ZAHIR SHAH, L'ULTIMO RE D'AFGHANISTAN CHE DIFENDEVA I DIRITTI DELLE DONNE


Considerato il padre della nazione, regnò dal 1933 al 1973, quando fu rovesciato da un colpo di Stato messo in atto da un gruppo di giovani ufficiali e si rifugiò in esilio a Roma.


“Credo fermamente che ogni sforzo deve essere esercitato per garantire i diritti delle donne. La loro partecipazione attiva è una parte vitale della ricostruzione del nostro Paese”. Così Zahir Shah al quotidiano Asharq al-Awsat, il giornale internazionale degli arabi, con sede a Londra. Poco dopo, parlando con la Reuters: “Bisogna trovare opportunità di lavoro per permettere a uomini e donne di accedere alle risorse. Un’intera generazione è stata privata dei suoi diritti di base nell’istruzione e nell’assistenza sanitaria”.

Era un giorno del gennaio 2002 e così parlava l’ultimo sovrano del Regno dell’Afghanistan, abolito nel 1973 con un colpo di Stato, nel dare il suo sostegno al governo di Hamid Karzai, di etnia pashtun come lui. Muhammad Zahir Shah non perse l’occasione di rivendicare la Costituzione del 1964 introdotta sotto il suo regno: “Nel Paese le donne godevano di pieni diritti, la maggior parte dei quali sono stati cancellati sotto il duro governo dei talebani”.

La Costituzione garantiva libertà di pensiero, di espressione e di riunione, limitando al contempo i poteri della famiglia reale. Per la prima volta nella storia dell’Afghanistan, le elezioni avrebbero selezionato i membri del Parlamento e così la sfera politica del Paese iniziò a cambiare in modo significativo. La costituzione prevedeva anche la formazione di partiti politici, ma il re non ratificò mai questa disposizione. Grazie ad aiuti stranieri portò avanti una serie di progetti per aiutare a sviluppare le infrastrutture del Paese, ma la maggior parte, che si concentravano sull’irrigazione e la costruzione di autostrade, furono limitati alla zona di Kabul e dintorni. Uno dei principali risultati della sua epoca il successo nel mantenere la neutralità dell’Afghanistan in una fase altamente divisiva delle relazioni internazionali, mantenendo equilibrio nei rapporti con Stati Uniti e Unione Sovietica.

Ventinove anni prima, durante il mese di luglio del 1973, di ritorno da un soggiorno in Inghilterra dove aveva subito un intervento chirurgico a un occhio dopo essersi ferito in una partita di pallavolo, Zahir Shah decise di riposarsi qualche giorno in Italia, attratto dalle bellezze dell’Isola d’Ischia. Fu lì che lo raggiunse la notizia che Muhammad Daoud, da lui spodestato da Primo Ministro nel 1963, aveva portato a termine un colpo di Stato incruento, probabilmente pianificato da tempo, dichiarando l’Afghanistan una repubblica.

Daoud, autonominatosi presidente, avvertì Zahir di non provare a tornare a Kabul. Il re prese sul serio l’avvertimento anche perché terrorizzato dal rischio di una sanguinosa guerra civile e il 24 agosto 1973 decise di abdicare. “Negli anni ‘60, Kabul era molto diversa”, scrive Emran Feroz su Foreign Policy. “Le donne, che indossavano gonne occidentali, foulard o burqa a seconda della loro inclinazione personale, camminavano una accanto all’altra. Lo stesso vale per gli studenti, maschi e femmine, che imitavano lo stile delle icone del cinema americano o indiano o delle pop star. Non c’era nessun segno di paura, apprensione o ansia. Non c’era la minaccia di esplosioni, camion bomba, attacchi suicidi o il rischio di essere derubati con la pistola. Allo stesso tempo, la leadership del Paese –  in particolare il re stesso – camminava liberamente tra i suoi sudditi, spesso da solo e senza una scorta di sicurezza – qualcosa di inimmaginabile oggi, quando anche i dignitari minori e i loro figli non possono avventurarsi senza i loro convogli di pick-up e kalashnikov”.

Gli anni turbolenti che avrebbero poi segnato il suo Paese – l’invasione sovietica, il governo oppressivo dei talebani, i bombardamenti americani – l’ultimo Re li trascorse in una villa nell’Olgiata, frazione di Roma, da dove continuò a seguire e farsi coinvolgere dalle vicende del suo Afghanistan. Sempre più anziano non venne dimenticato, rimaneva il simbolo di coloro che sognavano la restaurazione della monarchia. A chi implorava il suo ritorno in patria rispondeva: “Non mi interessa il titolo di re. Il popolo mi chiama Baba (padre della nazione) e preferisco questo titolo”. In esilio finì per tornare all’indolenza della giovinezza. Sembrava contento di passare il tempo giocando a golf e a scacchi, di frequentare i bar e le librerie di Roma e curare il suo giardino. Nel 1991 subì un attentato. Fu accoltellato tre volte da un assalitore sconosciuto in un sospetto tentativo di assassinio politico.

