COME SMONTARE PEZZO PER PEZZO IL LIBRO DI ERIC GOBETTI CHE NEGA LE FOIBE


Un ottimo articolo che smonta in maniera dettagliata le tesi dello "storico" Eric Gobetti a proposito delle Foibe.


L’esile volume di recente uscita per lo storico editore Laterza di Bari intitolato “E allora le foibe?” dello storico piemontese Eric Gobetti, avente a tema la storia del confine orientale, è un libro necessario, ma non sufficiente. Necessario per chi voglia studiare e approfondire senza alcun pregiudizio il tema del confine orientale, argomento misconosciuto fino a pochi lustri fa e ancora oggi oggetto di divisione e partigianerie ideologiche, nella considerazione che sia fondamentale continuare a parlarne, così da evitare che cali nuovamente il silenzio su questi fatti

Necessario per valutare il punto di vista di uno storico non di destra partendo dalla dichiarazione d’intenti espressa nel capitolo introduttivo che “Non (sia) una questione interpretativa, non stiamo parlando di diversi modi di raccontare e giudicare una vicenda: è proprio sui fatti che la narrazione politico-mediatica dominante diverge significativamente dai risultati della ricerca storica”. 

Ma non è sufficiente, e lo vedremo in conclusione, a cambiare le carte in tavola, a fornire dati nuovi, a dare chiavi di lettura alternative convincenti per far cambiare opinione a chi, un pochino, la storia del confine orientale l’ha studiata. A dispetto di quanto dichiarato in partenza, infatti, Gobetti non parla di fatti storici nuovi, di elementi che erano sfuggiti alla ricerca e che aprono a nuovi scenari. Al contrario, riesce perfettamente nell’operazione di (re)interpretazione secondo il suo punto di vista di accadimenti ben noti, attraverso la lente dell’ideologia, per cercare di portare il lettore ad accettare le sue tesi. 

Ma andiamo per ordine. Gobetti fonda la sua interpretazione su 3 tesi, che analizzeremo di seguito.

Uno.

La prima tesi parte dall’assunto che fino al Risorgimento, l’Italia non esisteva: non ha senso quindi dire che Istria e Dalmazia fossero da sempre italiane. In più, fino al 1918 erano parte dell’Impero Austro-ungarico, un impero da Gobetti definito “multiculturale” e “multinazionale” e che, pertanto, non poteva in alcun modo avere in sé una componente nazionale italiana ben definita. Si trattava di terre in cui la compresenza di italiani, tedeschi, sloveni, croati, ebrei era storicamente accertata e anzi, alla data del Trattato di Parigi del 1919 che assegnava l’Istria all’Italia, la componente italiana non era assolutamente maggioritaria, tanto che la conseguenza fu un’italianizzazione forzata e violenta, che avrebbe poi giustificato le vendette a partire dal ’43 da parte degli slavi oppressi per vent’anni. 

Se è vero che l’Italia da un punto di vista politico-nazionale non esisterà fino al 1861, è altrettanto vero che l’idea di un’Italia quale entità nazionale era ben presente nella cultura e nel sentimento. Lo stesso libro cita quel Wilhelm Oberdank (con l’intento di dimostrare che si trattava già dal nome di un meticcio slavo-germanico), triestino, figlio di un italiano e di una slovena, che italianizzò volontariamente il proprio nome in Guglielmo Oberdan e divenne il primo martire dell’irredentismo italiano in quelle terre, a testimoniare quanto l’identità italiana fosse sentita. Pur quando l’Italia non era ancora nazione, molti irredentisti morirono gridando “Viva l’Italia”, nessuno “Viva il multinazionalismo”.

 Vero è, invece, che Istria e Dalmazia (Venezia-Giulia fu una definizione del 1863) erano state a partire almeno dall’anno 1000 sotto il dominio della Serenissima. Non solo quali terre sotto una “significativa influenza veneziana”, bensì rappresentando dei veri e propri possedimenti costieri (lo Stato “da mar”) marciani. Tale dominio si protrasse fino al 1797, anno della dissoluzione della Repubblica di Venezia. Successivamente, a parte brevi parentesi napoleoniche, Istria e Dalmazia diventarono parte dell’Impero austroungarico, che, come suo uso in tutte le terre poste sotto il proprio dominio, non intervenne a modificare gli equilibri di potere, perseguendo la strategia sempre applicata di inserire i notabili e i potenti del luogo all’interno della propria struttura statale.  

