ITALIA E MONTENEGRO INSIEME IN EUROPA

13 luglio 1878: quando il Montenegro divenne Stato

   Così vicine, così lontane. L'Italia e la “Montagna Nera”. Poche miglia marine separano la costa orientale della penisola dalle Bocche di Cattaro. Eppure per secoli l'Adriatico meridionale nella percezione degli abitanti degli Stati preunitari italiani (Venezia a parte) rimase più largo di un oceano. Al di qua vi erano il Sacro romano impero e i Principi ai quali venne via via delegato l'esercizio del potere, soprattutto nel Mezzogiorno. Al di là, dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II (1453), improvvisamente ci fu l'ignoto; anzi, la continua avanzata dell'impero turco-ottomano, giunto ad assediare Vienna e fermato solo da Eugenio di Savoia che lo sconfisse tra Sei e Settecento a Zenta, a Petervaradino e a Belgrado. Per gli “italiani” dal mare giungeva il nemico assoluto. Perciò si susseguirono secoli di disattenzione nei confronti delle popolazioni indomite che al di là dell'Adriatico avevano difeso strenuamente per secoli la propria indipendenza, radicata anche nella confessione cristiana ortodossa. Solo nell'ultimo quarto dell'Ottocento un'esigua pattuglia di “politici” colti e lungimiranti scoprì l'esistenza del Montenegro e ne comprese l'identità, soprattutto da quando, a conclusione del Congresso di Berlino (13 giugno-13 luglio 1878), esso venne riconosciuto Stato sovrano dalla Comunità internazionale.

   Dopo la feroce guerra franco-prussiana e la proclamazione dell'Impero di Germania (1870-1871) l'Europa rimaneva in fibrillazione. Ad allentare la tensione non era bastata l'Alleanza degli imperatori di Russia, Germania e Austria-Ungheria (1873). Nel 1877 la guerra russo-turco, segnata da orrori medievali, rimise in discussione l'impero ottomano, il “grande malato di Oriente”. La pace di Santo Stefano (3 marzo 1878) chiuse quel conflitto a vantaggio dello zar, ma le sue conseguenze andavano condivise e ratificate dalle “grandi potenze”. Occorreva appunto un “Congresso”, come era avvenuto a Parigi nel 1856 al termine della guerra anglo-franco-turca (con adesione del regno di Sardegna) contro l'impero russo e, più addietro ancora, nel 1815 a Vienna, inizio del “secolo della pace” (1815-1914). Come scosse telluriche a bassa intensità, i conflitti “di teatro” scaricavano la tensione ora in un teatro ora nell'altro rimandando il terremoto devastante, la temutissima conflagrazione europea.

   Il “concerto delle grandi potenze” non accettava un direttore. Poiché ogni musico suonava per proprio conto, ignorando il ritmo generale, spesso l'orchestra steccava. Il bisogno di adottare uno spartito comune si impose (o così si ritenne di fare) con l'ultimo Congresso di pace dell'Ottocento, voluto dal Cancelliere germanico Otto von Bismarck. Il suo maggior pregio fu di prendere atto dell'esistenza delle “nazioni senza Stato” e di dare loro un assetto senza causare la deflagrazione degl'imperi turco e asburgico. La politica di equilibrio aveva già accettato le due principali “novità” di metà Ottocento: la costituzione del regno d'Italia nei confini fissati con la pace di Vienna del 1866 (ne ha scritto ampiamente Carlo M. Fiorentino in “Il garbuglio diplomatico. L'Italia tra Francia e Prussia nella guerra del 1866”, ed. Luni, Premio Acqui Storia 2022) con capitale a Roma, tolta al Papa, e quella dell'impero di Germania “sotto” l'egemonia della Prussia. Però vi erano tabù intoccabili. Fu il caso della cattolica Polonia che rimase spartita tra Russia (ortodossa), Prussia (luterana) e impero d'Austria (prevalentemente cattolico). Con il trattato “di pace” del 13 luglio 1878 (da poco Umberto I era succeduto a Vittorio Emanuele III e presidente del Consiglio era Benedetto Cairoli affiancato agli Esteri da Luigi Corti) Austria-Ungheria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e Turchia, «desiderando regolare in un pensiero d'ordine europeo le questioni sollevate in Oriente dagli avvenimenti degli ultimi anni», raggiunsero «felicemente» l'intesa. Uno “strumento” di soli 64 articoli inglobò e superò quelli di Parigi del 30 marzo 1856 e di Londra del 13 marzo 1871. Alcune “partite” molto delicate erano già state risolte alla chetichella tra i diretti interessati. Fu il caso dell'occupazione di Cipro da parte della Gran Bretagna, pattuita da una convenzione segreta tra Londra e la Sublime Porta il 4 giugno 1878.