Negli archivi della National Security Agency degli Stati Uniti d’America, è interessante leggere: “Ora, con una nuova guerra in Afghanistan in pieno svolgimento, una seria discussione sull’opzione Zahir in un regime post-talebano è stata ripresa”. Siamo in pieno post 11/09. Tra i file desecretati sul regno di Re Zahir, il dossier “The Once and Future King?” leggiamo: “Il 25 ottobre, i rappresentanti dei gruppi etnici/tribali pashtun dell’Afghanistan meridionale riuniti in Pakistan hanno chiesto al re Zahir di lavorare con loro, “secondo la sua politica moderata ed equilibrata, per porre fine a questa crisi”. 

Il re ha appena compiuto 87 anni, quindi il suo ruolo sarà probabilmente rappresentativo, simbolo della tradizione e dell’unità nazionale. Zahir ha già forgiato un accordo con l’Alleanza del Nord, quindi lui e i suoi rappresentanti potrebbero effettivamente essere in grado di riunire un’ampia coalizione.  Tuttavia, l’attuale “Opzione Zahir Shah” rimane difficile, non da ultimo a causa della natura faziosa della politica e della società afgana”. Più avanti si legge ancora: “Un fattore che ha mantenuto in vita l’“Opzione Zahir Shah” nel corso degli anni è la popolarità del re tra i rifugiati, soprattutto i moderati politici e l’élite in esilio.  Un sondaggio condotto nel 1987 dallo studioso afghano Sayed Bahuddin Majrooh dell’Afghan Information Center, con sede a Peshawar, Pakistan, ha rilevato che il 70% dei rifugiati afghani che vivono in Pakistan era favorevole al ritorno del re. Majrooh fu assassinato nel 1988, presumibilmente da una fazione islamista guidata da Gulbudin Hekmatyar, che si opponeva fortemente a un ruolo per Zahir Shah”

La documentazione pur se incompleta – alcuni materiali rimangono classificati e i documenti dell’Ufficio Afghanistan del Dipartimento di Stato non sono disponibili – riporta l’ambivalenza del governo degli Stati Uniti verso la monarchia di Re Zahir. Il Dipartimento di Stato e l’ambasciata avevano una valutazione divergente su di lui,  dandogli credito per le riforme politiche, ma mettendo in dubbio il suo impegno a perseguirle. Un documento descrive una situazione di crisi con “mancanza di quorum in Parlamento, disordini universitari, calo degli investimenti, grave crisi alimentare e instabilità tra i Pashtun, un primo ministro senza potere e un re riluttante a usare o delegare la sua autorità”.  Un altro descrive il re come “cauto, intelligente, furtivo”.

Zahir, figlio del re Nadir Shah, salì inaspettatamente sul trono all’età di 19 anni, poche ore dopo l’assassinio di suo padre. Si era formato in Francia e  fu preparato al regno nonostante non ci fosse una legge di primogenitura che regolasse la successione. Da giovane monarca aveva adottato il titolo di Mutawakkil Ala’llah, Pairaw-I Din-I Matin-I slam e per quasi tre quarti del suo regno non  esercitò alcun potere, sopraffatto da due zii paterni che fungevano da reggenti. Accanto a Zahir era sempre un maggiordomo, “l’uomo con la Chevrolet nera”, con il compito di accompagnare il monarca nei collegi di Kabul alla ricerca di ragazze di suo piacimento. Sviluppò la reputazione di essere un re playboy, felice di lasciare l’amministrazione del Paese ai suoi anziani parenti. L’allora ambasciatore britannico diceva del Re: “è tranquillo e senza pretese, con maniere piacevoli, anche se rassegnato a una vita di ozio e piacere. La lontananza dalla routine di un monarca costituzionale potrebbero averlo reso inadatto ad assumere un ruolo prominente e utile nell’amministrazione del suo Paese”.

Il 23 luglio del 2007, due anni dopo aver partecipato al giuramento di Karzai da presidente, morì all’età di 92 anni. Era tornato in Afghanistan e trascorreva i suoi ultimi giorni di vita in un complesso del palazzo presidenziale. Karzai, descrivendolo come “fondatore della democrazia afghana” annunciò la sua morte: “Con grande dolore, informo i miei cari compatrioti che Sua Maestà Mohammed Zahir Shah ha dato l’addio al mondo terreno questa mattina alle 5.45 e si è unito alla grazia di Dio”. Chi gli era stato vicino lo ricordava commosso al rientro in patria. Diceva: “ho visto le montagne del mio paese, la mia gente, i miei amici…cosa c'è di meglio di questo? Desidero solo riuscire ad essere in grado di fare cose per il mio Paese e di servirlo”. Il regno dell’ultimo sovrano di una dinastia fondata nel 1747 è ricordato da alcuni come una felice parentesi di ordine e pace nella storia violenta dell’Afghanistan, da altri come il “decennio della democrazia”. Zahir Shah riposa accanto a suo padre in un mausoleo eretto su una collina che domina Kabul.


Francesco DE LEO


Da https://www.repubblica.it/esteri/2021/08/26/news/afghanistan_ultimo_re-315350749/


Immagine del titolo da http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200707articoli/23983girata.asp