Nel 1848, infatti, quelle terre erano ancora tali e quali Venezia le aveva lasciate. E così l’Austria le aveva conservate, completamente italiane nella cultura, nell’amministrazione, nelle gerarchie ecclesiastiche, nel censo, nel commercio, nella navigazione, nell’artigianato. Mai l’Austria cambiò i nomi delle città, delle isole, dei monti, dei fiumi. Questi nomi sotto l’Austria rimasero italiani per 120 anni perché esistevano da decine di secoli. 

A ulteriore conferma di quanto fosse chiaro, ancora in quel periodo, che Istria e Dalmazia non fossero in alcun modo ascrivibili all’area croata, basti pensare che il Regno di Croazia, passato sotto l’Austria nel 1527 e comprendente allora solo i territori attorno a Zagabria, si espanse praticamente solo nell’entroterra, in Slavonia, mentre verso il mare arrivando alla sola Fiume, che poi divenne porto ungherese. Mentre le elezioni di una Dieta (parlamento) della Dalmazia da inviare a Zagabria vennero indette nel 1860 e le urne dettero 29 rappresentanti italiani e 12 croati. Ma la Dieta rifiutò di andare a Zagabria a maggioranza. Successivamente la Dieta di Dalmazia partì per Vienna e venne ricevuta dall’Imperatore Francesco Giuseppe che capì quanto irremovibile fosse la volontà dei Dalmati per restare autonomi da Zagabria. 

Tuttavia, a seguito dei moti risorgimentali che chiedevano l’indipendenza da Vienna per costituire la nazione italiana, gli Austriaci favorirono l’intervento croato e la compressione dell’influenza italiana. Il 15 giugno 1866 un’ordinanza imperiale limitò negli uffici l’uso della lingua italiana e obbligò i funzionari a imparare il croato e, successivamente, il Consiglio della Corona che si riunì a Vienna il 12 novembre 1866 stabilì che “Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno”.

È del tutto evidente, a questo punto, come a fronte di quasi ottocento anni di appartenenza a Venezia e, successivamente, di permanenza nella struttura nazionale dell’Impero asburgico di una netta componente italiana almeno fino agli anni ’60 del XIX secolo, il sentimento nazionale italiano non possa essere cancellato dalle operazioni di germanizzazione e slavizzazione della zona durate meno di sessant’anni e collegate all’azione anti-italiana della Corona d’Austria. Così non può che apparire che naturale il fatto che l’assegnazione all’Italia dell’Istria nel 1919 avesse come conseguenza una re-italianizzazione della regione, attraverso metodi (la famosa questione dell’italiano obbligatorio nelle scuole, l’italianizzazione dei cognomi e poi le violenze della guerra), sì sbagliati se visti con l’ottica odierna, ma con la mentalità di allora considerati come gli unici praticabili per riparare le ingiustizie patite dagli italiani nei decenni precedenti. Senza contare le opere di ammodernamento e infrastrutturali che vennero realizzate in quel periodo.

Se, pertanto, l’intento dell’autore è giustificare o almeno comprendere le ragioni slave quale reazione estrema a vent’anni di italianizzazione forzata, è necessario allora ammettere che quest’ultima, che però non fu occupazione di terre straniere, né tantomeno ebbe i contorni della pulizia etnica, avvenne dopo sessant’anni di forzata slavizzazione, come si è visto. 

Due

La seconda tesi di Gobetti si basa sulla considerazione che i fatti della fine della seconda guerra mondiale non ebbero una matrice nazionale, bensì politica. Le violenze e l’esodo, secondo il libro, non furono diretti verso gli italiani in quanto tali, bensì verso i fascisti in quanto contrapposti ai comunisti. Tale posizione intende, quindi, smentire l’idea di una “pulizia etnica”.

Su questo punto l’autore si contraddice più volte. Nell’introduzione critica il film Rosso Istria, perché, rispetto al precedente Il cuore nel pozzo, “nel film del 2005 veniva presentato lo scenario della violenza “slavo-comunista” che colpiva, improvvisamente e immotivatamente, un popolo intero, in quanto italiano. In Rosso Istria la violenza non colpisce gli italiani, ma i fascisti dichiarati”. Viene da osservare, sommessamente, che almeno fino al 1943, in Italia c’erano circa 45 milioni di fascisti, pari a quasi tutta la popolazione. 

Secondo Gobetti “La repressione opera dunque in base a obiettivi ideologici e non nazionali […]. Logicamente in quest’area di confine la maggior parte degli arrestati è composta da italiani […]. In ogni caso, non c’è nessuna volontà manifesta di colpire gli italiani in quanto tali”. Osserva, inoltre, che molti italiani di quelle zone si fossero arruolati dopo il ’43 tra le fila dei partigiani jugoslavi e si chiede, dunque, come sia “possibile parlare di una pulizia etnica condotta dall’esercito partigiano jugoslavo contro gli italiani al confine orientale se, nello stesso tempo, si contano a decine di migliaia gli italiani in armi nello stesso esercito?”. 

