MONARCHIA/REPUBBLICA. QUANDO CAMBIÒ L'ITALIA


75° del Referendum del '46. Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 Maggio 2021, pagg. 1 e 11.


Un voto che cambiò lo Stato d'Italia

Il 2-3 giugno 1946, 75 anni fa, circa 25 milioni di votanti su 28 milioni di elettori scelsero tra monarchia e repubblica ed elessero l'Assemblea Costituente chiamata a ritagliare l'abito della forma di Stato preferita dai cittadini. Per comprendere l'importanza della consultazione e le sue conseguenze occorre ricordare sinteticamente il quadro in cui essa si svolse e ripercorrere i quindici giorni dall'apertura dei seggi al 18 giugno, quando non fu “proclamata la repubblica” ma venne comunicata solo la somma dei voti a cospetto della Corte Suprema di Cassazione presieduta da Giuseppe Pagano, che ne “prese atto” ope legis.


La cornice internazionale e interna

Il 25 luglio 1943, a fronte dell'andamento disastroso della guerra e del voto del Gran Consiglio del Fascismo che gli aveva chiesto di esercitare i poteri statutari, per ottenere di arrendersi prima della catastrofe e salvare la continuità dello Stato, re Vittorio Emanuele III (1869-1847) nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio al posto del cavaliere Benito Mussolini, che si dichiarò pronto a cooperare. Deciso ad accelerare la svolta per ottenere l'armistizio, Badoglio sciolse la Milizia volontaria di sicurezza nazionale e la Camera dei fasci e delle corporazioni, da sostituire con una Camera liberamente eletta entro quattro mesi dalla fine dello “stato di guerra”. Su pressione del Comitato di liberazione nazionale (spinto dal comunista Palmiro Togliatti, rientrato a inizio aprile dall'Unione Sovietica, a collaborare con la monarchia ma non con il re) e degli anglo-americani, il 5 maggio 1944 Vittorio Emanuele III trasferì al figlio Umberto, principe di Piemonte (1904-1983), “tutti i poteri della Corona, nessuno escluso” ma conservò titolo e rango di sovrano. Luogotenente del Regno (anziché del Re come precedentemente convenuto), il 25 giugno Umberto emanò il decreto n. 151 che conferì la scelta della forma dello Stato all'Assemblea costituente eletta dagli italiani, depositari nuovi della sovranità, senza però cesura istituzionale. Per motivi internazionali e interni la votazione fu rinviata. Dopo le dimissioni rassegnate da Ivanoe Bonomi nelle mani del Luogotenente, il 21 giugno 1945 Ferruccio Parri, rappresentante del partito d'azione e già vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, formò un governo comprendente i sei partiti del Comitato centrale di liberazione. Alle sue dimissioni, il 10 dicembre fu sostituito da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana. Ne scrisse Giulio Andreotti, ventiseienne sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nel delizioso Concerto a sei voci, ristampato co postfazione di Francesco Perfetti (ed. Boroli). Il 20 febbraio se ne dimisero Emilio Lussu (sostituito da Alberto Cianca) e Ugo La Malfa (cui subentrò Mario Bracci), usciti dal partito d'azione.

La votazione sulla forma dello Stato e della Costituente fu preparata dalla Consulta Nazionale istituita nell'agosto 1945 e presieduta da Carlo Sforza, Collare dell'Annunziata, senatore, già ministro degli Esteri, monarcofago; poi dal socialista Pietro Nenni, titolare del Ministero per la Costituente, e soprattutto dal socialista Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, per sua stessa dichiarazione nemico giurato della monarchia (suo padre le era devoto), in convergenza con Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia.

Il 5 marzo 1946 il britannico Winston Churchill a Fulton (nel Missouri, Usa), presente il presidente Harry Truman, deplorò che dal Baltico a Trieste fosse calata una cortina di ferro dietro la quale l'Urss di Stalin stava annientando ogni libertà democratica e imponendo un nuovo regime totalitario comprendente la fede fanatica nell'ateismo obbligatorio.

Dopo animate discussioni il Consiglio dei ministri (che, in assenza di Parlamento, esercitava poteri legislativi) il 10 marzo 1946 stabilì l'obbligatorio l'esercizio del diritto di voto. Il Decreto Legge Luogotenenziale (Dll) 16 marzo 1946, n. 98 conferì agli “elettori votanti” (anziché alla Costituente) la scelta tra monarchia e repubblica. Secondo la lingua italiana per “elettori votanti” si intende “quanti vanno a votare”. Il 23 aprile furono emanate le norme attuative del referendum istituzionale e fissata la scheda: la Repubblica venne raffigurata da un volto femminile di profilo con corona turrita; la Monarchia dallo scudo sabaudo sormontato dalla corona.