   Le innovazioni concordate dal Trattato di Berlino segnarono il successivo secolo e mezzo della storia europea e in gran parte vigono tuttora. Gli articoli 1-11 riconobbero la Bulgaria come principato autonomo, con governo cristiano e milizia nazionale, benché ancora tributario del Sultano, e un principe liberamente eletto dalla popolazione ma estraneo alle dinastie regnanti nelle Grandi potenze. Gli articoli 13-22 istituirono la Rumelia Orientale, retta da un governatore generale nominato dalla Sublime Porta ma con temporanea occupazione di truppe russe gravanti sulla popolazione. Il Sultano si impegnò ad «applicare rigorosamente nell'isola di Creta il regolamento organico del 1868» con eque modifiche a garanzia dei non islamici. La loro continua violazione suscitò rivolte duramente represse. Bosnia ed Erzegovina furono occupate e amministrate da Vienna, che avrebbe mantenuto una guarnigione anche in Bosnia. Gli articoli 34-42 riconobbero l'indipendenza del Principato di Serbia e ne definirono le frontiere. Fu altresì riconosciuta l'indipendenza del Principato di Romania, ma con restituzione della Bessarabia all'impero russo. Venne deliberata la smilitarizzazione delle rive del Danubio, con libertà di navigazione. Furono inoltre ridisegnati i confini tra gli imperi russo e turco. La Sublime Porta si impegnò a concedere le riforme chieste dagli Armeni e a tutelarli dai Circassi e dai Curdi, ma verso fine Ottocento ne perpetrò il primo genocidio, condannato da Giosue Carducci negli aspri versi “La mietitura del turco”. Tutti i sovrani firmatari sottoscrissero “il principio della libertà religiosa”, caposaldo della “pax europea”, intimato sia al “principe” di Romania sia, in specie, al Sultano: «In nessuna parte dell'impero ottomano, la differenza di religione potrà essere opposta da alcuno come motivo di esclusione o di incapacità in ciò che concerne l'uso dei diritti civili e politici, l'ammissione ai pubblici impieghi, le funzioni e gli onori o l'esercizio delle diverse professioni e industrie». I monaci del Monte Athos ebbero speciale garanzia di libertà.

   Gli articoli 26-29 del Trattato, infine, riconobbero l'indipendenza e la neutralità del Montenegro. Per garantirle fu ordinata la demolizione di tutte le fortificazioni esistenti sul suo territorio e venne vietata la costruzione di nuove difese e di navi da guerra. Il suo sbocco al mare, Antivari, fu chiuso alle navi da guerra di Paesi terzi. Dunque, la “forza” del nuovo Principato risultò tutt'uno con il suo “disarmo”. Proprio perché indifendibile, esso era anche invulnerabile. Chiunque avesse voluto soggiogarlo avrebbe scatenato un conflitto di dimensioni imprevedibili, come avvenne nel 1914 con l'aggressione della Serbia da parte dell'impero austro-ungarico. La “Montagna Nera” allungò la sua ombra sull'Europa dalla pace sempre più precaria.


