Vaccini. Siamo dentro il cortocircuito della comunicazione etico-sanitaria


Poi si lamentano che la gente va nel panico. Anche se finora questa gente, in Italia e non solo, non ha dimostrato una grande capacità di analisi, lungimiranza, amor proprio. Gli italiani sembrano pecore che si allineano ai comandamenti della tv, eterodiretta dalle centrali del potere politico e in questo caso sanitario, e non fanno resistenza. Perché?

Il tema non è essere “sì-vax” o “no-vax” (moderna riedizione dello scontro tra tifoserie, tipo guelfi o ghibellini), ma essere consapevoli, coscienti, di ciò che accade. Leggere tra le righe dell’attualità, coltivare il legittimo dubbio e comportarsi di conseguenza. Anche perché, l’argomento vincente che ha spinto milioni di cittadini a vaccinarsi non è stato per lo più etico, alto, ma solo il desiderio di tornare alle normalità, viaggiare, girare, uscire senza problemi (ragionamento corretto, ma privo di profondità). Non è un gran risultato per un popolo che ha millenni di storia, cultura, all’insegna del bello e della razionalità. Ma forse è stato sempre così. In tutte le epoche c’è una percentuale maggioritaria di pecore, seguite da opportunisti, persone indifferenti. In una parola, idioti nel senso letterale del termine: incapaci, cioè, di avere una visione generale, in grado unicamente di pensarsi dentro un perimetro egotico, privato, domestico. E’ quel “familismo amorale”, scovato e studiato proprio in Italia da illustri sociologi.

E i giovani? Peggio che andar di notte. Anziché fare i giovani, porsi contro, contestare, reagire, andare in fondo, tutti omologati, tutti meccanicamente uniformi o lontani anni luce da qualsiasi perplessità. Accorsi in massa agli Open Day con la superficialità tipica di chi si crede invincibile o insensibile.
E ora che scoprono il limite, il pericolo, la possibile morte, danno luogo alla reazione opposta, altrettanto scomposta, protetti da mammina e papino. Fuggono.

Di chi è la colpa? Senza eccessivi approfondimenti culturali, sociali, familiari, scolastici, al momento la responsabilità è dei “soloni in camice bianco”: epidemiologi, virologi, medici, esperti, diventati star tv, protagonisti assoluti della comunicazione. Peccato che quotidianamente smentiscono sé stessi.
Il problema, da quando è iniziata la campagna vaccinale, è che dicono con enfasi assoluta cose relative. Non hanno il coraggio di ammettere che la scienza non è perfetta, le tesi sono aggiornabili, modificabili. Insomma, si comportano da sacerdoti, col compito di rassicurare, tranquillizzare, prendendo topiche pazzesche.
Adesso scopriamo che si può fare la vaccinazione eterologa, anzi è migliore dell’omologa. Quindi, per logica, per chi ancora è dotato di raziocinio, se non ci fossero state le recenti morti (il caso di Camilla e non solo), continuare ad assumere lo stesso vaccino sarebbe stato un errore (con una copertura più blanda). E ancora: scopriamo che tutti e 4 i vaccini rischiano di non coprirci dalle future varianti; e che soltanto ora Pfizer deve essere preso a 21 giorni: ma il governo non aveva assicurato la sua efficacia anche a 42, contraddicendo la stessa casa farmaceutica?

In quanto ad AstraZeneca, siamo alle comiche finali: vale per gli over 60, vale per i giovani, vale per tutti, illustri medici non la somministrerebbero ai loro figli; ieri Ema e Aifa hanno detto che può essere assunta erga omnes. Un caos. Nel frattempo le regioni si comportano da autarchiche. Chi persegue nell’organizzare gli Open Day, chi no.
In realtà, c’è un legame, una complicità soprattutto psicologica, tra soloni in camice bianco e cittadini. Stiamo assistendo al cortocircuito della comunicazione etico-sanitaria.

Prima c’è stata la comunicazione del terrore, con dati allarmanti, da apocalisse, che ha formato un’opinione pubblica che al desiderio di vivere ha scelto la paura di morire, a una libertà pericolosa ha scelto la sicurezza (o schiavitù) organizzata, o pseudo-organizzata (le misure del lockdown).
Poi, è arrivata la comunicazione salvifica e miracolistica del dio vaccino. E gli italiani ovviamente si sono trasformati in fedeli della nuova religione, che in assenza di quella vera, che spiegava e spiega per chi ci crede, i limiti, la morte, con valori trascendenti (la religione dell’anima), è la religione del corpo. E siamo passati dalla richiesta di salvezza eterna alla richiesta di salute eterna, per di più, garantita dallo Stato, che non deve curare, ma salvare religiosamente il suo popolo.

Ecco la spiegazione dell’attuale cortocircuito e della nuova ansia degli italiani. Una nuova opinione pubblica no-vax, non per pregiudizio, rozzezza culturale, ideologia, ma per paura. In fondo stiamo parlando di due paure speculari: la paura di morire per Covid (chi si fa il vaccino) e la paura di morire per i vaccini. Basta decidersi.
Ecco il punto: una religione, come nel caso dello Stato etico-sanitario, è per sua natura dogmatica e perfetta. Fare il vaccino, inchinarsi al dio vaccino non è un atto di scienza, ma ormai è un atto di fede.
E siccome, gli ultimi dati, i fatti di cronaca, hanno evidenziato che questa religione è relativa, imperfetta, allora non vale nulla. Dio o è onnipotente o non è.

E torniamo all’errore dei soloni in camice bianco: dicevamo, si esprimono in modo dogmatico. Non riescono a rappresentare la scienza che, invece, è relativa, soggetta a sperimentazione e pertanto, a cambiare tesi, diagnosi, terapie. Nel caso dei vaccini, a navigare in mare aperto.
Colpa dei soloni, degli italiani-pecore? Chi ha lasciato fare? La politica che, dalla pandemia, è stata assente, non è intervenuta, non ha fatto e insiste a non fare il suo mestiere, di mediazione istituzionale tra scienza e realtà. Finora si è comportata a fasi alterne, troppo di pancia, troppo allarmistica, troppo rassicurante. Dando l’impressione di incompetenza ed eccessiva emotività.
E si è appoggiata completamente alla casta medica, con tutti i suoi interessi lobbistici ed economici.


Fabio TORRIERO

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