Tra marzo e aprile quasi quattro milioni di cittadini elessero consigli comunali, sciolti nel 1925. Per la prima volta votarono anche le donne. Malgrado toni accesi, la competizione si svolse senza gravi problemi di ordine pubblico.

In vista del referendum Romita fece stampare un numero di schede doppio rispetto a quello degli elettori e impartì istruzioni minuziose. Ogni quattro ore i presidenti dei seggi avrebbero dovuto informare i prefetti e questi Roma su affluenza e spoglio delle schede, con priorità logica per quelle sulla forma dello Stato. Altrettanto precise furono le disposizioni su operazioni di voto, scrutinio, redazione dei verbali e loro immediato invio ai tribunali viciniori o alle corti di appello costituiti in Uffici elettorali circoscrizionali, dai quali dovevano essere spediti col mezzo più rapido (aereo compreso) all'Ufficio elettorale centrale. Particolare cura andava riservata alle schede bianche, nulle, contestate e non assegnate.


Umberto II in campo

Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdicò e partì da Napoli per l'Egitto sull'incrociatore “Duca degli Abruzzi”. Togliatti insorse contro l'“ultima fellonia dei Savoia” (“L'Unità”, 10 maggio). Assunta la corona, Umberto II fu investito da violentissime polemiche da parte dei partiti dichiaratamente repubblicani (comunisti, socialisti, azionisti) e di molti esponenti della Democrazia cristiana, i cui organi direttivi si erano pronunciati contro la monarchia, di alcuni liberali, demo-laburisti e, ovviamente, del partito repubblicano italiano e della concentrazione repubblicana, nata dalla scissione del partito d'azione. Secondo il costituzionalista Piero Calamandrei, poiché a suo discutibile avviso lo Statuto aveva cessato di esistere, il Luogotenente non aveva diritto al titolo di Re. Gli sfuggiva che tutti gli atti con valore legale (sentenze, atti notarili, diplomi di laurea, ecc.) erano pronunciati o intestati “in nome del Re”.

In vista del voto Umberto II compì un periplo per le principali città. A Torino ebbe calda accoglienza; più tiepida a Milano; il 31 maggio da Genova (che fu glaciale) annunciò che in caso di vittoria della monarchia la costituzione elaborata dall'Assemblea sarebbe stata proposta a referendum confermativo. Molti quotidiani pubblicarono il “Manifesto degli intellettuali per la Repubblica”, parecchi dei quali avevano placidamente navigato nelle acque del regime mussoliniano. Luigi Einaudi, come Massimo Caputo, direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, spiegò perché avrebbe votato per la monarchia, garante della continuità dell'Italia scaturita da Risorgimento. L'azionista Mario Berlinguer, presidente dell'Alta Corte per l'Epurazione, inferocì contro Umberto II, “più stolidamente settario e più apertamente spergiuro di suo padre”. In un comizio a Piazza del Popolo in Roma il generale Azzo Azzi riecheggiò le squallide insinuazioni già usate dalla Repubblica sociale contro l'allora Luogotenente. In Casa Savoia nella storia d'Italia il venerando Luigi Salvatorelli si spinse a scrivere che dall'origine lo Stato sabaudo era estraneo alla storia d'Italia. Secondo lui Carlo Emanuele I, duca dal 1580 al 1630, condusse una politica anti-italiana, “un anticipo della politica di Vittorio Emanuele III e di Mussolini dal 1936 in poi”. Il merito maggiore di Carlo Alberto fu l'abdicazione dopo la sconfitta di Novara, il 23 marzo 1849. L'unificazione nazionale era stata una “profilassi antirivoluzionaria indispensabile per la monarchia”. Anche se (egli ammise) non ne possedeva prove, Vittorio Emanuele III aveva appoggiato l'espansione del fascismo per procurarsi una “guardia bianca”. Se questa era la “storiografia”, anche più acre era la polemica ideologica e partitica. Nella campagna antimonarchica si sommarono tutte le antiche riserve e avversioni di repubblicani intransigenti, radicali, federalisti, clericali, protosocialisti, massimalisti e quel “fascismo delle origini” che per due anni aveva imperversato nell'Italia centro-settentrionale durante la Repubblica sociale italiana. Una menzogna ripetuta diviene verità.

