1° MAGGIO: FESTA DEL LAVORO


Il nostro 1° maggio è differente. Celebriamo la festa del Lavoro e S. Giuseppe Lavoratore, con i versi del Comandante d'Annunzio.


CANTO DI FESTA PER CALENDIMAGGIO.


Uomini, qual mai voce oggi si spera

nei campi della terra taciturna,

nelle città fatte silenziose,

nei puri solchi del rinato pane

e nelle selci delle vie maestre?

Qual parlerà vento di primavera

mentre si tace l’opera diurna,

se il giusto Sole genera le rose

presso le soglie e intorno alle fontane,

lungo le siepi e su per le finestre?

Uomini, qual s’attende messaggera

che tra le man sue certe arrechi l’urna

dei beni ignoti e, pallida di cose

ineffabili, annunzii la dimane

alla potenza del dolor terrestre?


Uomini operatori, anime rudi

ansanti nei toraci vasti, eroi

fuligginosi cui biancheggian buoni

i denti in fosco bronzo sorridenti

e le tempie s’imperlano di stille;

voi che torcete il ferro su le incudi,

il pio ferro atto alle froge dei buoi,

alle unghie dei cavalli, atto ai timoni

dei carri, atto agli aratri, agli strumenti

venerandi delle opere tranquille,

voi presso il fuoco avito seminudi

artieri delle antiche fogge; e voi

negli arsenali ove dà lampi e tuoni

il maglio atroce su le piastre ardenti,

atleti coronati di faville;


e voi anche, nei porti ove la nave

onusta approda, onde si parte onusta,

che recate su l’òmero servile

con vece alterna le ricchezze impure

fluttuanti nel traffico del mondo;

o voi che a piè delle inesauste cave,

pel nobile arco e per la porta angusta,

pel tempio insigne e pel fumoso ovile,

polite nelle semplici misure

la pietra che azzurreggia o il marmo biondo;

e voi, destri in quadrar la sana trave

pel tetto, in far la madia di robusta

quercia e di bosso l’arcolaio gentile,

inchini al pianto delle fibre dure

sotto la pialla o al tornio fremebondo;


uomini solitarii, su l’erbosa

via dove giunge suono di campane

fioco e quell’erba assorda il passo raro,

dati all’opra dei padri, senza pena

e senza gioia e senza mutamento;

uomini in alleanza minacciosa

di volontà ribelli entro l’immane

opificio vorace ove l’acciaro

con suo moto infallibile balena

ostile come nel combattimento;

o uomini, oggi che il lavoro posa

e il sudore non bagna il vostro pane

e letifica tutti gli occhi il chiaro

giorno, ascoltate la voce serena

che spazia ai campi e alle città sul vento.


Or si tace stridore di metalli,

rombo d’acque, e il vostro ànsito, operai.

Stan mute nel mistero le immortali

Forze signoreggiate dai congegni

lucidi e vigilate dagli schiavi.

Il sol di maggio brilla su i cristalli

dei tetti immensi come su i ghiacciai.

Tinte in sanguigno, dentro gli arsenali

ove marcì la Gloria in vecchi legni,

le ferrate carcasse delle navi

grandeggiano deserte. O poggi, o valli,

o per ovunque nevi di rosai!

Rondini su l’argilla dei canali

molli! Ombre delle nubi e soffii pregni

di pòlline su i pascoli soavi!


Torbidi uomini, uscite dalle porte,

disertate le mura ove il tribuno

stridulo, ignaro del misterioso

numero che governa i bei pensieri,

dispregia il culto delle sacre Fonti;

però che il verbo della nova sorte

ultimamente vi dirà sol uno

che ascoltato abbia il canto glorioso

dei secoli e con gli occhi suoi sinceri

contemplato il fulgor degli orizzonti.

Sol chi si nutre della terra è forte.

Glorificate in voi la Madre! Ognuno

la sentirà presente al suo riposo.

Di beltà si faran gli animi alteri,

di nobiltà s’accenderan le fronti.


È tutto il cielo come un fermo sguardo

su voi, ma l’erbe un palpito frequente

hanno come le ciglia per soverchio

lume. E gli olivi son come una veste

di verità su i colli inginocchiati.

Il fiume lento, simile al vegliardo,

reca la verità; pure il silente

lago la custodisce nel suo cerchio

di rupi; e l’armonia delle foreste

l’accompagna, e l’allodola dei prati.

Sembra che in ogni gleba un cuor gagliardo

pulsi. Ed ecco il passato a voi presente

come un sepolcro che non ha coperchio!

Ricca è l’antica Madre onde nasceste.

La sua mammella abbeveri i suoi nati.


Poi, Sol calando, ai reduci dal puro

giòlito la Città sembri d’amore

ardere co’ i palagi e le fucine,

co’ i lupanari e con le cattedrali,

oh come bella, avida e furibonda!

Il gesto dell’eroe verso il futuro

amplia la piazza; sola erge il vigore

d’una gente la torre; alle ruine

auguste sopra seggono fatali

presagi; sta nell’anima profonda

la virtù del pensiero nascituro;

la volontà si tempra nel dolore;

l’atto sublime sfolgora; divine

armonie surgon dai più crudi mali.

Glorificate la Città feconda!


Quivi restò la testimonianza

della forza magnifica e pugnace

che ben commetter seppe il marmo, eletto

nei monti ad eternar la sua memoria.

Uomini, in voi glorificate l’Uomo!

Il superbo disìo della possanza

quivi trovar soleva la sua pace

nell’edificio esculto, ai cieli eretto

qual visibile canto di vittoria.

Uomini, in voi glorificate l’Uomo!

Il vestimento d’ogni alta speranza

è la bellezza. Ogni conquista audace

non par compiuta, in terra, se un perfetto

fior non s’esprima dall’umana gloria.

Uomini, in voi glorificate l’Uomo!


Or quella torna, ch’era dipartita,

del Mare Egeo mirabil Primavera?

Par che un ìgneo spirito si mova

dal santo lido ad infiammare il mondo.

Glorifichiamo in noi la Vita bella!

La bellezza escir può dall’incallita

mano del fabro, s’ei la sua preghiera

alzi verso le Forme dalla nova

anima sua piena d’ardor giocondo.

Glorifichiamo in noi la Vita bella!

Sol nella plenitudine è la Vita.

Sol nella libertà l’anima è intera.

Ogni lavoro è un’arte che s’innova.

Ogni mano lavori a ornare il mondo.

Glorifichiamo in noi la Vita bella!


Gabriele d'Annunzio

da “Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi”, Libro II “Elettra”


Foto di copertina: Mario Sironi, "L'Italia corporativa".