Una storia aggrovigliata

   Abitato da una popolazione fiera e bellicosa, prevalentemente cristiano ortodossa, dal 1711 il Montenegro divenne di fatto indipendente dalla dominazione turco-ottomana. Dal 1697 fu retto dalla dinastia Petrovic-Niegos, principi-vescovi, che si susseguivano da zio a nipote perché i vescovi osservavano il celibato a differenza del clero. Tra loro spiccò Petar II (1830-1851), due metri di altezza, volitivo ed elegante, autore del capolavoro letterario “Il serto della montagna”, nel quale sono celebrati i “vespri montenegrini”, cioè il massacro degli islamici alla vigilia del Natale ortodosso del 1702. Le sue spoglie riposano in un suggestivo Mausoleo sulla vetta di un monte. Suo nipote, Danilo II, interrompendo la tradizione, nel 1852 “laicizzò” il principato e, col titolo di Danilo I, lo rese simile agli altri Stati europei. Con abile strategia matrimoniale suo figlio Nicola (1860-1918), molto legato agli zar di Russia, strinse rapporti con altre dinastie.

   Il 24 ottobre 1896 Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli ed erede della Corona d'Italia, sposò una delle sue figlie, Elena di Montenegro, previa la sua conversione alla chiesa cattolica. La loro fu unione singolarmente felice, allietata dalla nascita di quattro principesse (Jolanda, Mafalda, Giovanna e Maria) e del principe ereditario Umberto di Piemonte (Castello di Racconigi, 15 settembre 1904-Ginevra, 18 marzo 1983).

   Nel 1910 il Montenegro fu elevato alla dignità di regno. Sei anni dopo, nella bufera della Grande Guerra, venne occupato dagli austro-ungarici. Nicola I riparò in Francia.  Un'assemblea a Podgorica nel 1918 lo dichiarò decaduto e approvò l'incorporazione del Montenegro nel nascente Stato serbo-croato-sloveno. Regno di Jugoslavia dal 1929, questo ebbe vicende interne turbolente sino alla seconda conflagrazione europea, che vide il Montenegro travolto dalle armate germaniche e affidato a un corpo di occupazione italiano. Il 12 luglio 1941 fu proclamato a Cettigne un effimero Regno libero e indipendente di Montenegro. L'indomani, ricorrenza dell'indipendenza del 1878, iniziò la rivolta dei montenegrini contro gli occupanti, repressa con metodi brutali dal governatore civile e militare Alessandro Pirzio Biroli. La popolazione visse pagine tragiche e fiancheggiò i “comunisti” locali e quelli di Tito, non per motivi ideologici ma per liberarsi dalla dominazione straniera.

   Nel settembre 1943, al momento della resa agli anglo-americani, l'Italia contava 27 divisioni in Jugoslavia e un corpo d'armata in Montenegro agli ordini e generale Ercole Roncaglia. Nel groviglio di fazioni in lotta (cetnici, monarchici filoserbi; ustascia croati e bande di varia stirpe e colore) i militari italiani sopravvissuti agli scontri con i tedeschi e con i “partigiani” stabilirono intese con l'Esercito popolare di liberazione jugoslavo e si organizzarono in Divisione “Garibaldi”, riconosciuta dal governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio. Dettero ripetute prove di valore, in specie nell'agosto 1944 quando i tedeschi tentarono l'ultima offensiva. A fine conflitto il Montenegro entrò a far parte della Repubblica federale di Jugoslavia che sedette tra i vincitori al congresso di pace di Parigi, concluso con il diktat del 10 febbraio 1947 imposto all'Italia a tutto vantaggio di Tito.

   La distanza tra le due coste dell'Adriatico si ampliò nuovamente. Separò mondi che rimasero a lungo quasi privi di relazioni. Alla deflagrazione della Jugoslavia (1991), il Montenegro formò una federazione con la Serbia, che però, per la disparità di “forze”, si rivelò poco conveniente e anzi svantaggiosa a causa della politica estera intrapresa dal serbo Milosevic.