Alla vigilia del voto Togliatti era convinto che la maggior parte dei democristiani avrebbe votato per la repubblica, perché quello era l'orientamento prevalso al vertice del partito e nella quasi totalità del congresso del suo baldanzoso movimento giovanile. I monarchici contavano su pochi quotidiani di modesta diffusione e accedevano di rado ai programmi radiofonici, nei quali dominava invece la propaganda avversa. Solo alla vigilia del voto il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, tenne un discorso radiofonico, forbito ma poco efficace.

Nella contrapposizione monarchia/repubblica contarono due fattori ancora poco studiati. Anzitutto il diverso peso demografico e quindi elettorale delle regioni. Quelle meridionali e le isole, favorevoli alla continuità, contavano il 36,7% della popolazione nazionale. Le centrali prevalentemente repubblicane, Lazio a parte, comprendevano il 24,86%. Le settentrionali, decisive per la vittoria della repubblica, sommavano il 44,58% degli abitanti. Elettori e votanti furono in proporzione alla consistenza demografica. Altro fattore fu l'analfabetismo. Secondo il censimento del 1951 gli italiani maggiori di sei anni analfabeti erano il 4,4% nell'Italia settentrionale, l'11,5% nella centrale e il 24% nella meridionale e nelle isole. La rappresentazione simbolica sui manifesti e sulla scheda pesò in proporzione al tasso di analfabetismo. Come ampiamente attestato, molti monarchici votarono l'emblema della repubblica (che era anche il primo a portata di matita) ritenendo di votare “per la regina”.


Gli esclusi

I seggi vennero aperti la mattina del 2 giugno. Ma tre milioni di elettori su ventotto, quasi il 10 %, furono esclusi dal voto: non solo per il referendum istituzionale, come sempre si ripete, ma anche per la Costituente.

Il Ddl istitutivo delle elezioni ripartì l'Italia in 32 Circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva alcune province. La XII Regione, Friuli-Venezia Giulia, e la provincia di Bolzano non parteciparono alla votazione ancora perché  “in discussione”. Col beneplacito degli anglo-americani (più i primi che i secondi), l'esercito jugoslavo aveva occupato Zara, Pola, Fiume, l'Istria sino al confine di Trieste e metà della città di Gorizia. Il Dll assicurò che i loro elettori sarebbero stati chiamati alle urne appena possibile: circa 700.000. Non avvenne mai più. Dalle elezioni rimasero esclusi inoltre circa 400.000 militari italiani ancora prigionieri di guerra o comunque “assenti alle bandiere” come i “dispersi” e quelli rimasti nelle grinfie dell'Unione sovietica, restituiti con il contagocce (tre generali vennero liberati molti anni dopo).

Altri 400.000 o più furono privati del diritto di voto perché “collusi” con il fascismo: non solo per aver collaborato con la Repubblica sociale, ma anche per aver concorso all'instaurazione del regime mussoliniano. Fu lo strumento giuridico per far decadere dal rango e dai diritti civili centinaia di senatori del regno, che costituivano il nerbo della tradizione monarchica. Contro quella decisione, unica nella storia d'Italia, protestarono giuristi come Arturo Carlo Jemolo e altri niente affatto monarchici ma contrari all'uso politico e alla retroattività di norme penali. Richiamarono il latino “nullum crimen sine lege”. Il governo Mussolini del 31 ottobre 1922 era stato votato da Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, Alcide De Gasperi, Benedetto Croce e da un elenco infinito di futuri antifascisti. Tutti collusi col duce? Privato dei diritti civili e politici, il senatore Giovanni Agnelli si faceva portare a contemplare da lontano la Fiat. Morì prima di essere “riabilitato”.

In aggiunta al milione e mezzo di “esclusi”, un altro milione e mezzo di elettori non ricevettero il certificato elettorale. Gli appositi uffici elettorali avevano alle spalle anni di caos. Non tutti i cittadini erano reperibili. Fiutata l’aria che tirava, molti preferirono non presentarsi negli uffici comunali per non vedersi schedare come revenant del fascismo (quello sino al 1943 o anche quello successivo?) con tutte le gravose conseguenze.In sintesi, come detto, tre milioni di elettori su ventotto vennero privati del diritto di voto.

 

La Repubblica vien di notte...

