse dalle legioni di Roma.

Tutto l’alto significato della celebrazione, tutta l’importanza del nostro alimento principale, tutta la bellezza del lavoro che lo produce, sono racchiusi nelle parole che il Duce ha dettato per tutti gli Italiani:

AMATE IL PANE
cuore della casa
profumo della mensa
gioia dei focolari,
RISPETTATE IL PANE
sudore della fronte
orgoglio del lavoro
poema di sacrificio
ONORATE IL PANE
gloria dei campi
fragranza della terra
festa della vita
NON SCIUPATE IL PANE
ricchezza della patria
il più soave dono di Dio
il più santo premio alla
fatica umana.

Non posso leggere le parole del Duce senza sentirmi profondamente commosso. Quante cose sante e belle sono racchiuse nel breve messaggio austero e conciso come prosa latina, bello come la più alta lirica! Mille e mille affetti diversi s’affollano in tumulto alla mente, una vampa involontaria di calore mi sale al volto, istintivamente mi irrigidisco sull’attenti: sento che mi trovo dinnanzi a qualche cosa di grande, a qualche cosa che non morrà tanto presto! Cuore della casa è il pane: la vittima incruenta dell’uomo, quasi genio tutelare, tiene in raccolta la famigliola, è la gioia del focolare. Pane, nome caro che impariamo a pronunciare fin dalla prima infanzia assieme a quello santo dei genitori, con quale gioia noi ti vediamo biondeggiare sul desco lindo, e quanto ci sembrano vere le parole del Pastonchi, cha a tutta prima erano parse un’iperbole poetica:

"Figlio del sole, tu ne porti un raggio
in ogni casa, e a chi di te procaccia
onestamente, illumini la fronte".

E come il sole irraggia di sua luce benefica tutte le cose, tu illumini di bontà le menti che siedono attorno al desco, sei il simbolo della famiglia. Quale gioia prova il rude lavoratore, tornando stanco dal lavoro, nel vederti: che belle cenette, nell’intimità della famiglia!

Bisogna rispettare il pane, sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio.

Molti non credono alla parola della Bibbia: “Tu mangerai il pane bagnato dal sudore della tua fronte!” È vero alla lettera. Cesare Correnti afferma che il pane, più che con l’acqua, è impastato col sudore della fronte. E non a torto. Immaginate quanta fatica, quante braccia spossate per un boccone di pane. Arare, curare, irrigare la terra; mietere le spighe; inaiare, battere il grano ed infine macinarlo, impastarlo, cuocerlo: è tutto un poema di sacrificio. 

Il biondo chicco che involandosi dalla mano del seminatore risplende nell’aria quale favilla d’oro, e, cresciuto, ondeggia quasi aurato mare al bacio del sole, è la gloria dei campi, la fragranza della terra, la festa della vita. Vedendo quelle ampie distese di grano si comprende subito come può esser ricca e possente una nazione che possegga tale tesoro! Perché il pane è la ricchezza della patria, è il più soave dono di Dio, è il più santo premio della fatica umana.

Per questo forse i nostri contadini sardi rifuggono ordinariamente dai moderni mezzi di lavorazione dei campi, perché pensano che, con il metodo antico di lavorazione, il contadino mette più parte di se stesso, mette più parte dell’anima sua, e il pane è benedetto…

Il pane è sempre stato indice di civiltà. I Romani, assoggettando i popoli, introducevano nelle province conquistate, coi loro forni, l’uso del pane, mitigando in tal modo i costumi e diffondendo giustizia e pace. Dice il Pascoli che il pane è ciò che distingue l’uomo dal bruto. E per questo è entrato nella Chiesa come simbolo di bontà e di pace, e nella preghiera giornaliera invochiamo il Signore affinchè ci assicuri “il pane quotidiano”.

Da ciò che ho detto sul profondo significato simbolico del pane e sul suo valore nella economia di un popolo, emerge quale importanza abbia per l’Italia l’emancipazione dall’estero per il grano. E quando noi (fra non molto, credo) riusciremo a produrre sufficiente grano per il fabbisogno nazionale, allora potremo marciare verso il radioso avvenire levando alto nella santità della luce e della gloria i nostri gagliardetti al canto dell’inno fatidico che dice la giovinezza eterna, che dice la gloria imperitura, la possanza indomita del popolo d’Italia!

[1] Cercando su google, ho trovato di un Franco Tadini (1911 – 1986) bresciano, maestro elementare, invalido di guerra dal 1946, direttore dal 1959 al 1975 della Consulta del Centro Didattico Nazionale per la scuola materna. Città e anno di nascita sono plausibili: potrebbe essere stato lui l’autore del tema premiato.


Alessandro Ricci

da https://www.papilleclandestine.it/news/ragionamenti/pane-fascismo-temi-battaglia-grano-1928/