È del tutto evidente considerare che gli jugoslavi sopportarono la presenza solo di quegli italiani che avessero condiviso appieno il disegno annessionistico slavo di quelle terre. A conferma di questo, lo stesso autore cita i casi di scontri tra partigiani filo-jugoslavi ed altri contrari alle mire espansionistiche e addirittura evidenzia “la contrapposizione fra la Resistenza jugoslava e il CLN locale a Trieste. Quest’ultimo, nel tentativo di preservare l’italianità del capoluogo giuliano, si rifiuta di sottostare al movimento partigiano jugoslavo”, fatto che porta all’”arresto di alcuni membri del CLN triestino”. Nel concreto, quindi, i titini non ce l’avevano con tutti gli italiani, ma solo con quelli che non volevano diventare jugoslavi. Che strano.

In altri passaggi, tuttavia, l’autore fa coincidere italiani e fascisti, fino a precisare che “Le autorità locali (jugoslave) scontano spesso un pregiudizio anti-italiano e una forte diffidenza verso una popolazione considerata comunque avversa al nuovo governo. L’assimilazione di italiani e fascisti, come si è detto fortemente voluta dal regime nel Ventennio, viene spesso accolta acriticamente anche dai nuovi poteri jugoslavi”. 

In sostanza, seguendo la tesi di Gobetti, si conclude che la violenza e la repressione da parte degli jugoslavi avvenne non nei confronti degli italiani, ma nei confronti dei fascisti. Tuttavia, siccome il regime aveva identificato gli italiani come fascisti, era naturale che gli jugoslavi colpissero indistintamente tutti gli italiani, (ad eccezione di quelli che accettavano di diventare jugoslavi) perché creduti fascisti. La colpa, in definitiva, fu del fascismo, che nella sua politica di assimilazione degli italiani con il regime, aveva confuso gli jugoslavi che non sapevano più, a questo punto, distinguere i fascisti dagli italiani, che peraltro coincidevano; quindi li uccidevano o li cacciavano dalle proprie case, ma con l’idea ben precisa che stavano cacciando dei fascisti, non degli italiani. Mentre gli italiani che non erano toccati erano quelli che avevano accettato (o che si erano arresi) di diventare jugoslavi, che quindi più italiani non erano, appunto.

Delirio puro.

Tre.

In ultimo, Gobetti, con il fine di sminuire l’impatto e l’importanza che ebbero dapprima l’eliminazione di parte della componente italiana in Istria e poi il conseguente esodo, cerca di intorbidire le acque o, detto in maniera più efficace, la butta in caciara.

Riguardo alle reazioni violente e alla regolazione di conti, l’autore getta un po’ tutto nel calderone, affermando che “Quel che accade sul confine orientale è, almeno in una certa misura, parte di una colossale “resa dei conti”, comune a tutto il continente europeo. Epurazioni violente, processi sommari, massacri anche di civili ritenuti collaborazionisti dei nazisti avvengono ovunque, alla fine della guerra. […] In Piemonte alla fine della guerra vengono uccisi più presunti fascisti che sul confine orientale: sono poco meno di 2000 solo nel Torinese. Episodi analoghi avvengono un po’ ovunque: in Veneto, Liguria, Lombardia. Senza contare il famoso “triangolo rosso” in Emilia”. Insomma, non si vede perché, visto che dappertutto si ammazzava un po’ a caso, fascisti o non fascisti, civili, padroni, nemici vari, nonostante la guerra fosse finita, proprio gli eccidi del confine orientale debbano essere evidenziati più degli altri. Peraltro sarebbe proprio l’occasione di approfondire gli episodi di regolamenti di conti avvenuti un po’ ovunque in Italia a guerra finita e nei confronti di civili, citati con disinvoltura da Gobetti, ma che, ancora sono ammantati da una nebbia che solo in parte si è diradata negli ultimi tempi.

Le foibe, inoltre, sono trattate come naturali discariche, descritte come luoghi in cui era consuetudine tumulare i morti e, in quel periodo, erano di conseguenza “utilizzate sia per l’urgenza della sepoltura, sia per occultare i cadaveri ed evitare rappresaglie da parte tedesca contro i villaggi vicini. In ogni caso le foibe sono sempre usate come luogo di sepoltura, non come strumento di esecuzione”. In sostanza, in Istria la differenziata si è sempre fatta nelle foibe, che se serviva, fungevano anche da fossa dove buttare i corpi che non sapevi dove mettere. E dovevi farlo velocemente altrimenti arrivavano i tedeschi a fare le rappresaglie: colpa dei crucchi, insomma.