Come prescritto dal Dll istitutivo della consultazione, alle 18 di lunedì 10 giugno 1946 la Corte Suprema di Cassazione (sei primi presidenti e dodici consiglieri, presieduti da Giuseppe Pagano, magistrato integerrimo) si radunò nella Sala della Lupa di Montecitorio per assistere alla comunicazione dei risultati pervenuti all'Ufficio Elettorale Centrale da quelli Circoscrizionali.

Furono letti con voce monotona: per la Repubblica avevano votato in 12.627.767; per la monarchia 10.688. 905. Mancavano però i dati di 118 sezioni; poi si disse di 134. Il risultato, quindi era parziale. La repubblica aveva ottenuto il poco più del 50%  dei 25 milioni di voti espressi ma appena il 46% dei 28 milioni di aventi diritto al voto. Prevalse, ma risultò minoritaria sia rispetto ai votanti sia, ancor più, in proporzione al corpo elettorale. Per radicarsi avrebbe dovuto esercitare comprensione e compassione. Il governo imboccò invece la via della cancellazione della monarchia dalla storia d'Italia.

Il Presidente Pagano aggiornò la seduta ad altra adunanza, poi fissata per le 18 del 18 giugno seguente, l'ultimo giorno disponibile, perché fossero comunicati i risultati delle sezioni mancanti. Egli chiese inoltre che venissero rendicontate anche le schede bianche, nulle, annullate e non assegnate. Più o meno un milione e mezzo. Messe sulla bilancia, esse riducevano il vantaggio della repubblica da due milioni a circa 200.000: più o meno dieci voti per ognuno dei 35.000 seggi elettorali, un’inezia; e quindi aprivano la strada alla verifica vera: controllare le schede.

A quel punto iniziò la partita “grossa”. Giorni prima in consiglio dei ministri Togliatti mise le mani avanti: “forse” le schede erano già state distrutte. Allarmati dalla richiesta del Presidente Pagano i partiti al governo decisero di proclamare subito la repubblica. Un primo tentativo avvenne nella notte tra lunedì 10 e martedì 11. Il governo dichiarò che ormai la repubblica era “un fatto” e proclamò festivo il giorno ormai iniziato, senza che nessuno potesse esserne informato. Dopo un vortice di comunicazioni col governo, Umberto II dichiarò che avrebbe atteso la proclamazione del risultato definitivo da parte della Corte Suprema di Cassazione in programma per le ore 18 del 18 giugno. Parola di re: rispettare le leggi perché il sovrano costituzionale non è “al di sopra” ma “nelle leggi”. Le emana anche se non sempre le condivide. Valeva ancor più in regime di “costituzione provvisoria”. Alle 0.15 di giovedì 13 il governo fece il passo definitivo: conferì al presidente del Consiglio De Gasperi le funzioni di Capo dello Stato con il voto contrario del solo Leone Cattani, liberale, monarchico e, ciò che più conta, ligio alle norme. Da quel momento l'Italia ebbe due Capi di Stato: Umberto II e De Gasperi.

Che cosa sarebbe accaduto? Come vennero conteggiati i voti mancanti e le famose schede bianche, nulle, annullate, non assegnate? La questione era aperta. Ormai, però, erano noti i risultati della Costituente. Il quadro politico era chiaro: in testa erano democristiani, socialisti e (delusi assai) i comunisti. I partiti dichiaratamente monarchici ebbero una manciata di seggi. La forma dello Stato tuttavia rimaneva in discussione. Sino a quando poteva durare? A Napoli e a Taranto si registrarono scontri sanguinosi tra monarchici e polizia. Il clima si stava surriscaldando. C'era anche il rischio di moti armati interni e di interventi militari stranieri?

Alle 15 del 13 giugno Umberto II lasciò il Quirinale per Ciampino. Alle 16:10 partì dall'Italia verso il Portogallo, senza riconoscere quel che ancora nessuno conosceva, cioè l'esito del referendum. Partì Re e tale rimase. Ma quel che avvenne tra il 13 e il 19 giugno, giorno natale della Repubblica, merita un racconto successivo: la conta e riconta affannosa dei voti affioranti dal garbuglio di 35.000 verbali di seggio per tirare le somme da annunciare alla Suprema Corte di Cassazione, incluso il numero delle schede bianche, nulle, annullate e non assegnate, ignorato il 10 giugno, vigilia dell'affrettata “dichiarazione” di nascita della repubblica, che vide l'alba il 19 seguente.


Aldo A. MOLA