Il destino europeo

Nel 2002 la federazione venne commutata in “unione”, da sperimentare per tre anni. L'esito fu scontato. Nel 2006 con un referendum i Montenegrini chiesero l'indipendenza, proclamata a giugno e soccorsa da imponenti investimenti bancari internazionali. Dopo un lungo percorso, il 28 aprile 2017 il parlamento montenegrino ha ratificato l'adesione alla Nato, mettendo tra parentesi i bombardamenti e le vittime subite dalla sua stessa capitale, Podgorica, durante la “guerra di Bosnia”. Il governo presentò la richiesta di ingresso nell'Unione Europea, rinviata per la persistente gracilità del suo assetto economico, che tuttavia migliora di anno in anno, al di là della complicatissime vicissitudini parlamentari e partitiche e della sequenza di presidenti del governo, del tutto comprensibili per una Entità antica e nuova qual è la Repubblica del Montenegro. Tra le sue personalità di valenza internazionale spicca Dukanovic, politico di lungo corso, già presidente del Consiglio e poi della Repubblica con mandato sino al 2025.

   L'Italia ha tutto da guadagnare dal rafforzamento dell'amicizia con il “Paese delle Aquile” nella visione tratteggiata dal generale Claudio Graziano in “Missione. Dalla Guerra fredda alla Difesa europea” (ed. Luiss). Lo aveva intuito il futuro Vittorio Emanuele III anche prima di andare a Cettigne a chiedere in sposa la Principessa Elena Petrovic-Niegos a suo padre Nicola. L'Europa già c'era. Per riflettere sulle sue origini e sulle sue prospettive giova raccogliersi a riflettere dinnanzi alle Tombe nel Santuario di Vicoforte come fa l'Ambasciatrice del Montenegro in Italia, Milena Sofranac Ljuboljevic. D'altra parte il Paese dell'Aquila Bicipite, con lo scudo della dinastia Petrovic-Niegos sul petto e corona sormontata dalla Croce, impartì una lezione di storia e di stile quando, con una “operazione” molto complessa traslò a Cettigne, sua antica capitale, le salme dell'ultimo Re, Nicola, e della sua Consorte, Milena, morti in esilio e deposte nella cripta dalla Chiesa Ortodossa di Sanremo.

   La Memoria è intessuta di atti dal valore emblematico che uniscono due Paesi che si affacciano su uno stesso mare e nei secoli hanno avuto una storia parallela: la strenua difesa della propria identità.


Aldo A. MOLA


DIDASCALIA E FOTO. Alle 12 di oggi, domenica 6 novembre 2022, nel Santuario-Basilica di Vicoforte l'Ambasciatrice dello Stato del Montenegro in Italia, Dott.ssa Milena Sofranac Ljuboljevic (nella fotografia con il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella), accompagnata dal Ministro consigliere, Jelena Burzan, e dal Primo segretario dell'Ambasciata, Dejana Backovic, rende omaggio alla Reale Tomba della Regina Elena di Savoia (1873-1952), nata Petrovic-Niegos, Principessa del Montenegro, consorte di Vittorio Emanuele III, Re d'Italia dal 1900 al 1946.

  L'Ambasciatrice viene accolta dal Rettore del Santuario, don Francesco Tarò, e dalla Consulta dei Senatori del Regno presieduta da Aldo A. Mola, che porge agli illustri ospiti il “benvenuto” della Principessa Maria Gabriella di Savoia, forzatamente assente, e del generale Giorgio Blais, presidente del Gruppo Croce Bianca (Torino).

  Interviene una folta delegazione dell’Associazione Italia-Montenegro guidata dalla Presidente, Danijela Djurdjevic, che già fu a Vicoforte il 18 marzo 2018, di concerto con il segretario della Consulta, Gianni Stefano Cuttica.

  La visita dell'Ambasciatrice concorre a rendere sempre più saldi i rapporti tra l'Italia e il Montenegro, che, già membro della Nato, da anni è in attesa dell'ingresso a pieno titolo nell'Unione Europea, nell'interesse dei due Stati che si affacciano sull'Adriatico e hanno motivo di ripercorrere e confrontare le rispettive storie all'insegna della collaborazione culturale ed economica e di promuovere la conoscenza reciproca.