E per quanto riguarda l’esilio degli istriani e dalmati, Gobetti osserva come “L’esodo degli istriano-dalmati va poi interpretato necessariamente nel quadro di un fenomeno ben più grande, che è quello dei colossali trasferimenti di popolazione prodotti dal mutamento dei confini alla fine della seconda guerra mondiale in tutta Europa. Ciò riguarda soprattutto la parte orientale del continente, dove si sommano una serie di motivazioni: lo spostamento delle frontiere anche di centinaia di chilometri (come avviene ad esempio per la Polonia); il terrore diffuso per l’arrivo dell’Armata Rossa; l’imposizione di regimi comunisti che creano una radicale modifica della struttura sociale di molti paesi. […]Il flusso dei profughi verso l’Italia andrebbe dunque visto come parte di questo macro-evento che investe tutto l’Est Europa e che riguarda milioni di persone”. Ancora una volta, secondo l’autore, alle vicende tragiche del confine orientale non andrebbe dato particolare peso, in quanto un po’ dappertutto stavano avvenendo eventi simili se non ben peggiori. Addirittura arriva ad affermare che “il governo jugoslavo adotta un atteggiamento moderato in questo territorio rispetto al resto del paese”. Quasi che il moltiplicarsi delle tragedie delle diverse popolazioni, di fronte all’avanzata dell’ideologia e del modello sociale comunista, fatto che avrebbe influenzato drammaticamente le sorti di mezza Europa per quasi cinquant’anni, giustificasse le azioni singole in una sorta di “mal comune mezzo gaudio” assolutorio per tutti. 

Ma non solo: in piena trance argomentativa, Gobetti compie un doppio carpiato affermando che l’intera vicenda che ha colpito il confine orientale nella parte finale e fin oltre il termine della II Guerra Mondiale “[…] è il risultato estremo di un circolo vizioso innescato dall’imperialismo italiano e poi dal fascismo. Gli esuli sono le vittime ultime della politica aggressiva del regime, dei crimini di guerra commessi dall’esercito italiano e della sconfitta militare in una guerra che Mussolini aveva ottusamente contribuito a scatenare”. 

Sui dati storici, ahimè, il buon Gobetti non riesce a stupire più di tanto, sebbene il tono trionfalistico che introduce i numeri che snocciola. Le cifre che riporta sono, ovviamente, quelle che tutti sappiamo essere confermate allo stato attuale delle ricerche storiche: 10.000 vittime e 300.000 esiliati. Il libro le riporta quali cifre massime, contorcendosi nella giustificazione che nel conto sono ricompresi anche istriani che avevano cambiato cognome o altre confuse motivazioni che fanno concludere che il conto sia fatto per eccesso. In realtà le ricerche sono tuttora in atto. Anzi, la collaborazione con il governo sloveno, sospesa dall’emergenza COVID, aveva già portato all’individuazione di altre foibe usate come fosse comuni, sia nei confronti degli italiani che degli sloveni e di altri gruppi etnici che avevano la sola colpa di non anelare senza remore a diventare stranieri, jugoslavi nello specifico, in casa propria.

In conclusione il libro nulla aggiunge a ciò che ogni persona mediamente informata sulle foibe già non sapesse. Ne offre una visione diversa e riduttiva, distorcendo fin dalle premesse la storia pregressa per evitare artatamente di prenderla in considerazione, così da partite, tout court, dal 1919, secondo logiche non condivisibili. Ne consegue che alla fine del volumetto, il lettore mediamente informato sulla storia del confine orientale difficilmente muta le proprie opinioni e conoscenze. Anzi, le trova, piuttosto, rafforzate. Se questo libro intendeva, infatti, offrirsi come autorevole contraltare a ciò che negli anni è stato raccontato e si è scoperto sulle foibe, così da rimettere tutto in discussione, chi cercava nuove rivelazioni o punti di vista che potessero minare i propri convincimenti e lo portassero a riconsiderare il tutto, rimane deluso.

Ma forse le aspettative erano eccessive in partenza – e me ne sono reso conto rileggendo l’introduzione al termine della lettura del libro – perché in effetti con molta onestà Gobetti precisa che “(questo libro) è stato scritto per chi non sa nulla della storia delle foibe e dell’esodo, e per chi pensa di sapere già tutto, pur non avendo mai avuto l’opportunità di studiare l’argomento”. Ammettendo esplicitamente, quindi, per esclusione, che non riuscirà (e in effetti non ci riesce) a raccontargliela a chi, invece, questi temi li conosce. 


Simone ZANIN

Da http://www.nazionefutura.it/cultura/come-smontare-pezzo-per-pezzo-il-libro-di-eric-gobetti-che-nega-le-foibe/